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L'astronauta Edwin Aldrin sulla luna

KEYSTONE/AP NASA

(sda-ats)

Una "bandiera" svizzera ha "sventolato" prima di quella americana sulla Luna: la vela solare di alluminio sviluppata dall'Università di Berna è stata spiegata per prima da Buzz Aldrin nella missione Apollo 11.

L'ateneo festeggia in questi giorni i 50 anni della sua attività di ricerca spaziale.

La tecnologia bernese venne pubblicizzata dalle televisioni del mondo intero il 20 luglio 1969, quando i primi uomini misero piede sul suolo lunare nella missione spaziale Apollo 11. Ma è stato il 27 ottobre 1967 che il razzo-sonda Zenit dell'impresa Contraves (oggi RUAG Space), lanciato dalla Sardegna, ha portato per la prima volta del materiale bernese nell'alta atmosfera: apparecchi di misurazione della densità e della pressione atmosferica.

Contattati un mese prima del decollo dalla Contraves, ricercatori dell'Università di Berna avevano sviluppato in un tempo record collettori piccoli, leggeri e sufficientemente robusti. "Dal punto di vista tecnologico, questo progetto ci ha dato un apporto enorme", rammenta il fisico Hans Balsiger, oggi in pensione, interpellato dall'ats.

Quello di Zenit è stato il battesimo del fuoco, il primo passo di una epopea, che passando per Apollo 11 e altre missioni, è culminato ultimamente nella partecipazione alla missione della sonda spaziale europea Rosetta che ha consentito lo studio della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, nota con il nomignolo "Chury". Grazie a un'apparecchiatura sviluppata da ricercatori dell'Università di Berna, lo spettrometro di massa ROSINA, la sonda ha potuto identificare nei gas della cometa elementi chiave per la vita: un amminoacido e del fosforo, due componenti importanti del DNA, dell'RNA e della membrana cellulare.

La vela solare di Apollo

Il collettore di particelle di venti solari, un foglio di alluminio sottoposto a diversi trattamenti, è stato il solo esperimento non americano condotto da Apollo 11. Un'idea semplice, che ha convinto la Nasa anche grazie alla leggerezza del dispositivo. "Anche i piccoli nel mondo della ricerca possono distinguersi se hanno buone idee", nota il professor Balsiger.

Il foglio di alluminio ha raccolto particelle durante 77 minuti. Per la prima volta, autentici materiali solari sono stati portati sulla Terra e analizzati in laboratori di Zurigo e Berna. I ricercatori hanno potuto acquisire nuove conoscenze, non soltanto sul sole e sulla sua evoluzione durante miliardi di anni ma anche nei campi dell'astrofisica e della cosmologia.

Una vela solare bernese è stata in seguito impiegata in occasione di tutte le missioni di allunaggio successive, ad eccezione di Apollo 13 (interrotta) e di Apollo 17.

Oggi queste vele solari sono conservate accuratamente in due casseforti dell'Università di Berna. Le strisce che sono state ritagliate testimoniano delle analisi condotte dopo il ritorno sulla Terra.

Esposizione il 16 settembre

Esse non sono mostrate al pubblico, per il timore di contaminazioni che potrebbero falsare eventuali future misurazioni. L'ateneo bernese ne presenterà tuttavia una versione di soccorso, come pure un pezzo incorniciato dell'originale portato da Apollo 11, nell'ambito della sua "Notte della ricerca" in programma sabato 16 settembre tra le 16 e le 24.

Nella mostra saranno esposti anche altri dispositivi di misurazione volati nel corso di diverse missioni spaziali, come pure copie o versioni di riserva di strumenti che non sono mai tornati sulla Terra. È il caso per esempio dello spettrometro di massa della missione Giotto, la sonda europea che, nel 1986, ha brevemente sorvolato la cometa di Halley per studiarne le caratteristiche.

Il pubblico potrà pure scoprirvi una versione dello spettrometro ROSINA che ha "annusato" la cometa Chury prima di perirvi un anno fa, il 30 settembre 2016, in un crash programmato. ROSINA (Rosetta Orbiter Spectrometer for Ion and Neutral Analysis) è stata sviluppata sotto l'egida del professor Balsiger e ha permesso di analizzare la composizione dei gas della cometa. I risultati forniti sono tra i più spettacolari della missione programmata dall'Agenzia spaziale europea (ESA) e hanno potuto rafforzare la tesi secondo cui le comete hanno contribuito all'apparizione della vita sulla Terra.

Assieme alla telecamera OSIRIS (Optical, Spectroscopic and Infrared Remote Imaging System), alla messa a punto della quale l'Università di Berna ha pure partecipato, ROSINA è stato lo strumento più importante a bordo di Rosetta, nota Hans Balsiger.

Nella "corte dei grandi"

In 50 anni, la ricerca spaziale bernese è dunque riuscita ad entrare nella "corte dei grandi". I suoi strumenti hanno volato 25 volte a bordo di razzi nell'alta atmosfera e nella ionosfera, 9 volte con palloni aerostatici nella stratosfera, e 32 apparecchi sono stati installati su sonde spaziali.

Un telescopio spaziale "made in Switzerland", CHEOPS (CHaracterizing ExOPlanet Satellite), è attualmente in una fase di test per essere posto in orbita nel 2018 a un'altitudine di 800 chilometri su un satellite, nella prima missione dell'ESA diretta dalla Svizzera.

La precisione svizzera degli apparecchi sviluppati in collaborazione con l'industria elvetica ha contributo molto a questa buona reputazione internazionale, rileva il professor Peter Wurz, capo della divisione Ricerca spaziale e scienze planetarie dell'ateneo bernese.

http://ndfprogramm.unibe.ch/veranstaltungen.php

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SDA-ATS