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"Gli Stati Uniti si sono messi un cappio al collo"

Keystone / Cristobal Herrera-ulashkevich

Nell'accesa campagna elettorale per le presidenziali statunitensi l’etica non è più un deterrente. Gli USA potrebbero trarre vantaggio dalle esperienze raccolte negli altri Paesi? L’impresa è tutt'altro che semplice, afferma una corrispondente britannica a New York.

Questo contenuto è stato pubblicato il 21 ottobre 2020 - 17:00

Intervistato a varie riprese circa l’accettazione di un’eventuale sconfitta alle urne, il presidente statunitense in carica ha sempre risposto in modo evasivo e sibillino, lasciando spazio a molte speculazioni.

Anche dopo quattro anni di cinguettii a squarciagola e altre provocazioni, Donald Trump è riuscito a calare l‘asso, allarmando gran parte dell’opinione pubblica americana, e non solo. Con il suo atteggiamento il presidente intacca la credibilità dei processi politici. E di conseguenza, anche la fiducia generale nella democrazia.

"Per quanto riguarda la democrazia, gli Stati Uniti stanno perdendo terreno già da parecchio tempo", conferma Claire Wardle, inglese e fondatrice dell’organizzazione "First Draft", votata a scovare i focolai di disinformazione e insegnare come combatterli. La fondazione ha sedi in tutto il mondo; Wardle, dal canto suo, lavora negli Stati Uniti. Grazie al collegamento globale in rete, il know how sul fenomeno è enorme, specialmente in relazione ai processi politici come le votazioni e le elezioni.

Con "First Draft" Claire Wardle fa lavoro di informazione sui media fin dal 2015. Alice Vergueiro

Tuttavia, negli USA questi dati non fanno breccia. "In questo ambito, quello che succede fuori dai confini nazionali non viene praticamente mai recepito nel discorso politico", prosegue Wardle. Coltivando la convinzione di essere la miglior democrazia al mondo non si lascia spazio a voci esterne – anche se sorprende che questa narrazione venga messa così poco in discussione.

Disinformazione mirata ora anche da sinistra

Durante questa campagna elettorale sono venute alla luce le enormi crepe e spaccature che dilaniano il Paese: la polarizzazione in forte aumento e l’irrigidimento mai così marcato dei fronti politici, a seguito tra l’altro anche di mirate interferenze da parte dei piani alti. "Un presidente che afferma che le elezioni sarebbero manipolate. Per un europeo sarebbe un anatema, mentre qui lo si accetta, persuasi che anche il presidente goda di libertà di espressione." Nelle parole di Claire Wardle il disagio è palpabile.

Eppure il presidente in carica è soltanto l’elemento più visibile – soprattutto all'estero – di una trasformazione che ha ormai raggiunto ampie fasce dell’apparato politico. "Stiamo assistendo a un forte aumento delle campagne di disinformazione a tutti i livelli", prosegue Wardle. Indipendentemente dalla loro appartenenza ideologica, i politici avrebbero meno scrupoli a ricorrere a tiri mancini per screditare gli avversari.

In questo contesto un problema serio sarebbe il fenomeno del "denaro nero": con mezzi finanziari non tracciabili – e pertanto impossibili da attribuire a un determinato partito o figura politica – sarebbe stata fatta molta campagna elettorale digitale. Gli Stati Uniti, a differenza della Svizzera, hanno norme molte ampie sulla trasparenza. Esistono tuttavia numerosi siti web allestiti come normali media online, ma che diffondono deliberatamente informazioni fasulle. "Nell'ultima campagna elettorale si trattava soprattutto di interventi della destra. Oggi invece si assiste allo stesso fenomeno anche dai ranghi della sinistra", prosegue Wardle.

Distinguere la disinformazione mirata dall'informazione fasulla non è sempre facile. In primo luogo a causa della struttura federale del Paese: negli USA il processo elettorale è di competenza degli stati e dei distretti elettorali, le cosiddette ´contee`. Le norme possono variare molto da un posto all'altro, il che genera una certa incertezza: "Ciò che vige in uno stato, è vietato in un altro." Nell'attuale fuoco incrociato digitale, per gli elettori non è evidente ottenere informazioni corrette online, puntualizza l’esperta del mondo mediatico.

Osservatori elettorali internazionali anche dalla Svizzera

Per quanto complesso possa essere il lavoro in questo periodo preelettorale, Wardle crede che la sua organizzazione sarà molto impegnata anche dopo il responso delle urne. "Presumiamo che l’esito non potrà essere confermato la notte delle elezioni." Quest’anno il voto per corrispondenza ha registrato un’impennata e molti stati hanno dovuto adattare in fretta e furia i loro sistemi elettorali. Visto che alcuni stati apriranno le buste soltanto il giorno delle elezioni è molto probabile che ci saranno dei ritardi. A molti democratici si palesa così lo spettro del possibile abuso a vantaggio del presidente di questo periodo di incertezza, anche in seguito alle dichiarazioni menzionate all'inizio.

Un valido strumento per contrastare il sospetto di frode sono gli osservatori elettorali internazionali, la cui presenza può rafforzare la fiducia nell'esito del voto. Mentre in passato le missioni erano limitate ai contesti fragili, oggi le si trova praticamente ovunque. Nell'ultimo ventennio si stima che l’80 per cento delle votazioni sia stato seguito da osservatori elettorali internazionali. Negli anni 1960 si arrivava al 10 per cento.

Anche negli Stati Uniti gli osservatori elettorali internazionali non sono una novità: il primo intervento risale al 2002. Quell'anno è stato particolarmente problematico a causa delle perduranti limitazioni imposte al traffico internazionale e delle restrizioni all'ingresso. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) ha infatti potuto inviare negli USA soltanto 30 dei 500 osservatori elettorali inizialmente previsti. Due di essi provengono dalla Svizzera, come conferma l‘Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani (ODIHR), affiliato all'OCSE.

Questi team si recano nel Paese già diverse settimane prima delle elezioni e tengono sotto osservazione un totale di 28 stati federali. I compiti sono molto ampi e comprendono il quadro giuridico, la registrazione, le campagne, i resoconti e il lavoro dei media in generale, la partecipazione delle donne e delle minoranze nazionali al processo elettorale, il giorno delle elezioni e i successivi ricorsi. L‘ODIHR sottolinea tuttavia che vengono formulate soltanto delle raccomandazioni, la cui attuazione spetta poi al rispettivo Paese.

Inoltre, negli Stati Uniti lo stesso presidente Trump ha ripetutamente esortato i suoi sostenitori a 'controllare' il processo elettorale nei seggi; un tentativo, quest’ultimo, di intimidire l’elettorato del fronte opposto.

E l’ingerenza russa nel processo elettorale?

Claire Wardle avrebbe auspicato una maggior presenza di osservatori internazionali. D’altro canto puntualizza che non ci si può aspettare molto, se non in singoli casi. Secondo lei il problema principale va ricercato nella mancanza di "fair play". In politica vigono leggi non scritte, e se gli esponenti non vi si attengono rimane ben poco da fare.

Facciamo ora il punto sulle ingerenze esterne nella campagna elettorale americana. Nel 2016 abbiamo assistito ad un’accesa discussione sul ruolo della Russia e del suo influsso digitale. Claire scuote la testa: questa volta vi sarebbe un miglior controllo e i tentativi verrebbero sventati più in fretta. "Ci sono stati dei casi recenti dove si è potuti risalire a fonti russe", prosegue Wardle.

Il punto dolente tuttavia sarebbe che questi interventi sono superflui: "Gli Stati Uniti si sono messi un cappio al collo da soli." Infatti, che senso ha usare un bot per minare la fiducia nelle istituzioni democratiche quando il presidente con i suoi tweet a cadenza quasi oraria se ne occupa già in prima persona?


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