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Gli obiettivi geopolitici degli attentati di Parigi e l’uso strumentale della religione

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di Dario Fabbri (Limes)

All’interno dello Stato Islamico (Is o Daesh secondo l’acronimo arabo) esiste un notevole iato tra il fervore religioso della base e il laicismo dei vertici. Ne consegue che spesso semplici terroristi e alti dirigenti perseguono agende assai diverse, con i primi attivamente impegnati nel jihad e i secondi, gestori materiali della macchina amministrativa, guidati da ragioni eminentemente geopolitiche. Esattamente quanto accaduto con gli efferati attentati di Parigi, segnati da un afflato apparentemente religioso e in realtà pensati per incidere soprattutto sulla crisi siriana. Una discrepanza palese che segnala la dimensione statale di Daesh e confuta qualsiasi teorizzazione dello scontro di civiltà.

Malgrado una propaganda di fervente matrice islamica, i principali ministri e generali del califfato sono di estrazione laico-socialista. Ex luogotenenti di Saddam Hussein e già membri del partito baathista iracheno, negli ultimi anni si sono riciclati nelle file di Is dopo essere stati incarcerati o mandati alla fame durante l’occupazione americana dell’Iraq. Al contrario i cosiddetti foreign fighters – in grande maggioranza musulmani ma anche cristiani, ebrei, atei – si arruolano in Daesh perché attirati dalle apocalittiche teorie religiose del leader al-Baghdadi o semplicemente per rendere avventurosa la propria esistenza. Finendo poi per essere manipolati dai loro capi.

Così mentre per le strade di Parigi kamikaze e killer, probabilmente addestrati da Is, colpivano centinaia di innocenti con l’obiettivo di punire gli infedeli e la società aperta francese, in Siria i vertici dell’internazionale jihadista misuravano gli effetti di un piano di squisita natura tattica. Obiettivo di azioni tanto spettacolari, come capitato con il recente abbattimento del volo charter russo, è influire sulla guerra civile siriana. In particolare, preoccupati dalla partizione del paese che le principali potenze internazionali stanno ordendo dietro le quinte, i ministri del califfato intendono convincere la Francia e gli altri “soggetti esterni” ad abbandonare la campagna di bombardamenti aerei. Il rischio (calcolato) è che, per rappresaglia, questi intensifichino i raid ma si tratta di un’evenienza che garantisce comunque la sopravvivenza dello Stato Islamico, giacché soltanto una guerra di terra ne potrebbe determinare la caduta e nessuna cancelleria è intenzionata a inviare un proprio (cospicuo) contingente in loco. Né, come auspicato da Iran e Stati Uniti, saranno i guerriglieri sciiti o curdi a sbaragliare Is poiché, se anche riuscissero nell’impresa, in quanto rispettivamente non sunniti e non arabi non potrebbero mantenere il territorio conquistato.

Connotati di un progetto esclusivamente geopolitico, in cui l’elemento religioso serve ai dirigenti del califfato soltanto per sedurre giovani sbalestrati o al massimo per accreditarsi nei confronti della popolazione locale. E che fa dell’Occidente un mezzo e non l’obiettivo ultimo dell’orribile azione altrui, in barba a qualsiasi decantata guerra di religione.

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