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Voto elettronico Democrazia digitale: la diffidenza aumenta, a giusta ragione

La difitalizzazione della democrazia diretta suscita un'opposizione crescente in Svizzera. 

(Dennis Skley (licence CC))

Per lungo tempo circoscritti a un gruppo ristretto di specialisti informatici, i timori sul voto elettronico investono in pieno oggi il mondo politico. A giusta ragione, rileva Jean-Daniel Delley, ex professore di diritto all'Università di Ginevra.

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Jean-Daniel Delley

Jean-Daniel Delley

"Il voto elettronico, qualunque siano le forme che avrà, non dovrà essere implementato prima che sia data una risposta ai problemi di sicurezza, di segretezza e ai possibili abusi". La democrazia è una questione di fiducia e senza fiducia nessuna democrazia può sopravvivere". Nel suo primo rapportoLink esterno sul voto elettronico del 9 gennaio 2002, il Consiglio federale sembra assolutamente consapevole dei rischi legati a questa nuova modalità di voto. Ma nel contempo, è fermamente intenzionato a non indugiare riguardo all'obbiettivo di "modernizzare la democrazia e di renderla più attrattiva", affinché la Svizzera possa efficacemente "posizionarsi sul mercato", dove "la concorrenza internazionale è agguerrita".

Idee della sinistra riformista

Ispirato dai gruppi di riflessione politica che si sono sviluppati in Francia all'inizio degli anni '60, Domaine Public fece il suo debutto nell'ottobre 1963.

La rivista indipendente ha veicolato le idee della sinistra riformista nella Svizzera Romanda. Nel 2006 Domaine Public abbandonò la versione cartacea per proseguire la sua diffusione in forma gratuita nella rete.

Il suo consiglio d'amministrazione è presieduto dalla già presidente della Confederazione Ruth Dreifuss.  

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I primi lavori e le esperienze-pilota non hanno affatto sollevato contestazioni, se si esclude gli esperti di informatica che insistono nel pretendere la pubblicazione dei codici sorgente dei software utilizzati, in modo tale da controllare la regolarità delle operazioni (DP 1784Link esterno). Ginevra, Neuchâtel e Zurigo figurano tra i cantoni pionieri in quest'ambito. Da parte sua anche La PostaLink esterno ha creato un sistema analogo e ora si profila come concorrente degli stessi ginevrini. La questione non riguarda quindi solamente gli sviluppi della democrazia ma ha anche risvolti di natura commerciale.

Dopo questo percorso sperimentaleLink esterno il Consiglio federale vuole finalizzare il progetto del voto on line affinché i due terzi dei cantoni possano introdurre questo nuovo canale di manifestazione della volontà politica a partire dal 2019. Già nel corso delle recenti elezioni cantonali, il corpo elettorale ginevrino ha potuto optare per questa modalità, senza che si sia potuto osservare un impatto significativo sul tasso di partecipazioneLink esterno, eroso dall'interesse relativamente debole dei nuovi cittadini naturalizzati, secondo quanto ha rilevato il consigliere nazionale dell'Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) - e candidato non eletto al Consiglio di Stato ginevrino - Yves NideggerLink esterno.

Le reticenze e i timori, circoscritti per lungo tempo a un ristretto gruppo di specialisti informatici, coinvolgono ora il mondo politico. Il parlamento urano ha appena rifiutato, quasi all'unanimità, la proposta di fissare una base legale che autorizzasse il voto elettronico. A livello federale il consigliere nazionale Dobler (Partito liberale radicale / San Gallo), tra l'altro uno dei fondatori della società Digitec, specializzata nella vendita on line di prodotti informatici, vuole sottoporre i sistemi di voto a uno "stress test".

Per attirare i migliori hackers il parlamentare sangallese suggerisce di offrire un premio fino a un milione di franchi a coloro che riusciranno a falsificare voti. Ed è disposto a ritirare la sua mozioneLink esterno quando il governo annuncerà che saranno effettuati dei test. Il suo collega Franz Grütter (UDC/Lucerna), titolare di un'azienda informatica, vuole introdurre una moratoriaLink esterno di 4 anni di modo che si possano valutare le esperienze condotte all'estero, tenendo conto dei recenti casi di cyberattacchi, in particolare contro i sistemi di voto elettronico.

«Non si tratta di rifiutare per principio l'innovazione tecnologica, ma di condizionarne l'uso alle esigenze della trasparenza democratica.»

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La propostaLink esterno più radicale proviene dal verde Balthasar Glättli (Zurigo): tutte le fasi fondamentali per lo svolgimento di un'elezione e di una votazione devono essere verificate pubblicamente; l'esito dello scrutinio deve poter essere verificato dagli elettori senza che siano necessarie competenze particolari (DP 2191Link esterno). Va sottolineato che la sua iniziativa parlamentare è sottoscritta da deputati provenienti da tutti i partiti, a eccezione del Partito popolare democratico. La proposta rinvia all'autogestione democratica della procedura di voto: gli stessi cittadini si incaricano del controllo della correttezza delle operazioni. Ora, per quel che concerne il voto on line, questa verifica non può essere affidata che ad esperti. Almeno per il momento.

Non si tratta di rifiutare per principio l'innovazione tecnologica, ma di condizionarne l'uso alle esigenze della trasparenza democratica. D'altra parte la NorvegiaLink esterno ha rinunciato a proseguire i suoi esperimenti, così come altri paesiLink esterno, mentre la Francia sembra insistere su questa via.

Infine Franz Grütter e un gruppo misto di giuristi, informatici e hackers ha annunciato il lancio di un'iniziativa popolareLink esterno che mira a vietare il voto elettronico.

Con il voto elettronico una parte della procedura di voto si svolge in una "scatola neraLink esterno" particolarmente vulnerabile a manipolazioni. Questo limite può mettere in pericolo le istituzioni democratiche che, come ricorda il Consiglio federale, poggiano sul rapporto di fiducia.   

Ma questo problema tecnico – che forse sarà risolto in futuro – non deve far dimenticare un altro pericolo con cui è confrontata oggi la democrazia. In effetti, se la Costituzione federaleLink esterno garantisce al corpo elettorale l'espressione sicura e fedele della sua volontà, essa tutela allo stesso modo la libera formazione dell'opinione delle cittadine e dei cittadini. A questo punto si sa come, attraverso i social media, alcune organizzazioni hanno condotto vaste campagne che mirano a condizionare l'esito degli scrutini. È a questo livello che è urgente agire, con o senza voto elettronico.

L'ombra del Consiglio federale sul voto elettronico

I rischi legati al voto elettronico sono "ragionevoli", ha affermato il cancelliere della Confederazione Walter Thurnherr in un'intervista pubblicata sabato dalla Neue Zürcher ZeitungLink esterno. Il governo spera di tradurre gli esperimenti effettuati in diversi cantoni in un'operazione regolare.

Per il responsabile del dossier in seno al governo il voto elettronico è addirittura più affidabile e sicuro di quello per posta, poiché è più difficile da manipolare. Nello sviluppo dell'e-voting la Confederazione si sforza di creare un sistema in grado di rilevare autonomamente ogni irregolarità, ha sottolineato il cancelliere.

Fino ad ora il voto elettronico è stato utilizzato in circa 200 occasioni in Svizzera e non c'è alcun indizio che lasci supporre che qualcosa non si sia svolto correttamente, ha precisato Walter Thurnherr.

Nel corso delle votazioni del 4 marzo la metà dei cittadini che aveva la possibilità di votare on line ha esercitato questa opzione.

La Confederazione conta di elaborare un progetto di legge che mira a trasformare i test cantonali in un sistema definitivo. In questo modo i cantoni non saranno più costretti a richiedere un'autorizzazione per organizzare il voto elettronico ad ogni scrutinio.

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Traduzione di Leonardo Spagnoli

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