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Frontalieri, Roma non intende firmare (per ora)

Keystone

La firma da parte del governo italiano dell’accordo sui frontalieri, su cui era stata raggiunta un’intesa di massima nel dicembre del 2015, non è all’ordine del giorno e non lo sarà nemmeno prossimamente.

È quanto emerso nell’incontro che i rappresentanti sindacali italiani (Cgil, Cisl e Uil) e svizzeri (Ocst, Unia) hanno avuto questa mattina a Palazzo Chigi a Roma, dove hanno discusso con i consiglieri politici ed economici Marco Leonardi e Simona Genovese del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Al di là delle questioni tecniche ancora aperte, non vi sono infatti da parte del governo italiano i presupposti politici per procedere all’intesa.

Riserve italiane

Al momento della parafatura del testo, su cui avevano concordato le delegazioni dei due paesi, Roma aveva posto due condizioni: un’applicazione eurocompatibile dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa del 9 febbraio 2014 e la cessazione di misure ritenute discriminatorie nei confronti dei lavoratori italiani, in particolare l’obbligo di presentare il casellario giudiziale nel Canton Ticino per frontalieri e dimoranti.

Ma se Bellinzona nei giorni scorsi ha annunciato la futura revoca del provvedimento, il lancio di una nuova iniziativa contro la libera circolazione da parte dell’Unione democratica di centro (destra) non è evidentemente vista di buon occhio a Roma.

Salta la visita di Burkhalter

E proprio in questo contesto in continua evoluzione potrebbe risiedere uno dei motivi principali per i quali il ministro degli Affari Esteri Didier Burkhalter ha annullato all’ultimo momento la sua visita prevista in questi giorni nella capitale italiana. 

Ma per tornare all’incontro a Palazzo Chigi, la riunione che aveva lo scopo di far comprendere al governo le peculiarità di questa particolare categoria di lavoratori, si è protratta per più di un’ora da partire dalle 11.30. I consulenti del premier hanno espresso la disponibilità dell’esecutivo ad approfondire la questione dei diritti e della protezione sociale dei lavoratori transfrontalieri, che sono confrontati con regimi diversi in tema di disoccupazione, maternità, previdenza professionale e via dicendo, che devono essere coordinati meglio.

Non solo tasse

In particolare la tematica del dumping salariale di cui ci si lamenta nella Confederazione, è stato concordato nell’incontro, non dovrà essere gestita unicamente sul piano fiscale (aumentando semplicemente il carico tributario di questi contribuenti) ma anche attraverso interventi che garantiscano l’equilibrio del mercato del lavoro nelle zone di confine e che prevengano situazioni di sfruttamento.

Non sono stati peraltro affrontati in questa fase elementi di dettaglio di cui comunque si discute in questi mesi, quali l’eventuale prolungamento del periodo di transizione al nuovo regime fiscale oltre i 10 anni, l’innalzamento della franchigia di esenzione (7’500 euro) o i ristorni ai comuni italiani di frontiera.

“È la prima volta che il governo italiano si china in modo puntuale sulla questione dei frontalieri”, ha osservato al termine della riunione Sergio Aureli (Sindacato Unia), “e si tratta di un passo importante nella giusta direzione per comprendere il fenomeno e apportare i giusti accorgimenti nell’interesse dei lavoratori stessi e dell’economia di confine”.

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