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Donald Trump.

Keystone/AP/EVAN VUCCI

(sda-ats)

Qualcuno le ha definite "le 48 ore più disastrose di Donald Trump" che, dopo le polemiche con la famiglia sul soldato musulmano ucciso in Iraq e l'aver evocato lo spettro di "elezioni truccate", ha deciso di andare allo scontro diretto contro i vertici repubblicani.

Se qualcuno pensava che alla convention di Cleveland si fosse ritrovata l'unità perduta si sbagliava di grosso. Il tycoon, infatti, ha detto chiaro e tondo che non sosterrà la rielezione in Congresso di due big del partito, due che non ha mai nascosto di mal sopportare: lo speaker della Camera Paul Ryan e il senatore John McCain.

Una presa di posizione - commentano i media americani - mai vista da parte di un candidato alla Casa Bianca. Al primo non perdona l'endorsement tardivo, al secondo le continue critiche, dopo che lo stesso tycoon aveva messo in dubbio lo status di eroe di guerra di McCain, ex prigioniero in Vietnam.

Un Trump più che mai scatenato, dunque, che ancora una volta tenta di fare presa sulla pancia del Paese e sul sentimento diffuso di anti-politica e di ostilità nei confronti dell'establishment, cercando di contrastare quei sondaggi che dopo le convention danno in vantaggio la rivale Hillary Clinton.

Ma a fare le spese di un clima mai così teso è soprattutto il Grand Old Party, sempre più nel caos e in balia di un candidato in cui il partito si riconosce sempre meno. Così come accade a molti dei finanziatori e sostenitori della prima ora, che ora stanno abbandonando Trump.

Vedi Meg Whitman, numero uno di Hewlett-Packard e da sempre repubblicana, che ha annunciato il suo voto per Hillary. Così come Maria Comella, l'ex portavoce del governatore del New Jersey Chris Christie, uno dei più vicini in questa fase al tycoon.

Il capo del partito repubblicano, Reince Preibus, viene descritto furibondo e sull'orlo di una crisi di nervi. E non lo avrebbe nascosto in una serie di telefonate, dai toni molto accesi, ai responsabili della campagna elettorale di Trump, accusati di non essere in grado di frenare gli eccessi del tycoon.

Quegli eccessi che il presidente francese François Hollande, spesso oggetto di critiche da parte di Trump, ha definito "da voltastomaco". Mettendo in guardia sul pericolo di una sua elezione che - avverte l'inquilino dell'Eliseo - favorirebbe l'ascesa di altri leader conservatori e populisti in altri Paesi.

Ma il malumore ormai serpeggia nello stesso entourage dell'irrefrenabile candidato repubblicano, con i media americani che parlano di "grande frustrazione", anche tra tanti dei più stretti consiglieri del tycoon.

La sensazione di molti - si racconta - sarebbe quella di partecipare oramai "a una perdita di tempo".

Ma non tutti la pensano così, con alcuni osservatori che parlano di un "rischio calcolato" da parte di Trump. Che se vuole battere Hillary a novembre non può che alzare il tiro e puntare sui tanti scontenti che non votano da decenni e che non aspettavano altro che una scossa al sistema.

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SDA-ATS