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Cosa resta del sogno di Martin Luther King?

murales di martin luther king
Un murales raffigurante Martin Luther King a Seattle. Keystone

Il 4 aprile del 1968 il leader del movimento per i diritti civili moriva sul balcone di un motel di Memphis, in Tennessee, colpito da un proiettile. A mezzo secolo di distanza, gli Stati Uniti sono ancora alle prese con i loro demoni.

Delle truppe impegnate in una guerra interminabile, degli studenti in collera, delle donne in lotta contro il sessismo, degli atleti neri che denunciano il razzismo della polizia: l’America del 2018 assomiglia per alcuni aspetti a quella di 50 anni fa.

“Gli assassinii, le rivolte, le manifestazioni, il disordine e il caos: nel 1968 abbiamo vissuto degli choc straordinari che sono ancora d’attualità”, afferma David Farber, professore di storia all’Università del Kansas, intervistato dall’Agence France Presse.

Un anno – il 1968 – segnato da due omicidi che hanno profondamente scosso il paese. Quello di Martin Luther King, premio Nobel della pace nel 1964, ucciso il 4 aprile dal segregazionista bianco James Earl Ray a Memphis, in Tennessee, e quello del senatore Robert Kennedy, ferito mortalmente da un palestinese il 5 giugno a Los Angeles, la sera della sua vittoria alle primarie democratiche in California.

La morte del pastore nero, colpito alla testa da una pallottola di fucile mentre si trovava sul balcone della sua stanza di motel, fa scoppiare delle rivolte nelle grandi città americane. L’assassinio di Kennedy permetterà al repubblicano Richard Nixon di avere la strada spianata per la Casa Bianca.

La Radiotelevisione svizzera ha incontrato alcuni testimoni dell’epoca per sapere cosa resta del sogno di Martin Luther King:

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I due assassinii fanno seguito a un altro grande choc. A fine gennaio, i guerriglieri Vietcong e i nordvietnamiti avevano lanciato l’offensiva del Têt, attaccando di sorpresa praticamente tutte le grandi città del Vietnam del Sud. L’offensiva aveva fatto vacillare l’amministrazione del presidente Lyndon Johnson, in un momento in cui nei campus universitari si infiammava la protesta contro il conflitto.  

La guerra in Afghanistan non ha suscitato simili proteste, poiché è stata lanciata dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre e perché la coscrizione è stata abolita nel 1973, osserva Todd Gitlin, dell’Università di Columbia.

Nel 2018 gli studenti si mobilitano per un’altra causa: le armi da fuoco, che uccidono circa 30’000 persone all’anno.

Dal pugno alzato al ginocchio

Il movimento dei diritti civili dei neri è l’altro grande fenomeno del decennio. Come non ricordare, proprio nel 1968, i velocisti neri Tommie Smith e John Carlos che alle Olimpiadi di Città del Messico salire sul podio col pugno alzato per protestare contro la sorte riservata alla loro comunità negli Stati Uniti.

Cinquant’anni più tardi, la questione razziale è sempre d’attualità e la campagna “Black Lives Matter” denuncia le violenze della polizia contro i neri. Nel 2017, il quarterback di San Francisco, Colin Kaepernick, si è ispirato ai due velocisti, appoggiando un ginocchio a terra durante l’inno che precede le partite del campionato di football americano.

La contestazione si è velocemente allargata a tutto il mondo sportivo, suscitando la collera dei conservatori e del presidente repubblicano Donald Trump. Kaepernick e il “Black Lives Matter” sono stati aspramente criticati come lo era stato il movimento delle Black Panthers alla fine degli anni ’60, ricorda Susan Eckelmann Berghel, docente all’Università del Tennessee.

L’emancipazione femminile

E a cinquant’anni di distanza vi è un altro movimento che fa parlare di sé: quello per l’emancipazione delle donne, che nel 1968 aveva manifestato contro il concorso di Miss America organizzato ad Atlantic City.

“Avevano posto una domanda difficile: come devono essere trattate le donne? Questa domanda è ancora d’attualità”, rileva David Farber.

Nel gennaio 2017, centinaia di migliaia di donne hanno protestato contro Donald Trump per denunciare le sue dichiarazioni sessiste. In ottobre, il movimento MeToo è nato sulla scia dello scandalo Harvey Weinstein, il produttore accusato di numerosi stupri e aggressioni sessuali.

Populismo conservatore

Infine, al pari del 1968, anche il 2018 è contraddistinto dalle “promesse non mantenute di una presidenza liberale”, sottolinea Susan Eckelmann Berghel

Lyndon Johnson ha lanciato la guerra contro la povertà e le ingiustizie razziali, ma a causa della situazione in Vietnam non si ripresenta alle elezioni nel 1968. È quindi il repubblicano Richard Nixon che viene eletto, promettendo il ritorno all’ordine e alla legalità.

Barack Obama, primo presidente nero della storia americana, non è dal canto suo riuscito a costruire una “società post-razziale”. Gli è succeduto il miliardario Donald Trump, che è riuscito ad attirare la “maggioranza silenziosa” che aveva già eletto Nixon, secondo Farber. “Trump ha creato la sua versione del populismo conservatore, come aveva fatto Nixon nel 1968”, sostiene il professore dell’Università del Kansas. “Molti americani chiedono ordine (…) e vogliono mantenere le vecchie gerarchie”.

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