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Al voto l’autonomia di Lombardia e Veneto

Dopo tanto aspettare, finalmente si vota. L'appuntamento è per domenica. I cittadini lombardi e veneti devono esprimersi sul referendum consultivo per l’autonomia. Il quesito referendario che i cittadini troveranno sulla scheda non chiede lo statuto speciale per le due regioni, ma la concessione di una maggiore autonomia dallo Stato centrale. In Lombardia non è fissato nessun quorum, nel Veneto si.

La domanda sulla scheda in Lombardia è al quanto complessa: «Volete voi che la Regione LombardiaCollegamento esterno, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?».

Decisamente più semplice quella del Veneto: «Vuoi che alla Regione del VenetoCollegamento esterno siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?».

Alla fine, le dure regioni nel nord chiedono più o meno la stessa cosa: poter gestire direttamente in Regione, come previsto dall’articolo 116 della Costituzione italiana, più competenze e le relative risorse. Competenze di grande importanza legate soprattutto ad ambiente, istruzione, imprese, ricerca e innovazione, beni culturali, salute. 

Novità nella modalità di voto

La Lombardia Collegamento esternosperimenta il voto elettronico, ovvero invece della solita scheda cartacea e matita, i cittadini lombardi esprimeranno il proprio voto attraverso un tablet. Costo dell’operazione: almeno 23 milioni di euro. In Veneto, invece, si voterà in modo tradizionale con le schede cartacee.

Il dato saliente sarà la partecipazione

La domanda non è tanto se i cittadini lombardi o veneti accettino o meno il quesito referendario. Il dato saliente sarà la partecipazione al voto. Se in Veneto sarà un successo una volta superato il quorum (maggioranza assoluta), in Lombardia il dato è più opinabile. In questi giorni i vari partiti e movimenti si sono espressi sul tema. Per il governatore Roberto Maroni, occorre almeno raggiungere la partecipazione del 34%, ovvero la quota raggiunta dal referendum costituzionale sul Titolo V del 2001. Ma più la partecipazione sarà alta, più il presidente della Regione Lombardia sarà legittimato a chiedere a Roma importanti deleghe.

Un “Sì” non significa subito autonomia

La chiamata alla urne dei governatori leghisti Maroni e Zaia — che in verità puntano a trattenere sul territorio una gran parte delle entrate fiscali trasferite dalle rispettive regioni a Roma — ha soprattutto una valenza politica: non porterà dunque automaticamente ad una maggiore autonomia per Lombardia e Veneto. Infatti secondo l’articolo 116 della Costituzione, dopo il voto bisognerà trattare con il governo centrale. Non solo. Si trovasse un’intesa tra regioni e Stato, il governo dovrà portare in Parlamento una proposta di legge che a sua volta dovrà essere approvata dalle Camere a maggioranza assoluta. Un iter non propriamente in discesa.

La vera domanda è però un’altra: se le trattative regioni-Stato dovessero portare a un nulla di fatto, cosa succederà? Il sogno di Maroni sarebbe quello di ottenere lo statuto di regione speciale. Lombardia come la Sicilia. 

 

 

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