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Un’educazione senza schiaffi

Bambini che giocano.
© Keystone / Christian Beutler

La Svizzera fa parte di quei Paesi che ancora non hanno vietato esplicitamente le punizioni corporali sui figli, attirando così varie critiche tra cui quelle del Comitato dell'ONU per i diritti del fanciullo. Il dibattito sul tema è vivo e se ne parla in questi giorni in un congresso internazionale organizzato a Lugano.

Violenza è una parola talmente brutta che talvolta si ha la sensazione che – per usarla – debba portare a conseguenze, non solo gravi, ma gravi in modo evidente ed immediato. Per attribuire a chicchessia un atto violento, bisogna rifletterci bene, perché si rischia di calunniare qualcuno senza che se lo meriti. E in un mondo in cui le informazioni volano veloci come la luce, questo pericolo è ancor più grande.

Il problema sorge però quando a subire gesta abusanti sono i più indifesi. E le vivono per mano di chi dovrebbe rassicurarli e insegnar loro la fiducia o la differenza tra bene e male. Non la legge del più forte. Sberle e schiaffi sono infatti figli di una cultura dell’educazione fondata più sulla tradizione di generazioni che sull’ottenimento di risultati soddisfacenti, e rappresentano ancora oggi un approccio genitoriale molto più frequente di quel che si possa pensare.

“Ci vuole un divieto esplicito”

“Uno sberlone non ha mai fatto male a nessuno”, quante volte lo abbiamo sentito dire. Eppure, è ormai ampiamente dimostrato che non è questo che rende persone migliori, anzi. Scava ferite. Visibili talvolta, invisibili sempre.

Le conseguenze di questi comportamenti dal punto di vista fisico e psichico possono essere deleteri e sicuramente lasciano solchi molto più profondi dei lividi. Allo scopo di estirpare quest’usanza sociale tuttora tollerata, moltissime organizzazioni nazionali e internazionali tra cui l’Organizzazione della Nazioni unite (ONU) si battono da decenni affinché gli Stati iscrivano nella legge il divieto di infliggere punizioni corporali.

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“Se tra adulti, picchiarsi non è accettabile, perché dovrebbe esserlo nei confronti di un bambino o una bambina?”, ci dice la dottoressa Myriam Caranzano-Maitre, direttrice scientifica della Fondazione della Svizzera italiana per Aiuto Sostegno Protezione Infanzia (ASPI), alla quale abbiamo fatto una videointervista visibile qui sotto.

Dietro molti altri Paesi

Benché la Svizzera sia considerata all’avanguardia in molti ambiti come la ricerca, l’economia o la socialità, in questo caso, risulta tuttavia meno retta di oltre una sessantina di Paesi. Quelli cioè che hanno introdotto esplicitamente questa forma di protezione dell’infanzia.

  • tra 30’000-50’000 casi gravi di violenza segnalati ogni anno in Svizzera
  • 2-3% dei bambini è segnalato per maltrattamenti ad un’organizzazione specializzata
  • 15% di ragazzi e ragazze dichiara di aver subito ALMENO un abuso sessuale
  • 2 al mese gli abusi accertati dalla polizia in un cantone come il Ticino
  • 63 i Paesi al mondo che hanno già reso esplicito il divieto di maltrattare i bambini

Non che la Confederazione si astenga dal parlare del problema. Berna ha infatti ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanziaCollegamento esterno, stilata dall’ONU nel 1989 ed entrata in vigore in Svizzera nel 1997Collegamento esterno. Dopo venticinque anni, le Nazioni Unite, però, continuano – nei loro rapporti sulla situazione nei vari Paesi – ad esprimere preoccupazione verso questa lacuna legislativa elvetica.

“Profonda preoccupazione”

Ancora nell’ultimo bilancio sulla SvizzeraCollegamento esterno datato 2021, il Comitato ONU per i diritti del fanciullo “ribadisce la sua profonda preoccupazione per il fatto che le punizioni corporali sono legalmente e socialmente accettate nello Stato parte (in Svizzera, ndr.). Si rammarica che lo Stato parte continui a considerare non necessario un divieto esplicito delle punizioni corporali nel Codice civile, perché ritiene che le leggi in materia di violenza e abusi siano sufficienti a proteggere i minori da tali atti. Il Comitato è dell’avviso che tali disposizioni non garantiscano la protezione dei minori dalle punizioni corporali e che un divieto esplicito nella legislazione settoriale applicabile sia fondamentale”.

Le mosse della politica

Diversi membri delle Camere federali, negli ultimi anni, hanno presentato atti parlamentari in cui viene invocata l’iscrizione nella legge del divieto di punizioni fisiche sui bambini (nel 2013Collegamento esterno e nel 2015Collegamento esterno, per citarne alcuni).

Nella risposta ad una di queste mozioni (presentata da Christine Bulliard-Marbach nel 2019Collegamento esterno), il Governo si è così espresso: “Il Consiglio federale ha sempre sottolineato che oggigiorno il diritto dei genitori di ricorrere a punizioni corporali, abolito con l’entrata in vigore nel 1978 della revisione del diritto della filiazione, non è più compatibile con il bene del minore. I minori sono tutelati dal diritto penale; a ciò si aggiungono diritti e obblighi di segnalazione, che di recente sono stati ulteriormente estesi”.

“Timore di un interventismo statale”

“Oggi è incontestato – si legge ancora nella risposta del Governo – che la violenza fisica non ha alcun posto nell’educazione dei figli. I genitori devono dare sicurezza, protezione e sostegno ai propri figli, ma devono anche trasmettere loro regole e valori orientandosi al loro bene. Il comportamento che i genitori devono adottare a tal fine non può tuttavia essere definito in maniera soddisfacente in una disposizione penale, che potrebbe inoltre alimentare il timore di un interventismo statale. Il Consiglio federale continua pertanto a nutrire riserve nei confronti della richiesta integrazione del Codice civile”.

La mozione della deputata Builliard-Marbach è poi stata approvata dal Consiglio nazionale, ossia dalla Camera bassa del Parlamento, nell’autunno scorso, ma l’iter non è ancora terminato.  

Come spiega la dottoressa Caranzano-Maitre nel video, ci sono quattro tipi di abusi sui bambini che possono essere perpetrati singolarmente o contemporaneamente e che sono considerati maltrattamenti:

  • la trascuratezza
  • la violenza psicologica
  • la violenza fisica 
  • gli abusi sessuali

Al contempo, alla fine del 2021, la Commissione federale per l’infanzia e la gioventù (CFIG)Collegamento esterno ha elaborato un documento in cui prende posizione al riguardo e formula raccomandazioni concrete con cui esorta le autorità ad agire. Qualcosa si muove anche a livello cantonale. Il Governo ticinese, lo scorso anno, ha mandato una richiesta scrittaCollegamento esterno al Consiglio federale spingendo affinché venga sottoscritto l’Appello di Berna con il quale si ritiene urgente iscrivere nel Codice civile delle norme che proibiscano in maniera assoluta tutte le punizioni corporali e altre forme di violenza nei confronti dei bambini.

Nel Canton Giura si è invece arrivati alla votazione parlamentare. Con 38 no e 20 sì, il Gran Consiglio ha tuttavia rifiutato, il mese scorso, di introdurre una legge cantonaleCollegamento esterno per la prevenzione contro l’ordinaria violenza nell’educazione. Il dibattito sulla questione è però tutt’altro che chiuso.

Cosa porta alla violenza

La domanda che però ancora non abbiamo affrontato è: perché alcuni genitori, nonni, parenti o in generale figure di riferimento per i bambini agiscono nei loro confronti in maniera violenta? La risposta non è semplice, ci conferma la dottoressa Caranzano-Maitre.

A volte le punizioni corporali sono figlie di un agire violento che c’è all’interno del nucleo familiare anche tra gli adulti: quando c’è violenza domestica essa si riversa infatti molto spesso anche sui bambini. Talvolta è uno schema che gli adulti hanno a loro volta subìto da piccoli e, non rendendosi conto del danno che ha loro arrecato, lo ripetono con i propri figli.

“Abbiamo i mezzi per migliorare”

Interrompere questo ciclo vizioso di vessazioni, spiega l’esperta, è difficile non solo perché fa emergere nel genitore domande come: “Non sono un bravo papà o una brava mamma?”. Ma anche perché porta a mettere in dubbio i propri genitori e il loro comportamento nei nostri confronti.

“Ma non si tratta di giudicare nessuno – continua Caranzano-Maitre –, si tratta piuttosto di riconoscere che loro hanno fatto quel che hanno potuto con i mezzi che hanno avuto a loro disposizione. Oggi però abbiamo la conoscenza necessaria per capire quanto male può fare anche solo una sberla. Quanto possa minare la fiducia di un bambino e distruggere il suo amor proprio”.

Sensibilizzazione e prevenzione

Oltre ad insistere per un divieto esplicito delle punizioni corporali, il lavoro di chi si occupa di questo problema sociale è fatto anche e in grande parte di prevenzione. Ed è proprio allo scopo di sensibilizzare il più possibile le persone a questo riguardo che l’ASPI, in occasione del 30esimo anniversario dall’inizio dell’attività nella Svizzera italiana, ha organizzato un congresso internazionaleCollegamento esterno sulla prevenzione degli abusi e dei maltrattamenti sui minori.

“Prima che accada!” non è solo il titolo dell’evento, ma è anche e soprattutto un monito per tutta la società, perché maltrattamenti e abusi sessuali sui minori sono una realtà ben peggiore di quello che si possa immaginare. “Ma si può fermare. Arrivare prima che accada”, caldeggiano i collaboratori di ASPI.

“Questo congresso si indirizza a tutti quelli che hanno a che fare con i bambini”, spiega Caranzano-Maitre. “Abbiamo creato un programma molto vasto e accessibile anche a chiunque sia interessato alla prevenzione degli abusi del maltrattamento infantile”. I temi del primo giorno di incontri, lunedì 23 maggio, sono la responsabilità della prevenzione e il ruolo della politica, delle istituzioni e dei media nel diffondere questi questi messaggi a tutta la società civile.

Martedì 24 ci si concentrerà sulla prevenzione a 360 gradi: delle basi scientifiche, oltre che delle buone idee. “Bisogna essere molto rigorosi e vedere che cosa funziona – asserisce Caranzano-Maitre – perché a volte si possono anche fare danni piuttosto che far prevenzione. Dunque è importante basare tutto il lavoro su quello che si è dimostrato efficaceCollegamento esterno: ci sono delle linee guidaCollegamento esterno della prevenzione sulle quali noi per esempio basiamo il nostro lavoro”. Mercoledì 25, infine, si parlerà in mattinata delle sfide della protezione, mentre nel pomeriggio di famiglia e scuola.

Oltre ad un collegamento video di saluto da parte del presidente della Confederazione Ignazio Cassis, tra i relatori figuranoCollegamento esterno Michelle Halbheer, protagonista della storia del libro e del film “Platzspitzbaby”; il criminologo e professore universitario Paolo Giulini; la giornalista e autrice del libro autobiografico “Non sono cappuccetto rosso”, Roberta Nicolò; Sabine Rakotomalala, membro dello staff tecnico dell’Organizzazione mondiale della salute OMS; il professore di psicologia legale e vice-presidente del Comitato ONU per i diritti dei bambini, Philip Jaffé; il vescovo di Coira, nonché responsabile della Commissione “Abusi sessuali in ambito ecclesiale” della Conferenza dei vescovi svizzeri Joseph Maria Bonnemain; e molti altri. 

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