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Libia, sì alla tregua e all’embargo sulle armi

Tavolo di conferenza stampa con, sullo sfrondo, logo della Conferenza. Seduti una donna e tre uomini.
La cancelliera tedesca Merkel e il segretario generale dell'Onu Guterres, secondo da sinistra, di fronte alla stampa al termine della Conferenza. Nell'immagine, anche l'emissario dell'Onu per la Libia Ghassan Salamé (a sinistra) e il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas. Keystone / Axel Schmidt

Alla conferenza di Berlino sulla Libia, i leader dei Paesi europei e di quelli arabi -oltre a USA, UE, Unione africana e Onu- hanno approvato domenica un documento che pare spianare la strada a un cessate-il-fuoco duraturo, un embargo sulle armi dirette verso il Paese nordafricano e alla fine delle ingerenze straniere. Il summit non risolve tutti i problemi della Libia ma segna un successo della diplomazia (tedesca e internazionale) e un primo passo verso la pace.

Il documento di sei pagine concordato dalle cancellerie traccia un percorso che parte da una tregua immediata per arrivare a regolari elezioni e all’insediamento di un governo libico unitario, passando per il disarmo delle milizie, l’embargo sulle armi e sanzioni per chi continuasse a non rispettarlo.

Sul futuro del Paese, continua tuttavia a pesare la diffidenza reciproca tra le fazioni del premier di Tripoli Fayez al-Sarraj e del generale di Bengasi Khalifa Haftar: Sarraj e Haftar non hanno firmato il documento. Aleggia inoltre come una contraddizione il fatto che tra i firmatari ci siano gli stessi autori di quelle ingerenze che ora si dichiara voler fermare.

Una mappa della Libia con segnate Tripoli e Bengasi e aree divise in tre colori (blu, rosso, verde)
Il generale ribelle Haftar controlla l’80% del Paese [area rossa]. Sarraj è asserragliato a Tripoli. RSI-SWI

Forza internazionale di pace

Nelle discussioni ha preso sempre più corpo l’ipotesi di una forza internazionale di pace da inviare in Libia sotto l’egida dell’Onu, e che coinvolga in particolar modo l’UE. A favore dell’idea, caldeggiata dall’Italia e in parte rilanciata da Sarraj alla vigilia della Conferenza, si sono espressi l’Alto rappresentante UE Joseph Borrell e il premier britannico Boris Johnson.

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha esultato per i “passi avanti” fatti a Berlino e ribadito “la disponibilità a essere in prima fila per un impegno di responsabilità anche sul monitoraggio della pace”. Anche la Russia è sembrata aprirsi a questa possibilità. 

Entrambi vincolano una decisione in tal senso a una discussione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, “l’unico titolato” -per usare le parole del rappresentante speciale di Vladimir Putin per il Medio Oriente e l’Africa Mikhail Bogdanov- a una mossa del genere.

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I nodi da sciogliere

La rivalità tra Serraj e Haftar resta tra i principali ostacoli all’applicazione dei passi decisi a Berlino, dove è stato impossibile metterli nella stessa stanza per discutere faccia a faccia. Il premier e il generale ribelle hanno seguito i lavori da posti diversi, hanno avuto colloqui separati con tutti e non hanno partecipato alla tavola rotonda.

Alla fine, hanno comunque dato ad Angela Merkel il loro assenso alla nomina dei membri del comitato militare congiunto che secondo il piano d’azione dell’Onu dovrà monitorare il cessate-il-fuoco e stabilire la linea degli schieramenti.

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E mentre Haftar non allenta la morsa sulla produzione e l’esportazione di petrolio libico (forte arma negoziale nelle sue mani), rimane da appurare la reale volontà di applicare quanto sottoscritto a Berlino da coloro che continuano a incrementare la loro influenza nel Paese: Turchia, Russia, altri stati arabi -in primis Egitto e Emirati Arabi Uniti- e Francia.

 

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