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Waterloo dei top-manager?

Percy Barnevik, ex-CEO della ABB, ha intascato alla partenza 148 milioni di franchi, un record europeo

(Keystone Archive)

Una perdita netta di 1,166 miliardi di franchi nel 2001 e la rivelazione di compensi esorbitanti a due ex-dirigenti. Tempi difficili per la multinazionale svizzero-svedese ABB.

"Anche l'ABB a due passi dal grounding", titola venerdì il settimanale economico elvetico Cash. Il riferimento è evidentemente al momento più buio della storia di Swissair, il 2-3 ottobre 2001, quando i velivoli della compagnia di bandiera rimasero al suolo per mancanza di liquidità. ABB come Swissair dunque, sull'orlo del fallimento?

Senza voler cedere a impulsi catastrofisti, vi sono certo nella vicenda ABB elementi che rendono perplessi. Accanto al dato economico, le cifre rosse di un'azienda che aveva fama di grande stabilità, vi è la notizia dei compensi milionari intascati dagli ex-CEO svedesi dell'azienda, Percy Barnevik (148 milioni di franchi svizzeri) e Göran Lindahl (85 milioni).

Senza top manager strapagati, la notizia della perdita milionaria non avrebbe avuto lo stesso impatto. Dopo le polemiche che hanno accompagnato in Svizzera le rivelazioni sui compensi del CEO pro tempore della Swissair Mario Corti o dei dirigenti delle aziende pubbliche (Weibel alle Ferrovie federali e Alder alla Swisscom), il caso ABB fornisce il cocktail perfetto per far esplodere le ire dell'opinione pubblica.

Ma forse la vicenda servirà anche a dare un impulso utile per rivedere i meccanismi di controllo e la trasparenza all'interno delle aziende. E non sarebbe poco.

Un anno difficile

Proviamo a ricapitolare i termini della questione. Il gruppo ABB, attivo nella tecnologie energetiche e dell'automazione, ha annunciato mercoledì i risultati per il 2001. Risultati che, per la prima volta nella storia di ABB, indicano una perdita di 1,116 miliardi di franchi.

Una perdita addebitata in primo luogo agli 800 milioni di franchi accantonati per fronteggiare le oltre novantamila richieste d'indennizzo negli USA, per i danni alla salute causati dai prodotti contenenti amianto della Combustion Engineering, azienda statunitense acquistata da ABB nel 1990 e venduta nel 1999. Il problema degli indennizzi era noto da tempo, ma è stato a lungo sottovalutato dai vertici ABB.

L'attuale CEO della ABB, Jörgen Centermann, ha d'altro canto messo in risalto anche le tendenze positive del 2001, quali la crescita del fatturato del 3% (a cui però si contrappone una diminuzione delle ordinazioni del 7%) e l'aumento del cashflow del 115% rispetto al 2000.

Rimane però l'effetto choc delle cifre rosse. E l'effetto è amplificato dalla volontà, espressa dagli attuali dirigenti della ABB, di chiedere agli ex-dirigenti Percy Barnevik e Göran Lindahl la restituzione dei compensi intascati al momento di lasciare l'azienda.

La trasparenza è necessaria

"Per ABB ci sono delle prospettive di ripresa", dice Alessandro Migliorini, analista del settore alla banca Pictet di Ginevra, "però ci sono ancora delle difficoltà abbastanza evidenti. È necessario che il management attuale rassicuri il mercato."

Rispetto alla questione dei compensi ai manager, Migliorini osserva che il loro ammontare non è eccessivo in sé, se paragonato a quello di alcune compagnie statunitensi. Ma il problema si pone per l'analista in termini di corporate governance, di meccanismi di controllo interni: "Non è possibile che una delle maggiori società europee sia stata così poco trasparente negli anni passati."

"Quando si esprimono perplessità per i salari dei manager", osserva dal canto suo l'economista Silvano Toppi, "si risponde sempre, in linea con il pensiero economico dominante, che i compensi dipendono dalle leggi di mercato. Ma il mercato non prevede anche la sanzione per chi non riesce?"

"A mio avviso", prosegue Toppi, "la sovrastruttura manageriale, mutuata da modelli statunitensi, sta producendo costi inaccettabili per la struttura produttiva. Forse il caso ABB mostra che all'interno delle aziende si sta facendo strada una consapevolezza in questo senso."

Per l'economista la mozione che chiede la pubblicazione dei salari dei manager di società quotate in borsa, accolta all'unanimità dalla commissione per l'economia del Consiglio nazionale, è un passo nella giusta direzione. E magari anche qualcosa in più.

"Credo che la decisione sia indicativa della fine dell'innamoramento fra azionisti e grandi manager. Mi pare che, soprattutto dopo il caso Enron, i manager non siano più considerati i grandi moltiplicatori della ricchezza borsistica e che cominciano a essere richiamati alle loro responsabilità. Vedremo."

Andrea Tognina


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