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Pernottamento forzato in Svizzera dei frontalieri, “è inaccettabile”

Il valico doganale chiuso a causa del coronavirus tra Brusino (Ticino) e Porto Ceresio (Varese)
Il valico doganale chiuso a causa del coronavirus tra Brusino (Ticino) e Porto Ceresio (Varese) Keystone / Pablo Gianinazzi

Con gli aggiustamenti degli scorsi giorni sembrano scongiurate le complicazioni di tipo sanitario e persino penale cui rischiavano di andare incontro i lavoratori pendolari italiani in Svizzera al loro rientro a casa. Ma la situazione alla frontiera resta tesa.


La preoccupazione che si era estesa nelle province di confine era infatti che anche i frontalieri occupati nella Confederazione dovessero essere sottoposti all’obbligo di auto-isolamento per un periodo di 14 giorni e di segnalazione alle autorità sanitarie locali, così come previsto dal decretoCollegamento esterno emanato dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti il 17 marzo.

Per risolvere la questione si sono mossi alcuni parlamentari – in particolare il senatore Alessandro Alfieri (Pd) e il deputato Nicola Invidia – e il successivo decreto numero 122Collegamento esterno ha espressamente escluso l’applicazione delle contestate disposizioni ai “lavoratori transfrontalieri”. E questo vale anche in caso di pernottamento per alcuni giorni all’estero.

La precisazione normativa contribuisce inoltre a fugare i dubbi relativi alle possibili ricadute penali per questa categoria di lavoratori, attivi in una regione ad alto tasso di incidenza del coronavirus come il Canton Ticino. Il loro rientro in Italia avrebbe infatti potuto prefigurare il reato colposo contro la saluta pubblica, in violazione in particolare delle norme adottate dal governo a inizio marzo per contenere la diffusione della malattia, come aveva evidenziato l’avvocato Varesino Furio Artoni. Ma anche qui una circolare esplicativa ha contribuito a chiarire la situazione.

Ma chiuso un fronte ne restano aperti altri: il rischio di infezione potenziale sui posti di lavoro in Ticino, regredito in seguito alle chiusure ordinate il 21 marzo dal governo ticinese, ha sollevato proteste al di là del confine e c’è chi ha ipotizzato la chiusura dei valichi anche per i lavoratori pendolari.

Il senatore Alessandro Alfieri (Pd)
Il senatore Alessandro Alfieri, nato a Varese il 2 febbraio 1972, è stato segretario lombardo del Pd e consigliere regionale dal 2010 al 2018. Due anni fa è stato eletto al Senato italiano. © Keystone / Ti-press / Pablo Gianinazzi

Con conseguenze economiche per i soggetti interessati tutte da approfondire in questa delicata fase. In proposito, il senatore varesino Alessandro Alfieri (Pd) ha messo a punto un emendamento al decreto economico del Consiglio dei ministri a tutela delle prerogative dei frontalieri, come indica nell’intervista che segue, costretti a sospendere la loro attività in seguito alle restrizioni imposte per contenere la pandemia.   

Tvsvizzera.it: Con il decreto del 18 marzo i frontalieri non saranno costretti alla quarantena e all’obbligo di denuncia alle autorità sanitarie al loro rientro in Italia. Ma da giorni molti datori di lavoro ticinesi stanno facendo pressioni affinché i frontalieri pernottino in Svizzera, evitando così gli estenuanti controlli alle dogane. Le deroghe valgono anche in questa eventualità?   

Alessandro Alfieri: Siamo ancora in una democrazia e quindi non può esserci l’imposizione di dimorare in Svizzera. È un’eventualità che deve essere concordata dalle parti e limitata ad alcuni casi specifici, come quello del personale sanitario che ha turni massacranti. In generale i frontalieri devono continuare a poter tornare al proprio domicilio, in sicurezza, così come prevedono le disposizioni ai due lati del confine.

Chi rientra dall’estero in Italia, analogamente a quanto vige negli altri paesi europei, deve fare un periodo di quarantena di 14 giorni ma questo non vale per chi si muove per motivi di lavoro.

Si applicano le stesse disposizioni anche al lavoratore che spontaneamente decide di stare più giorni all’estero?

No, questo vale per un massimo di cinque giorni: se uno vuole soggiornare all’estero per più tempo quando torna deve rispettare l’auto-isolamento di 14 giorni a casa. Secondo me però questa pratica di trasferirsi oltre confine va evitata perché c’è un accordo chiaro a livello europeo, all’interno dello spazio Schengen, in base al quale chi si muove per motivi di lavoro può farlo, nel massimo della sicurezza e nel rispetto di tutti i protocolli.

Non gli si può impedire di tornare a casa propria. Quindi combattiamo queste pratiche, non servono, sono sbagliate e in qualche modo speculano anche sul timore delle persone di perdere il posto di lavoro, è inaccettabile.

Il coronavirus è diffuso maggiormente in Ticino rispetto, ad esempio, la vicina provincia di Varese. Per tutelare i lavoratori e ridurre il rischio di contagio Roma potrebbe sigillare anche per questa categoria la frontiera? La ritiene un’ipotesi concreta?

No, al momento non esiste. Noi abbiamo definito dei protocolli, ora dalle dogane passa circa il 20 per cento delle persone che le attraversavano prima della crisi, sono diminuite tantissimo le attività economiche e nessuno transita più per altri motivi (benzina, spesa). 

C’è stato un crollo dei passaggi al confine e non ci sono più le code alla dogana che c’erano nei primi giorni del ripristino dei controlli alla frontiera. Da questo punto di vista oggi viene garantito lo stretto indispensabile per far andare avanti le attività essenziali. Questo naturalmente può proseguire se funziona la collaborazione tra entrambe le parti.

Se però il Canton Ticino dovesse continuare a chiudere unilateralmente i valichi, se non dovesse rispettare gli accordi e i protocolli di sicurezza, se vanno avanti le pratiche di pernottamento forzato nei confronti dei frontalieri, allora si farà una verifica. Ma io non penso che si arrivi a questo. Voglio sperare che tutti collaborino perché solo la cooperazione tra i diversi Paesi può portare alla sconfitta del virus.

Il deputato ossolano Enrico Borghi (Pd) ha espresso negli scorsi giorni la preoccupazione che un’eventuale chiusura dei valichi decisa da Roma possa far perdere le indennità del lavoro ridotto (cassa integrazione) concesse dalla Confederazione ai frontalieri.

Noi non vogliamo che perdano queste indennità. Io ho appena presentato al Senato un emendamento a favore di quei frontalieri che dovessero andare all’isolamento domiciliare o che fossero costretti alla quarantena a causa del pernottamento all’estero: a questa categoria di lavoratori va estesa la possibilità di pagargli le indennità di malattia anche se non hanno un contratto di lavoro in Italia. Ho inoltre presentato un ordine del giorno per la rendita di disoccupazione Naspi che viene erogata dall’Inps: qualora un dipendente non fosse coperto in Svizzera prevediamo una tutela per la perdita di lavoro.   

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