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Un posto fisso alla Svizzera italiana?

Stefano Franscini: primo ticinese per il primo governo federale del 1848 (foto: mendrisiotourism.ch)

"Suiza latina no existe", almeno per quanto riguarda la presenza in Consiglio federale.

Un romando e un italofono non sono interscambiabili nella rappresentazione delle minoranze linguistiche e regionali.

È possibile e auspicabile garantire una presenza fissa della Svizzera italiana, come proposto recentemente - ma l'idea non è del tutto inedita - dallo storico Urs Altermatt?

Finora, regole giuridicamente non vincolanti hanno garantito un'equa presenza della minoranza francofona.

Anzi, con tre consiglieri federali, come è il caso dal 1999 e come continuerebbe ad esserlo con l'elezione di una candidata romanda al posto di Ruth Dreifuss, la Svizzera francese è rappresentata in modo sovrabbondante.

La minoranza italofona è stata generalmente equamente rappresentata negli ultimi 90 anni, ma non nel XIX secolo.

È auspicabile una clausola linguistica?

Una disposizione costituzionale che garantisse un seggio italofono sfocerebbe probabilmente in situazioni paradossali, come è stato il caso con la clausola cantonale.

Un italofono che ha fatto carriera politica in un cantone francofono o germanofono sarebbe eleggibile? O un grigionese di lingua tedesca domiciliato nel Grigioni italiano? O un candidato che trasferisse precipitosamente il domicilio in Ticino?

Si potrebbe per consuetudine riservare un seggio su sette a un rappresentante della Svizzera italiana: ma in tal caso, si troverà sempre un candidato o una candidata idonei?

Scelta ristretta

La scelta sarebbe ancor più ristretta quando è vacante un solo seggio, dovendo tener conto di vari altri criteri, quali l'affiliazione partitica e la presenza femminile.

La garanzia di un seggio per la Svizzera italiana potrebbe però avere effetti controproducenti proprio sull'integrazione della minoranza italofona nella vita confederale.

Il canton Berna, che ha voluto garantire con una clausola del genere la presenza nel governo cantonale della minoranza francofona, non ha impedito la secessione giurassiana.

Il dialogo invece delle quote

La coesione nazionale e l'integrazione delle minoranze linguistiche e culturali sono questioni che devono coinvolgere tutto il Paese e rimanere sempre d'attualità.

Affidarsi ad un meccanismo di "quote" nella composizione del Consiglio federale, potrebbe portare ad un certo disinteresse per il dialogo tra le componenti della Confederazione svizzera: una "nazione" politica, fatta di cantoni, regioni economiche, città e zone rurali, sensibilità ideologiche e culturali, che non si esauriscono nella dimensione etnico-linguistica.

Privilegiare quest'ultima potrebbe a medio termine anche significare la balcanizzazione del Paese.

Marco Marcacci, storico

In breve

Non esistono regole fisse per la rappresentanza in governo. Dall'abolizione dell'articolo nel 2000 che limitava ad uno per cantone i membri del Consiglio federale, un articolo più flessibile auspica la presenza delle diverse regioni e componenti linguistiche senza fissare cifre.

Malgrado l'appartenenza territoriale perda progressivamente di importanza, la presenza di un ministro in governo conserva la sua importanza per l'identificazione della popolazione nell'autorità nazionale.

Inoltre su molte questioni di interesse nazionale le posizioni delle minoranze romanda e italofona divergono ampiamente: per motivi regionali nella politica dei trasporti; per una questione di mentalità nei rapporti con l'Europa, per ragioni di temperamento e di Realpolitik nelle relazioni con la Svizzera tedesca.

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