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I lavoratori distaccati non avranno il salario minimo garantito

Lavoratori del settore edile.
Keystone / Gaetan Bally

Coloro che forniscono una prestazione transfrontaliera nei cantoni che applicano il salario minimo non vi potranno accedere automaticamente.

Per la seconda volta, il Consiglio degli Stati (la Camera alta del Parlamento federale) ha respinto (con 26 voti a 19) l’entrata nel merito sul progetto di legge frutto di una mozione dell’ex “senatore” Fabio Abate (PLR/TI). Il dossier, che è quindi stato liquidato, chiedeva che anche i cosiddetti lavoratori distaccati (cliccare quiCollegamento esterno per la definizione) che svolgono lavori in un Cantone in cui viene applicato il salario minimo vengano sottoposti a quest’ultimo.

“Decidano i Cantoni”

Secondo la maggioranza dei senatori, i Cantoni che applicano il salario minimo hanno già la possibilità di estenderlo a tutti i lavoratori attivi sul territorio: non è quindi necessario ricorrere al diritto federale per regolare questo problema.

Il servizio odierno del TG:

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Lo scorso marzo, il Consiglio nazionale aveva accolto il progetto di legge – 106 voti a 77 (5 astenuti) – in base al quale i lavoratori distaccati dovrebbero, in futuro, sottostare al salario minimo stabilito da quei Cantoni che lo applicano. La revisione della legge sui lavoratori distaccati vincola in particolare i datori di lavoro stranieri al rispetto di possibili salari minimi cantonali.

“Non implicherebbe obblighi”

Per i sostenitori della soluzione nazionale, come Marina Carobbio (PS/TI), Céline Vara (Verdi/NE), Paul Rechsteiner (PS/SG) e Charles Julliard (Centro/JU), la mozione non crea obblighi per quei Cantoni che non applicano il salario minimo, ma modifica la legge federale sui distaccati affinché le ditte estere che inviano operai in Svizzera siano obbligate a rispettare i salari minimi laddove applicati, come il Ticino, il Giura, Neuchâtel, Ginevra e Basilea Città.

Il problema, insomma, è di natura giuridica giacché le leggi cantonali e le ordinanze non si applicano ai distaccati, sottoposti alla normativa federale. Per questo la mozione crea le basi per una maggiore sicurezza giuridica. Non è quindi vero, stando al campo rosso-verde, che i Cantoni possono già far rispettare i salari minimi.

Per i sostenitori della mozione e del progetto di legge, con questa modifica normativa non si fa altro che istituire pari condizioni per tutti, evitando la concorrenza sleale da parte delle ditte estere che possono inviare in Svizzera i propri rappresentanti senza dover per forza rispettare i salari minimi.

Stando a Rechsteiner, gli argomenti tirati in ballo dagli avversari della mozione e del progetto governativo nascondono invero un pregiudizio ideologico nei confronti del salari minimi. Un “no” a questo progetto, sostenuto tra l’altro da ben 23 Cantoni, proprio da parte della camera che li rappresenta, è incomprensibile secondo il sangallese, nonché un “affronto” nei confronti del Ticino dove vige un salario minimo – 19 franchi – assai basso.

Un “no” equivale, a detta del “senatore” socialista, a lasciare campo libero al dumping sociale e salariale. Insomma, rifiutare il disegno di legge è un “autogol”, una “vergogna” che danneggia il tessuto sociale e le aziende attive sul territorio.

Nel suo intervento, la consigliera agli stati Carobbio ha rammentato le parole pronunciate al Nazionale – che a differenza degli Stati si è sempre detto a favore del progetto, n.d.r – dal presidente dell’Unione svizzera delle arti e mestieri, Fabio Regazzi (Centro/TI), secondo cui la legge creerà uguali condizioni per tutti, facendo in modo che le società estere che distaccano collaboratori in Svizzera, e in particolare nel Ticino, possano venir favorite grazie al mancato rispetto dei salari minimi decisi a livello cantonale.

A nulla è valso l’invito di Parmelin

Ma nonostante l’accorato appello di una parte del plenum, spalleggiato dal consigliere federale a capo dell’economia Guy Parmelin che ha sottolineato anche i vantaggi della legge che introduce una piattaforma elettronica per migliorare i controlli, la maggioranza dei “senatori” ha preferito respingere per la seconda volta l’entrata in materia, mettendo la parola “fine” ai dibattiti su questo tema.

Alla base della mozione Abate del 2018 vi è l’introduzione, nei cantoni di Neuchâtel, Giura, Ticino, Ginevra e Basilea Città, di leggi sul salario minimo per contrastare il dumping sociale e salariale. La revisione della legge prevedeva la possibilità di imporre ai datori di lavoro esteri che inviano i propri dipendenti in Svizzera anche il rispetto delle condizioni salariali minime prescritte a livello cantonale. Questo aspetto non è al momento regolato nella Legge sui distaccati (LDist).

Per rispettare le norme salariali, le aziende e i relativi lavoratori dislocati sarebbero dovuti rientrare nel campo d’applicazione delle leggi cantonali in materia. Il rispetto delle disposizioni sarebbe stato controllato dai Cantoni in base al diritto cantonale.

Il progetto governativo teneva conto della ripartizione delle competenze tra Cantoni e Confederazione stabilita nella Costituzione federale, garantendo il principio di non discriminazione sancito nell’Accordo sulla libera circolazione tra la Svizzera e l’UE.
 

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