La televisione svizzera per l’Italia

“Stiamo vivendo il più grande choc del dopoguerra”

giuseppe conte
In questo mesi "vi è in gioco il progetto europeo", sottolinea Giuseppe Conte. Keystone / Filippo Attili / Press Office Pa

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte deplora la mancanza di solidarietà con cui si è trovata confrontata l'Italia, auspica la creazione degli Eurobond e respinge le accuse secondo cui il suo paese getta soldi dalla finestra. L'intervista del quotidiano svizzero tedesco Tages-Anzeiger, di cui vi proponiamo la traduzione.

Presidente, molti italiani sono irritati, poiché ritengono che all’inizio della crisi il vostro paese sia stato lasciato da solo, abbandonato dai suoi vicini e dai partner europei di lunga data. Hanno ragione?

È innegabile: l’Italia si è trovata da sola. Anche Ursula von der Leyen la vede in questo modo e a nome dell’Unione Europea si è scusata davanti al Parlamento europeo. Devo dire che ho apprezzato molto questo gesto.

Mentre nelle prime fasi alcuni paesi vicini hanno bloccato delle forniture, Cina e Russia hanno colto l’occasione al balzo, inviando dei charter pieni di mascherine di protezione, apparecchi respiratori, medici ed esperti. Che effetto le ha fatto?

Trovo che la solidarietà dimostrataci da alcuni Paesi sia stata troppo interpretata e giudicata sul piano geopolitico.

+ L’intervista originale in tedesco sul sito del Tages-AnzeigerCollegamento esterno

In modo ingiustificato per quanto concerne Cina e Russia?

In realtà, molti altri Paesi ci hanno sostenuto incoraggiandoci moralmente e fornendoci aiuti concreti: dall’Egitto al Qatar, passando per Cuba. Certo, anche la Russia e la Cina. I cinesi avevano appena vissuto la nostra stessa esperienza e si sono offerti di aiutarci, proprio come avevamo fatto noi in precedenza quando si trovavano nella fase più acuta dell’epidemia.

Cuba, Qatar… e l’Occidente?

Abbiamo ricevuto aiuti anche dall’America e da Paesi europei. Vorrei a tal proposito ringraziare la Germania, che ha accolto pazienti italiani nei suoi ospedali.

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Tuttavia, non ci è voluto molto prima che gli animi si riscaldassero di nuovo e risuscitassero vecchi stereotipi e malignità tra Germania e Italia. Come lo spiega?

Alcuni stereotipi mi fanno ridere, altri invece non li trovo per nulla divertenti. Ad esempio, che l’Italia getti i soldi dalla finestra. Voglio sottolinearlo molto chiaramente: tranne che nel 2009, negli ultimi 22 anni nessun governo italiano ha speso più soldi di quanti ne abbia ricevuti. Il nostro deficit è dovuto agli interessi che paghiamo sul debito, ereditato dai tempi della lira. In altre parole, non solo lo Stato italiano non è spendaccione, ma rispetta i criteri europei sul deficit. Invece del 2,2% di deficit sul prodotto interno lordo che era stato concordato, siamo arrivati all’1,6%.

Inoltre, paghiamo sempre puntualmente i nostri debiti. Gli addetti ai lavori sanno bene che l’Italia è un pagatore molto affidabile, direi eccellente. Come la Germania, l’Italia è un contributore netto dell’UE, anche se questo aspetto viene spesso dimenticato.

“Ogni volta che è stato necessario aiutare dei Paesi a rimettersi in piedi dopo dei disastri epocali, l’Italia è sempre stata in prima linea”.

Nei Paesi del nord si vede però soprattutto l’immensa montagna costituita dal debito italiano.

Sì, nel dibattito sulla gestione della crisi prevale questa confusione. Si sostiene che gli italiani vogliano solo che gli altri Stati paghino i loro debiti. È un’insinuazione non solo falsa, ma sconcertante.

La storia dimostra il contrario: ogni volta che è stato necessario aiutare dei Paesi a rimettersi in piedi dopo dei disastri epocali, l’Italia è sempre stata in prima linea, ad esempio dopo la Seconda guerra mondiale. In quell’occasione abbiamo dimostrato non solo solidarietà, ma abbiamo anche contribuito a creare una visione per il futuro. Alla fine è nato il progetto europeo. Anche oggi che siamo tutti colpiti da un evento contro il quale nessuno può fare nulla, dobbiamo mostrarci solidali. Soprattutto, però, dobbiamo regalare un futuro comune ai nostri figli e ai nostri nipoti.

A proposito della Seconda guerra mondiale: quando gli italiani sono arrabbiati coi tedeschi, il loro risentimento fa menzione sempre della guerra. L’altro giorno, un parlamentare italiano ha detto che si è stufi di subire “i diktat dei nipotini di Hitler”.

Non è un luogo comune, è una sciocchezza, un’idiozia. Quando parlo di cliché, mi riferisco agli stereotipi che apparentemente sono semplicemente impossibili da eliminare, e non a tali stupidaggini.

Ha spesso ripetuto che questo è un momento cruciale per l’Europa. Ha anche affermato che non avrà pace fino a quando i partner non si accorderanno per dei debiti congiunti – gli Eurobond o i coronabond. Il Consiglio europeo si riunisce il 23 aprile. Lei è pronto a fare uso del diritto di veto per bloccare tutto, se gli Eurobond non dovessero passare?

Stiamo vivendo il più grande choc del dopoguerra, quindi anche l’Europa deve dare una risposta che sia all’altezza della sfida. A livello europeo sono già state prese alcune decisioni importanti, come l’intervento della Banca Centrale Europea, la sospensione del Patto di Stabilità, la creazione di “Sure” (acronimo di Support Mitigating Unemployment Risks in Emergency, un fondo di disoccupazione temporaneo su iniziativa della Commissione Europea, ndr), i fondi di garanzia della Banca europea per gli investimenti…

… è già molto, no?

Sì, è vero, ma non è sufficiente se si considera che stiamo affrontando una pandemia che minaccia il nostro mercato comune. L’Europa può farcela se pensa in grande, se mostra più coraggio e se volge il suo sguardo al di là dei confini nazionali.

“Attraverso l’emissione di titoli comuni, tutti i paesi possono sostenere i costi di questa crisi in modo equo e adeguato”.

E questo è possibile solo con gli Eurobond? Lei sa che in alcuni paesi – in Germania, Paesi Bassi, Austria, Finlandia – le resistenze contro la mutualizzazione del debito sono grandi.

I nostri sistemi economici sono interconnessi. Se un paese ha problemi, si innesca un effetto domino, che dovremmo assolutamente evitare. È qui che occorre tutta la potenza di fuoco dell’Unione europea, attraverso l’emissione di titoli comuni. In questo modo tutti i paesi possono sostenere i costi di questa crisi in modo equo e adeguato. Non si tratta di mutualizzare i debiti passati o futuri, ma solo di compiere tutti insieme questo sforzo straordinario.

Nei Paesi del nord, i contrari temono che questo strumento rimanga.

Non un solo euro dei tedeschi sarà utilizzato per pagare i debiti italiani. Questa solidarietà è molto specifica e limitata nel tempo. Ci permetterà di rafforzarci enormemente sui mercati. Inoltre, invierà un segnale politico forte al mondo: l’Europa è solida e unita.

giuseppe conte e angela merkel con in primo piano due bandiere europee
“Non un solo euro dei tedeschi sarà utilizzato per pagare i debiti italiani”. Nell’immagine Conte e Angela Merkel a Bruxelles il 12 dicembre scorso. Copyright 2019 The Associated Press. All Rights Reserved

Dopo aver ribadito per anni il loro no, come pensa che i governi a Berlino e all’Aia potranno spiegare ai loro cittadini che adesso è giunto il momento di emettere gli Eurobond?

Naturalmente non tocca a me suggerire ad Angela Merkel o a Mark Rutte come parlare ai loro cittadini. Posso solo dire che il punto di vista deve cambiare e deve cambiare adesso. Dobbiamo tutti guardare all’Europa da europei, cosa che finora è accaduto raramente. Spesso ogni nazione guarda solo ai suoi vantaggi e crede di dare più di quanto riceve. 

Prendiamo ad esempio la questione della bilancia commerciale: da anni la Germania ha un grande avanzo commerciale e per questo è criticata, poiché è più elevato di quanto prevedano le regole dell’UE. Con il suo surplus, l’economia tedesca non funge da locomotiva dell’Europa, bensì costituisce un freno. Dobbiamo rafforzare la nostra casa comune e ciò deve avvenire rapidamente, per poter competere ad armi pari con le altre potenze economiche mondiali. Per raggiungere questo obiettivo, il mezzo giusto è uno strumento finanziario comune, ambizioso ed equo.

Glielo chiedo di nuovo: se questo strumento non ci fosse, lei porrebbe il veto?

Sono assolutamente deciso ad impegnarmi non solo per il bene del mio Paese, ma per il bene dell’Europa intera.

Sì o no?

Lascio a lei l’interpretazione.

Un altro mezzo per avere liquidità aggiuntive è il Meccanismo europeo di stabilità. Per buona parte degli ambienti politici italiani, il MES è però un concetto proprio difficile da digerire.

Sì, il MES ha una cattiva reputazione in Italia. Non abbiamo dimenticato che nell’ultima crisi finanziaria ai greci sono stati chiesti sacrifici inaccettabili per ottenere dei crediti. Anch’io sono fondamentalmente scettico sul MES.

Anche se, come è stato proposto, per le spese mediche non vi fosse nessuna condizione? Si tratta pur sempre di 35 miliardi di euro.

Vediamo se la nuova linea di credito sarà davvero senza condizioni.

“I nazionalismi danneggiano l’Europa tanto quanto l’europeismo ipocrita. Abbiamo bisogno di un europeismo critico e nello stesso tempo costruttivo”.

Sembra molto scettico. È un europeista convinto?

Non mi sono mai entusiasmato per queste categorie dello spirito. La sola cosa che posso dire è che i nazionalismi danneggiano l’Europa tanto quanto l’europeismo ipocrita. Abbiamo bisogno di un europeismo critico e nello stesso tempo costruttivo. Stiamo vivendo un momento storico che esige un salto di qualità politico. La penso allo stesso modo di Emmanuel Macron: entrambi siamo convinti che in gioco vi è il progetto europeo. Non parlo solo delle prossime elezioni, ma dell’idea stessa di Europa.

In Italia cresce il malcontento nei confronti dell’Europa. Dagli ultimi sondaggi emerge che solo il 35% degli italiani ripone speranze nell’UE.

Questo sentimento deriva dal fatto che ci sentiamo abbandonati da quei Paesi che traggono grandi vantaggi dall’Unione. Prendiamo i Paesi Bassi. Con il dumping fiscale, l’Olanda attira migliaia di grandi aziende internazionali, che trasferiscono lì la loro sede. Questo permette un afflusso massiccio di entrate fiscali, che vengono però a mancare in altri Paesi dell’Unione. Secondo uno studio del Tax Justice Network, ogni anno vengono così persi nove miliardi di euro negli altri Stati dell’UE.

Anche l’Italia approfitta dell’appartenenza all’UE: negli scorsi anni la Banca centrale europea ha sottoscritto titoli di debito italiani in grande quantità.

Chiaro, tutti hanno dei vantaggi. Dico solo che nessuno si deve presentare come il primo della classe, non ci sono primi della classe. È una condotta fuori luogo, soprattutto adesso.

L’Italia è stato il primo paese europeo ad essere colpito dall’epidemia. Quando si è reso conto che si stava profilando una catastrofe?

Quando abbiamo deciso di stringere un cordone sanitario intorno a undici comuni in Lombardia e in Veneto, centro di due focolai. Nella storia della Repubblica non era mai successo prima. Quando poi il numero dei decessi è iniziato a crescere anche in altre zone d’Italia, si è aperta una ferita nel paese e dentro di noi. Non potrò mai dimenticare queste immagini di medici e operatori sanitari stanchi e coi volti segnati.

Lei è stato il primo capo di governo delle democrazie occidentali a imporre restrizioni alla vita pubblica che appena due mesi fa sarebbero state considerate assolutamente inconcepibili. E l’Italia è stato il primo paese a decretare uno stop delle attività economiche, con tutte le conseguenze del caso. Come si vive con una simile responsabilità?

Non la si vive solo come un Presidente del Consiglio che ha la responsabilità verso 60 milioni di italiani, ma anche come un padre di famiglia con tutti i doveri che ne derivano.

Riesce ancora a dormire bene?

Soprattutto non molto, è un fardello pesante. Ma ho l’onore di servire un popolo che in passato ha spesso dimostrato di essere tenace e resistente – soprattutto in tempi difficili.

I suoi avversari le rimproverano di decidere da solo e di parlare alla popolazione solo in occasione di apparizione notturne.

Intervengo sempre e solo quando penso che ci sia qualcosa da annunciare e spiegare. Mi consulto costantemente con i miei ministri e con il comitato tecnico e scientifico. In Italia la sanità è di competenza delle regioni, ma manteniamo un dialogo costante con tutti. Quando c’è in ballo la salute del Paese, le polemiche dovrebbero cessare.

Dice spesso che sarà la storia a giudicare l’operato del governo. Si sente un po’ come un precursore? Molti suoi colleghi europei hanno in definitiva più o meno copiato il vostro modello.

Avrei volentieri rinunciato a questo ruolo di apripista. Ciò che mi rende fiero è di vedere con quale responsabilità la società ha reagito a questa situazione e come il nostro sistema sanitario nazionale ha risposto bene. L’Organizzazione mondiale della sanità ci considera un modello di riferimento. Però è vero, alla fine sarà la storia a giudicarci.

Crede che alcuni Paesi abbiano sottostimato il pericolo?

Questa pandemia ci colpisce tutti, senza distinzioni. Sarebbe irresponsabile sottostimarla.

Come uscirà l’Italia da questa crisi?

Ci cambierà, ci obbligherà a modificare alcune delle nostre abitudini preferite. Ma, allo stesso tempo, sta facendo emergere il meglio di noi: competenza, dedizione, capacità di sacrificio, coraggio, altruismo.

Quando pensa che potremo andare di nuovo al bar e stare al bancone per un caffè?

Quando potremo di nuovo entrare in un bar? Prima dovremo togliere il lockdown, poi riavviare le fabbriche. Solo dopo potremo andare di nuovo al bar.

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