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Storia svizzera "Cresciuti sotto il segno del federalismo"

Della Svizzera si conoscono spesso i miti romantici, come Guglielmo Tell, o immagini stereotipate. La sua storia, però, ha spesso anticipato i grandi temi ideali di quella europea. L'intervista del Corriere del TicinoLink esterno allo storico italiano Emilio Raffaele Papa.

dipinto 'ritirata da marignano di Ferdinand Hodler

La sconfitta a Marignano nel 1515 (nella foto il dipinto di Ferdinand Hodler intitolato "Ritirata da Marignano" esposto al LandesMuseum di Zurigo) ha segnato la fine dei sogni espansionistici dei cantoni confederati. 

(Keystone)

La storia svizzera è tra le più ignorate, nell’implicito presupposto che essa sia sempre stata accessoria rispetto a quelle degli altri Paesi europei. Eppure la Svizzera ha sovente anticipato i grandi temi ideali della storia europea proponendo modelli puntualmente disattesi dalle potenze del continente, intente a una politica di dominio.

Le tesi di fondo dell’esperto storico Emilio Raffaele Papa (Imola, 1931) tornano con la sua "Storia della SvizzeraLink esterno" da qualche mese in libreria in una nuova edizione ampliata.

Corriere del Ticino: Professor Papa, da molti anni il suo testo di storia svizzera, almeno in lingua italiana, è un punto di riferimento. Come nasce il suo interesse per la storia del nostro Paese?

Emilio Raffaele Papa: Nacque piuttosto tardi a dire la verità. Ero ordinario di Storia dell’età moderna e contemporanea all’Università di Bergamo ed avevo già insegnato nelle Università di Bologna e di Torino, ma mi ero sempre occupato assai accidentalmente di storia della Svizzera.

Chi ne parlava talvolta fra i miei colleghi dimostrava una conoscenza sommaria ed insicura della complessa e difficile storia della civiltà politica elvetica, la quale ha offerto un modello di sviluppo costituzionale del federalismo, il più prestigioso in Europa. Facili luoghi comuni standardizzati, tenevano il posto di un impegno di studio che meritava di essere ben più serio.

Il volume Storia della Svizzera di Emilio Raffaele Papa, uscito nel 1993, torna oggi con un'edizione aggiornata e ampliata.

(Bompiani.it)

Perché questo tanto diffuso atteggiamento, superficiale, che relega noi svizzeri ad un ruolo accessorio rispetto agli altri Paesi europei, si perpetua ancora sotto traccia?

Offrirei due spiegazioni. Innanzitutto: l’interesse degli storici tradizionalmente è soprattutto rivolto ai 'Paesi che contano' perché protagonisti delle lotte fra potenze europee nella ricerca incessante di sempre nuovi equilibri che valgano ad affermare l’egemonia di questa o di quella superpotenza. La Svizzera, che era stata una forza militare di ben notevole rilievo ai tempi del cardinal Schiner, ha poi avuto più nobile destino e non fa più parte della predetta cerchia di Paesi: fin dalla disfatta di Marignano nel 1515!

Seconda ragione: la storia svizzera è sempre stata considerata dai più come una sorta di centone, come la somma di addendi fra di loro difformi, vale a dire, come la somma meccanicistica delle storie dei suoi Cantoni. Impossibile coglierne gli sviluppi seguendo un filo unitario. È questo un equivoco nel quale si son posti anche storici svizzeri autorevoli, non accettando di voler impegnarsi nel voler far credere ad una sintesi degli opposti.

Come invece ha tentato di fare lei?

Io non ho tentato una sintesi. Ho semplicemente seguito la traccia di svolgimento della unione progressiva di popoli sempre più avvinti da loro alleanze per gestire una comune logica di difesa: dei loro territori, delle loro risorse, della loro libertà, della loro autonomia, delle loro stesse diversità: da invadenze di conquistatori e di interessati protettori.

È una lunga storia di secoli, una storia di guerre e di lotte (anche fra Cantoni ed all’interno dei Cantoni), fino alla conquista di una costituzione federale, la quale nel 1848, venne fuori dalle difficoltà di poter interporre interventi in contrario da parte di potenze europee, distratte quell’anno da loro problemi interni.

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Furono le paure del Quarantotto agitantesi altrove a regalare definitivamente alla Svizzera una sua più completa autonomia ed il suo potersi raccogliere in uno Stato federale, rivolto verso una politica di pace. Fin dalla mia prima ricerca approfondita di storia svizzera (il Sonderbund) sono rimasto affascinato dalla meravigliosa vicenda di popoli diversi per risorse, lingue, patrimonio civile, i quali da una politica di alleanze passarono ad una struttura confederale, ed infine al federalismo. La Svizzera nello spirito comune di difesa che unì i suoi popoli tracciò dunque la sua storia di Paese unitario.

Basta dare un’occhiata alle seicento pagine del suo volume per avere un’idea della complessità, delle peculiarità e delle difficoltà di penetrazione critica delle vicende storiche svizzere. E tuttavia, se dovesse indicare tre punti di svolta che hanno portato la Confederazione a divenire ciò che è oggi, quali indicherebbe?

Direi che si parte dal Patto del Grütli, per giungere alla costituzione federale del 1848, passando attraverso la cultura non soltanto celebrativa e patriottica, ma soprattutto culturalmente innovatrice delle Società elvetiche del Settecento.

Già, il Settecento. Il massimo settecentista italiano Franco Venturi, attentissimo studioso dell’illuminismo europeo, indicava sovente ai suoi collaboratori la vitalità della storia svizzera settecentesca.

Ebbi la buona sorte di seguire i suoi seminari a Torino, e ne trassi indicazioni fondamentali. Ho sempre sostenuto che la storia svizzera non si svolse a rimorchio della forza trainante del portato della storia europea: francese, tedesca, inglese, italiana. Ma per sua parte lo vivificò e su vari punti di partenza lo precorse.

È questa una vicenda che si può far partire dal tema della "virtù" patria, lanciato dai fratelli Hirzel e da Iselin, e da personaggi quali Breitinger e Bodmer (con la sua "scuola di Zurigo" – l’“Atene della Limmat” – con Lavater e Füssli). Fino all’approdo ai conversari del Castello di Coppet (all’inizio dell’Ottocento, "l’esilio dorato di Madame de Stael madrina del liberalismo romantico", scrivo nel mio libro) che Stendhal definì "gli Stati generali dell’opinione europea". A qualcuno è parsa eccessiva l’espressione di uno storico quale Giorgio Spini, il quale ha scritto di "ginevrismo della cultura italiana" dopo Coppet. Certo, ci furono molti altri stimoli, ma che dire della levatura senz’altro mondiale dell’influsso culturale di un grande ginevrino quale J.J.Rousseau, il padre riconosciuto della teorica democratica moderna?

Nell’aggiornamento, di questa nuova edizione del testo della sua Storia della Svizzera, che ruolo ha il rapporto Svizzera –Europa?

Importante. Quando il libro apparve per la prima volta nel 1994 l’unificazione europea sembrava un cavallo vincente. Tutto sembrava avviato verso l’affermarsi di una Europa federale. Ci fu il referendum francese che bocciò la Convenzione Giscard d’Estaing-Amato, e tutto crollò. Si giunse ad una Europa dei Governi, e non degli Stati: si giunse a livello nemmeno confederale e con tanto di diritto di veto a bloccare ogni cosa nell’interesse dei singoli Stati.

È chiaro che in una tale Europa la Svizzera potrebbe pensare di entrarci soltanto quale Stato "associato" (art.217, TFUE), conservando una sua autonomia fondamentale. L’unificazione europea può avere senso soltanto approdando ad autentiche strutture istituzionali senz’altro federali.

"L’unificazione europea può avere senso soltanto approdando ad autentiche strutture istituzionali senz’altro federali".

Fine della citazione

Infine, tirando le fila della nostra chiacchierata, che cosa direbbe ad un giovane cittadino elvetico che voglia essere orgoglioso del passato del suo specialissimo Paese?

Che ne ha i titoli, ma che deve cercare di meritarseli. L’interesse per la storia elvetica è in Svizzera a livelli quantitativi molto scarsi quanto a canali di insegnamento, e c’è da dire che pochi svizzeri sembrano appassionarsi allo studio della loro storia, ritenendola anch’essi poco avvincente, a parte antiche leggende e cronache di glorie guerriere.

L’insegnamento massimo della Svizzera per gli europei è dimostrato dal semplice rilievo per cui partiti e movimenti politici i quali si combattono durante la campagna elettorale, possono poi dopo le elezioni governare assieme, in un governo che tuteli il più possibile le loro differenze culturali, religiose, economiche e sociali, ponendole come sovrastanti rispetto ad indirizzi politici e ideali i più seguiti nel Paese.

È questo un patrimonio tuttavia, che fa oggi i conti con una situazione politica di avvento – in Svizzera come in tutta Europa – di folate vincenti di un nazionalismo populista – il quale prende per il verso sbagliato valori fondamentali per la pacifica convivenza sociale di ogni popolo. Il momento è difficile. E va ricordato agli europei che la conquista elettorale di una maggioranza, come la Svizzera insegna, non può essere usata per sconfiggere la democrazia.

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