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La riforma psichiatrica che varcò muri e frontiere

Primo piano di Franco Basaglia; sullo sfondo una lavagna con alcune scritte
Franco Basaglia, ritratto nel 1979 durante una tavola rotonda alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera MLucan

Compie 40 anni in Italia la riforma della psichiatria che sancì la chiusura dei manicomi e restituì ai pazienti i diritti civili. La legge del 1978 porta il nome di Franco Basaglia, un medico il cui approccio interdisciplinare alla salute mentale ebbe un forte impatto anche in Svizzera.

“Basaglia aveva la specialità di non fare compromessi, che in Svizzera tedesca o in Germania sono quasi la normalità. Si potrebbe dire che il compromesso è più realistico. Ma quelli che ha raggiunto Basaglia sono modelli che hanno avuto un impatto incredibile”.

Parole di Giampiero Enderli, psichiatra ed ex presidente della sezione Svizzera italianaCollegamento esterno della Società svizzera di psichiatria socialeCollegamento esterno SSPS-SI, che conobbe Franco Basaglia nei primi anni Settanta, quando questi assunse la direzione dell’ospedale psichiatrico di Trieste.

Basaglia riuscì a chiudere quel manicomio -dopo averlo trasformato, istituendo atelier creativi e una cooperativa di lavoro- e diede a vita un nuovo sistema di servizi di cura, creando le basi per la nota Legge 180/1978Collegamento esterno che riformò la salute mentale in Italia.

L’influenza diretta di Basaglia in Svizzera

Lo psichiatra e neurologo italiano fu invitato nel 1972-73 all’ospedale universitario di Berna, dove gli ambienti studenteschi di sinistra avevano fondato un’associazione per la gestione sociale della salute mentale “ma avevamo idee abbastanza imprecise”, rievoca Enderli.

La Società svizzera di psichiatria aveva appena imboccato la strada del cambiamento, anch’essa ispirata dal passaggioCollegamento esterno di Franco Basaglia in un ospedale del Vallese. Ne era nata una Commissione di psichiatria sociale per favorire strutture intermedie come centri diurni, comunità di auto-aiuto e abitative, servizi psicosociali, laboratori protetti.

Quarant’anni dopo

La riorganizzazione degli enti di sostegno e cura è un cantiere ancora aperto, ma oggi alle cliniche psichiatriche vere e proprie è destinato un numero minore di casi, e i pazienti e le loro famiglie hanno conquistato i diritti civili.

Chi soffre di un disagio o d’una patologia psichica è considerato una persona, prima che un malato, ed è aiutato a superare le sue difficoltà -e assumersi delle responsabilità- nel suo ambiente naturale: in un contesto sociale.


Giampiero Enderli, che nell’intervista qui sopra descrive le principali riforme introdotte da Franco Basaglia, ricorda come il canton Ticino ne fu influenzato più del resto della Svizzera. Con la Legge sull’assistenza socio-psichiatricaCollegamento esterno varata nel 1985 “eravamo noti quasi come pionieri”, dice.

È anche vero che nella Svizzera tedesca, per influsso della vicina Germania, le strutture psichiatriche erano meno retrograde rispetto al sud dell’Europa e necessitavano di cambiamenti meno radicali.

Una formazione e una visione più ampie

Enderli, che che per gran parte degli anni Ottanta insegnò in una scuola per infermieri psichiatrici a Zurigo, ricorda il divario tra gli operatori. A nord delle Alpi l’infermiere non era più un semplice “aiutante del medico”: aveva competenze così ampie da poterne essere consigliere.

Del resto, la presa in carico della persona con problemi di salute mentale era ormai un lavoro d’équipe, nella quale lo psichiatra non è più necessariamente la figura centrale e ognuno mette a frutto competenze specifiche, interagendo con gli altri professionisti.

Anche per questo, prosegue Enderli, alcuni psichiatri erano riluttanti al cambiamento. Non perché non avessero a cuore il paziente, ma poiché “più a loro agio nella relazione personale, come con la psicanalisi”, che è peraltro “un lavoro utilissimo perché molte sofferenze rispondono proprio a una terapia individuale”.

Baristi e parrucchieri, perché no?

Nei primi anni Novanta, con la nascita della SSPS-SICollegamento esterno, fu lanciata in Ticino la Formazione supplementare in psichiatria socialeCollegamento esterno. Una scuola interdisciplinare che a un certo punto pensò persino di integrare baristi e parrucchieri: “sono delle antenne nella popolazione, come un medico mai potrebbe esserlo”.

Giampiero Enderli insiste, su questo aspetto integrativo: ai convegni della Sezione “gli psichiatri erano cinque o sei”; per il resto vi confluivano decine di persone da diverse strutture e di tutte le professioni legate alla salute mentale, per “cercare una linea comune”.
 


Intanto, in Italia, chiudevano uno a uno i vecchi ospedali psichiatrici, i manicomi che Franco Basaglia definiva in questa intervista “centri del contagio” della malattia psichica, strutture al servizio della “serenità della norma” e dell’organizzazione sociale, non del paziente.

Certo, conclude Giampiero Enderli in riferimento alla Svizzera, qualche collocamento forzato è rimasto. Però “si è cominciato a controllarli, per esempio con dei piani di cura. Prima capitava che un paziente venisse in fin dei conti dimenticato. Sulle cartelle non c’era più scritto niente, come se fosse scomparso, e invece era nell’unità dei cronici”.

Un cambiamento epocale

Le nuove leggi, si apprende, non sono state realizzate al 100%. Né al di qua, né al di là del confine. Nondimeno, confrontando la psichiatria di quarant’anni fa con quella di oggi, appare evidente un cambiamento epocale: quello di mentalità. 

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La stanza di un vecchio manicomio

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