Un salario minimo per una vita decente

Tra i settori con i salari più bassi vi sono ristoranti e alberghi, commercio al dettaglio e servizi di pulizia Keystone

Anche in Svizzera numerose persone vivono nella povertà, pur avendo un lavoro a tempo pieno. Con un’iniziativa popolare, i sindacati vogliono ora introdurre un salario minimo generalizzato. La proposta è osteggiata dai datori di lavoro, ma misure analoghe si stanno ormai diffondendo in tutta Europa.

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 gennaio 2012 - 11:00
swissinfo.ch

Nel giro di pochi decenni, le disparità salariali si sono estremamente acuite anche in Svizzera: se una trentina d’anni fa i manager guadagnavano, al massimo, fino a 30 volte di più dei loro dipendenti meno pagati, oggi i salari di alcuni amministratori delegati superano addirittura di 1’000 volte quello dei collaboratori con il reddito più basso.

Tendenza ineluttabile, dovuta alla maggiore concorrenza tra le piazze economiche internazionali, oppure pura sete di guadagno? Il dibattito è in corso da tempo. Di certo, si denota un crescente malcontento nei confronti di salari e bonus milionari, mentre decine di migliaia di persone vivono sotto la soglia di povertà, pur svolgendo un’attività lavorativa a tempo pieno.

Non stupisce quindi che, nel giro di pochi anni, siano state coronate da successo ben tre iniziative popolari volte a lottare contro le disparità salariali. Mentre i primi due testi (vedi finestra a fianco) propongono di limitare le retribuzioni dei manager, l’iniziativa “Per la protezione di salari equi”, depositata lunedì dall’Unione sindacale svizzera (USS), mira ad aumentare i redditi più bassi. In tutta la Svizzera dovrebbe valere un salario minimo di 22 franchi l’ora, ossia circa 4'000 franchi al mese.

Arma efficace

“Con questa iniziativa vogliamo fare in modo che tutti abbiano un salario decente in Svizzera. Oggi quasi il 10% di coloro che lavorano a tempo pieno ricevono un salario inferiore a 4'000 franchi, che non basta nemmeno a coprire i loro bisogni vitali, e spesso devono far ricorso all’assistenza sociale”, indica Daniel Lampart, capoeconomista dell’USS.

“Le nostre proposte mirano inoltre a colmare un’importante lacuna: oltre la metà dei dipendenti non sono protetti da un contratto collettivo di lavoro. E quindi neppure i loro salari”, aggiunge Lampart.

Il salario minimo, spiega il sindacalista, rappresenta un’arma efficace per lottare contro il dumping salariale. E, oltretutto, farebbe diminuire la disoccupazione: attualmente molti lavoratori sono costretti a svolgere un secondo lavoro per sopravvivere.

Pessima soluzione

Contro il salario minimo intendono però battersi a spada tratta le associazioni dei datori di lavoro. “Un salario minimo generalizzato è una pessima soluzione, dal momento che esistono condizioni e bisogni diversi nei vari rami economici. Inoltre sussistono importanti differenze anche per quanto riguarda il livello salariale e il costo della vita nelle varie regioni del paese”, dichiara Ruth Derrer Balladore dell’Unione padronale svizzera (UPS).

Per i datori di lavoro, un salario minimo può essere fissato nell’ambito di contratti collettivi di lavoro, ma non deve diventare un obbligo legale. “Anche perché un salario minimo rischia di escludere dal mondo del lavoro persone con una capacità lavorativa limitata”, sottolinea Ruth Derrer Balladore.

Ma il salario non dovrebbe permettere a tutti di avere una vita decente? “Bisogna sapere cosa s’intende per vita decente”, afferma la rappresentante dell’UPS. “In alcune regioni possono bastare anche meno di 4'000 franchi per avere una vita decente, mentre a Zurigo non bastano a volte nemmeno 5'000 franchi. I sindacati si basano inoltre sul modello di famiglie in cui lavora una sola persona, mentre spesso vi sono due salari”.

Tendenza europea

La posizione del padronato si scontra però con una tendenza in corso negli ultimi decenni in quasi tutta l’Europa. “Solo in Germania, Austria, Svizzera e nei paesi scandinavi non vi è ancora un salario minimo nazionale. Ma nei paesi scandinavi i contratti collettivi garantiscono un salario minimo a quasi tutti lavoratori, mentre in Germania e Svizzera soltanto ad uno su due”, osserva Thorsten Schulten, ricercatore presso l’Istituto di scienze economiche e sociali (WSI) di Düsseldorf in Germania.

L’introduzione di salari minimi è stata tra l’altro favorita dall’avvento della libera circolazione delle persone. Molti paesi hanno così voluto proteggere la manodopera nazionale dai rischi di dumping salariali. Proprio in questi mesi anche la Germania sta per introdurre un salario minimo. A sostenere la proposta è stata la stessa cancelliera Angela Merkel, appartenente al Partito cristiano-democratico di centro destra (CDU).

“Il progetto di Angela Merkel ha incontrato resistenze soprattutto all’interno del suo partito. Ma ormai sembra chiaro che si va verso un salario minimo, anche se in una forma un po’ più ‘light’: sono ad esempio previste differenze tra le regioni orientali e quelle occidentali”, rileva lo specialista di politica salariale.

Interrogativi sull’occupazione

Thorsten Schulten giudica globalmente positive le esperienze fatte finora nei paesi in cui il salario minimo esiste già da molto tempo, come la Francia. “Credo che, senza un salario minimo, in Francia le disparità sociali e la povertà sarebbero molto più grandi di quanto lo sono ora. Sussistono però diversi interrogativi per quanto riguarda gli effetti del salario minimo sull’occupazione: alcune aziende preferiscono limitare il loro personale per non assumersi i costi del salario minimo e delle assicurazioni sociali annesse”.

“Sia in Francia che in Gran Bretagna e negli Stati uniti, il rapporto tra salario e minimo e occupazione è stato oggetto di numerosi studi, che sono giunti a risultati contradditori. Direi che, attualmente, la maggior parte degli economisti internazionali non considerano negativi gli effetti sull’occupazione, a condizione però che il salario minimo venga fissato a un livello adeguato, ossia non troppo alto”.

Iniziativa per un salario minimo

L’iniziativa “Per la protezione di salari equi”, depositata lunedì dall’Unione sindacale svizzera (USS), propone di introdurre un salario minimo di 22 franchi l’ora, pari a circa 4'000 franchi al mese.

Il salario minimo deve essere adeguato regolarmente al rincaro, in misura corrispondente alle rendite dell’Assicurazione per la vecchiaia e i superstiti (AVS).

Confederazione e cantoni devono inoltre fare in modo che nei contratti collettivi di lavoro vengano fissati dei salari minimi corrispondenti al luogo di lavoro, alla professione e al ramo economico.

Secondo l’Ufficio federale di statista, in Svizzera vi sono circa 120'000 “working poor”, ossia persone costrette a vivere in condizioni di povertà, nonostante un impiego a tempo pieno.

Da notare che, finora, soltanto il canton Neuchâtel ha deciso di introdurre un salario minimo. La proposta è stata accolta nel novembre scorso dall’elettorato.

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Iniziative contro i salari esorbitanti

Nei prossimi anni, il popolo svizzero sarà inoltre chiamato ad esprimersi su due altre iniziative popolari, che mirano a ridurre le disparità salariali.

Consegnata nel 2008 dall’attuale senatore indipendente Thomas Minder, l’iniziativa “Contro le retribuzioni abusive” chiede tra l’altro di sottoporre al voto dell’assemblea generale le prestazioni in denaro percepite dai membri della direzione e del consiglio di amministrazione delle società anonime.

Scopo di questa iniziativa è di garantire una conduzione sostenibile delle aziende e di tutelare gli interessi dell’economia e degli azionisti contro le “retribuzioni abusive” percepite da alcuni dirigenti aziendali.

L’iniziativa “1:12 – Per salari equi”, consegnata nel 2011 da Gioventù socialista, esige che il salario massimo all’interno di un’impresa non possa superare di oltre 12 volte quello minimo.

Secondo uno studio della federazione sindacale Travail.Suisse, le retribuzioni percepite nel 2010 da Brady Dougan, CEO di Credit Suisse, erano 1812 volte superiori al salario più basso versato nello stesso anno dalla grande banca..

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