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"Guerra santa"


«Il ruolo delle donne nella jihad non va trascurato»


Di Serge Gumy


Nonostante sulle reti sociali si trovino immagini di donne con il niqab e il kilashnikov, secondo la ricercatrice Géraldine Casutt il ruolo principale delle donne nella jihad non sembra essere quello di combattente. (Reuters)

Nonostante sulle reti sociali si trovino immagini di donne con il niqab e il kilashnikov, secondo la ricercatrice Géraldine Casutt il ruolo principale delle donne nella jihad non sembra essere quello di combattente.

(Reuters)

La « guerra santa » portata avanti dagli islamisti non è appannaggio dei soli uomini. Anche le donne, a volte giovanissime, partono a combattere in Siria. Un fenomeno che la ricercatrice universitaria Géraldine Casutt sta attualmente studiando. Intervista.

Si chiamano Samra (16 anni) e Sabina (15 anni). Queste due adolescenti della Bosnia-Erzegovina, residenti a Vienna, sono sparite il 10 aprile. «Siamo andate in Siria a combattere per l’islam. Ci ritroveremo in paradiso», hanno scritto nel messaggio di addio lasciato alle famiglie.

Negli ultimi mesi, anche delle giovani francesi hanno cercato di raggiungere la Siria, talvolta con successo. Questi casi, che hanno occupato le prime pagine dei giornali, mettono in luce un fenomeno ancora poco conosciuto, quello della partecipazione femminile nella jihad.

Assistente in scienze delle religioni all’università di Friburgo, Géraldine Casutt sta realizzando una ricerca su questo tema. S’interessa, in particolare, alle donne che gravitano attorno al movimento jihadista sulle reti sociali.

Géraldine Casutt

Le donne possono sostenere i mujaheddin accompagnandoli in Siria come spose, ma anche alimentando la propaganda jihadista in Europa, in particolare su internet.

Il jihadismo non è un fenomeno principalmente maschile?

Géraldine Casutt: Assolutamente no. Il fatto che le donne non sono sotto i riflettori non significa che sono assenti. Possono sostenere i mujaheddin in una lotta che condividono, accompagnandoli in Siria come spose, ma anche alimentando la propaganda jihadista in Europa, in particolare su internet.

Se tra i combattenti stranieri in Siria, le donne sono meno presenti degli uomini, sulle reti sociali sono particolarmente attive. Convalidano e commentano con entusiasmo le notizie inviate dai gruppi di combattenti in Siria, scelgono pseudonimi e foto espliciti per i profili (come la bandiera di un gruppo jihadista) oppure criticano le democrazie occidentali e le leggi che vietano l’uso del velo, ritenute nefaste.

Le donne si spingono fino ad imbracciare le armi?

G.C.: Sulle reti sociali si trovano immagini di donne che portano il niqab e il kalashnikov e incitano alla lotta armata. Nella jihad, tuttavia, il ruolo principale delle donne non sembra essere quello di combattente. Restano nell’ombra come spose o madri e rappresentano un pilastro per la famiglia. I media hanno certo evocato l’esistenza di brigate composte unicamente di donne coi figli, in particolare ad Aleppo, ma queste sono vedove, ciò che conferisce loro uno statuto diverso.

Nell’islam, le donne hanno il dovere di partecipare alla jihad al pari degli uomini?

G.C.: Sì. E d’altronde su internet gli appelli alla “guerra santa” si rivolgono spesso “ai fratelli e alle sorelle”. Ci si aspetta in particolare da queste ultime che non vietino ai loro uomini di partire, che abbraccino la causa jihadista. Fondare una famiglia nella quale potrà crescere una futura generazione di mujaheddin, se possibile in Siria, è un altro imperativo che si ritrova spesso.

In che modo queste donne finiscono per radicalizzarsi?

G.C.: Sono reticente ad utilizzare questo verbo. Gli uomini e le donne attivi nel movimento jihadista non hanno l’impressione di essere fondamentalisti. Al contrario, sono convinti di portare avanti un discorso sincero il cui obiettivo è rispondere a un’ingiustizia. Credono di poter essere d’aiuto alla Siria, che l’Occidente ha abbandonato a sé stessa, e a un popolo musulmano oppresso – come potrebbero fare le organizzazioni umanitarie. La differenza però è che i jihadisti hanno anche motivazioni e ambizioni religiose. In sostanza, sono convinti di condurre una guerra giusta.

Dal suo punto di vista, la jihad è legittima?

G.C.: Non è perché gli attori di una guerra la considerano legittima e necessaria, che bisogna per forza essere d’accordo. Come in tutte le guerre fondate su un discorso del Bene che cerca di trionfare sul Male, la mia preoccupazione principale è quella di comprendere ciò che vuole veramente il popolo che si intende liberare. In altre parole: i siriani vogliono davvero uno Stato islamico che applichi la sharia? E allo stesso modo ci si può chiedere se gli iracheni aspiravano effettivamente a una democrazia all’occidentale.

Esiste un percorso tipo per chi entra nella jihad?

G.C.: È molto facile trovare materiale jihadista su Facebook o Twitter. Ed è facile anche partire in Siria. Tuttavia, non esiste un percorso tipo, come non esiste un profilo tipo dei simpatizzanti della jihad. Le motivazioni invece sono spesso simili. Le donne, di solito, si sentono vittime di atti di islamofobici e di vessazioni, in primo luogo il divieto di portare il velo integrale in Francia, ma anche il foulard a scuola.

Di fatto, hanno l’impressione di non poter vivere come vorrebbero. Bisogna smettere di pensare che queste donne sono vittime dei loro mariti o dell’islam. Scelgono liberamente di portare il niqab. Ma anche se sono molte le donne che avrebbero voglia di partire, soltanto una minoranza passa all’atto.

La Francia suscita un certo risentimento tra i jihadisti. E la Svizzera?

G.C.: In linea generale, non sembra essere un obiettivo privilegiato dei jihadisti. E sinceramente ciò mi stupisce. L’iniziativa anti minareti e il recente divieto di portare il burka in Ticino sono segni piuttosto forti di islamofobia.

Géraldine Casutt

Queste donne non difendono un’emancipazione in senso femminista. Perché dovrebbero voler cambiare un ordine che ritengono perfetto?

Nella sua ricerca si è chiesta se l’azione di queste donne abbia un’impronta femminista. Qual è la sua risposta?

G.C.: No. Il termine femminista ha una connotazione troppo occidentale, che suggerisce una certa visione della donna che non corrisponde alla loro. Tutto ciò che incoraggia la donna ad uscire dal contesto che le è stato attribuito e a trasgredire alcuni imperativi di pudore rischia di sbilanciare la società musulmana. Queste donne non difendono dunque un’emancipazione in senso femminista. Perché dovrebbero voler cambiare un ordine che ritengono perfetto? Non vogliono raggiungere la parità tra i sessi, che considerano un’ipocrisia, ma riflettono più che altro in termini di complementarietà con gli uomini.

In loro vede comunque un desiderio di emancipazione….

G.C.: Più che di femminismo parlerei di “femminislamismo”. È una forma di emancipazione, ma dalla società occidentale, dalle sue norme sociali e d’abbigliamento, dall’immagine della donna nella pubblicità. L’emancipazione, per loro, tocca tutta la comunità musulmana. Queste donne si sentono investite di un ruolo volto a rigenerare una comunità musulmana dispersa nel mondo, che si sente oppressa e alienata. Non cercano però di prendere il posto degli uomini nella jihad. Il modello da seguire, per loro, è principalmente quello delle spose del profeta.


(Traduzione dal francese, Stefania Summermatter), La Liberté



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