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Contro le mafie occorrono norme internazionali

Banche, edilizia in fermento e crescita economica. Grazie a questi fattori le organizzazioni mafiose hanno guardato con interesse negli scorsi decenni alla Svizzera e in particolare al Canton Ticino.

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Lo specifico reato che persegue le organizzazioni criminali, l’articolo 260 ter del codice penale svizzero, è stato introdotto solo nel 1994 e la normativa specifica contro il riciclaggio è un’acquisizione relativamente recente. Ma nonostante questi e altri strumenti la criminalità organizzata, secondo quanto è emerso da diverse inchieste, ha continuato a mantenere alcune propaggini nella Confederazione, soprattutto per scopi di tipo logistico.

Se ne è discusso giovedì all’Istituto elvetico di Lugano nella tavola rotonda condotta da Incontro democratico e che ha visto la partecipazione, oltre a diversi procuratori cantonali e federali, di Alessandra Cerreti della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.

Nei vari interventi è emersa la necessità condivisa di norme specifiche a livello internazionale per contrastare un fenomeno che dispiega la sua efficacia su piano planetario e di ulteriori mezzi a disposizione degli inquirenti.

Che la Svizzera non sia risparmiata da questa piaga lo hanno dimostrato i soldi sporchi rinvenuti nel 1994 in una masseria a Montagnola (Lugano) attribuiti al boss mafioso Salvatore Cancemi e l’inchiesta partita da Reggio Calabria sulla cellula ‘ndranghetista di Frauenfeld (Canton Turgovia) che ha portato nel marzo 2016 all’arresto di 12 cittadini italiani, per citare solo due casi.

Ma in Svizzera la lotta a questo fenomeno sembra essere frenata dalla concorrenza tra autorità inquirenti centrali e cantonali le cui rispettive competenze lasciano ampi spazi di sovrapposizione e conflitto. E la polemica tra procure e Berna si perpetua da tempo.

Da parte sua la Confederazione si sta muovendo per inasprire le disposizioni contro le organizzazioni criminali, nella speranza di contrastare le attività illecite delle famiglie malavitose.

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