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Le proposte fuori tempo dell’Italia all’Europa

tvsvizzera

di Francesco Daveri

Le proposte per ricucire con Bruxelles

Nei giorni scorsi, con una manovra accuratamente preparata sui media, è partita un’operazione di ricucitura tra Roma e Bruxelles. Ce n’era bisogno in vista dell’incontro di venerdì 26 febbraio tra il premier italiano Renzi e il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, dopo mesi di guerriglia verbale e scambi polemici con colpi anche sotto la cintola.

La ricucitura ha preso la forma di un documento di cinque proposte del governo italiano. Niente più lamentele per ciò che l’Europa (non) ha fatto per affrontare il problema dei rifugiati. Niente più richieste dell’ennesimo decimale di flessibilità di fronte alla deludente chiusura d’anno della crescita e – probabilmente – dei conti pubblici italiani. Basta con le invettive anti Europa, giustificate o no. Invece, ecco arrivare cinque proposte che provano a guardare al comune orizzonte europeo, dunque oltre le attuali difficoltà dell’Italia. Appare così la significativa apertura diplomatica sull’istituzione di un ministro delle Finanze europeo, idea ripresa di recente dai banchieri centrali tedesco e francese, ma qui integrata con l’ambiziosa nota italiana di un bilancio e di eurobond comuni per finanziare gli investimenti infrastrutturali che servono alla Germania come all’Italia , gli investimenti sociali per l’accoglienza dei migranti e un’assicurazione europea contro la disoccupazione (vecchio pallino del ministro Padoan). Si ribadisce poi la proposta di completare l’unione bancaria con l’assicurazione europea sui depositi (a cui la Germania è contraria), per finire menzionando la necessità di eliminare tutti gli squilibri strutturali, quelli dei paesi che hanno la finanza pubblica in disordine (Grecia, Francia, Spagna, Italia) e quelli che hanno avanzi con l’estero troppo persistenti (Germania).

Proposte fuori tempo

Un colpo al cerchio e un colpo alla botte per avere più Europa, insomma. In realtà il timing e la sostanza delle proposte non sono delle più felici. Nessuno può obiettare sulla scelta di apparecchiare il tavolo dell’incontro Renzi-Juncker con pietanze il più possibile europee. È utile fugare l’impressione che quella di Juncker sia la visita di un commissario europeo (del più importante dei commissari) a un paese o premier problematico. Così, a valle delle proposte italiane, ci sarà un incontro tra il presidente della Commissione europea in visita al presidente del Consiglio di un grande paese europeo che vuole contribuire a risolvere i problemi dell’Europa.

Purtroppo, però, la visita romana di Juncker cade nella settimana successiva alla decisione del premier inglese David Cameron di indire un referendum che determinerà conseguenze di non ritorno per l’Europa. Nel caso vinca la Brexit ci saranno effetti economici negativi prima di tutto per il Regno Unito e poi per il resto dell’Europa, se di Europa si potrà ancora parlare “dopo” la Brexit (per un’opinione diversa, si veda il pezzo di Paul De Grauwe LINK). Ma anche se a vincere fosse il sì alla permanenza degli inglesi nella UE, rimane il fatto che è ormai tratto il dado della riforma dal basso della Unione. Una riforma fatta a colpi di referendum confermativi e di altre forme di consultazioni dirette. Sarà un caso, ma appena dopo l’annuncio di Cameron (e della dichiarazione pro-Brexit del sindaco di Londra, Boris Johnson) anche il primo ministro ungherese Viktor Orban ha annunciato l’intenzione di sottoporre a referendum il piano di redistribuzione dei rifugiati orchestrato da Bruxelles.

Ripartire dall’Eurozona

Brexit o non Brexit, sarà messo in discussione l’attuale funzionamento della UE, fatto di accordi burocratici al termine di maratone notturne poi ratificati da parlamenti distratti o ignari delle conseguenze dei dettagli delle loro decisioni (vedi recenti mal di pancia italiani sul bail-in). È molto probabile che ad andare in soffitta – forse definitivamente – saranno non solo i riti ma anche gli ideali pan europei ancora presenti nelle élite europee. È dunque in questo quadro che arrivano le proposte del governo italiano, schierato apertamente in favore di un metodo comunitario che oggi, sotto i colpi di Cameron e Orban, suona un po’ fuori tempo. Soprattutto perché le proposte si rivolgono a 28 paesi, molti dei quali chiedono meno, e non più, Europa. Tra le invettive delle settimane precedenti e un europeismo velleitario e quindi probabilmente inascoltato, rimane per l’Europa e per l’Italia l’esigenza di partire da quel che c’è. E quel che c’è, in definitiva, è l’Eurozona che – lentamente ma con progressi misurabili – sta perfezionando i suoi meccanismi di funzionamento. E’ prima di tutto su questo gruppo di paesi che il governo italiano dovrebbe tarare le sue proposte. Per gli altri poco disponibili a ulteriori cessioni di sovranità, tanto vale dirsi la verità: per loro l’Europa è destinata a diventare una zona di libero scambio o poco più. Con questi altri paesi meglio cominciare a costruire, con calma, regole di cooperazione diverse da quelle dal passato.

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