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Bambini ad alto potenziale Piccoli camaleonti crescono

Li chiamano geni, bambini prodigio o ad alto potenziale. Il loro QI supera la media, ma raramente sono i primi della classe. Invidiati, spinti all'eccesso e talvolta trascurati, questi ragazzi non trovano sempre le risposte adeguate ai loro bisogni. Come riconoscerli? E quale ruolo affidare alla scuola pubblica?

(Keystone)

Si stima che in ogni società, tra il 3 e il 5 per cento della popolazione abbia un QI più alto della norma (85-115). In Svizzera ve ne sarebbero dunque più di 240'000; in media un allievo per classe. Bambini prodigio? Non esattamente.

«I bambini ad alto potenziale non sono più intelligenti degli altri, ma hanno un modo diverso di pensare», spiega Doris Perrodin-Carlen, che da anni lavora come insegnante specializzata e consulente. «Hanno difficoltà a ragionare in modo lineare. Riflettono per associazione e spesso saltano da un'idea all'altra spiazzando i loro interlocutori e in particolare i docenti».

Di fronte a un problema di matematica, ad esempio, questi bambini trovano spesso la soluzione in un battibaleno, senza però riuscire a spiegare le tappe del loro ragionamento.

Storia del "Signor perché" "Troppo" intelligente per essere compreso?

Ivan* ha 19 anni e un QI più alto della media. Conosce a memoria la storia antica, ma non riesce ad imparare cinquanta vocaboli a memoria. Storia di un giovane ad alto potenziale e di quel talento che sui banchi di scuola si è trasformato in zavorra.

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«La gente è convinta che chi ha un QI superiore alla media sia un piccolo genio, un cervellone che va bene a scuola e ha una carriera assicurata. Ma non è così. Io non mi sento più intelligente degli altri. Diverso, forse. A volte perfino un marziano finito per caso su un pianeta sconosciuto, dove non è facile trovare dei punti di riferimento». 

Ivan ha appena compiuto 19 anni. È un ragazzo sveglio, che adora la storia e la biologia. Da piccolo, non si stancava mai di fare domande: perché le foglie cadono, il gatto odia il topo, la luna rimpicciolisce e poi si fa più grande?  I suoi genitori lo chiamano il "Signor perché". Per i compagni di classe, invece, è semplicemente un tipo strano, un secchione che parla poco e chiede cose bizzarre.

Lo incontriamo al bar della stazione, in un piccolo villaggio della Svizzera romanda. All'apparenza timido e riservato, è un fiume in piena quando inizia a raccontarci la sua storia.

Parole nemiche

«Quando ero piccolo assorbivo tutto come una spugna. Non ho mai avuto bisogno di studiare». Allievo modello, Ivan inizia ad avere i primi problemi scolastici alle medie, e poi al liceo.

«In classe mi capitava sempre più spesso di annoiarmi e in alcune materie – come il tedesco – facevo fatica a seguire. I maestri ci davano liste intere di vocaboli da imparare a memoria. Io ci provavo, ma non sapevo da che parte cominciare».

Le insufficienze si moltiplicano, l'ansia aumenta e Ivan perde due anni di liceo. Molti docenti gli danno fiducia, convinti delle sue potenzialità. Nessuno capisce però come mai questo giovane così brillante abbia difficoltà in alcune materie e lo prendono per un fannullone. Su consiglio di un professore, Ivan decide di chiedere aiuto a una specialista per cercare nuove strategie di apprendimento. «Volevo capire perché i miei compagni, dopo una notte di bisbocce, riuscivano a mettersi in testa una lista di parole, mentre io nemmeno studiando tre giorni ce l'avrei fatta».

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Pensieri volanti

La risposta arriva entro l'estate e suona come una conferma: Ivan fa parte di quel 2,3% della popolazione con QI superiore a 130 (vedi a fianco). Un paradosso? Non proprio. Di fatto le persone ad alto potenziale non sono considerate più intelligenti delle altre, ma semplicemente ragionano in modo diverso, meno sequenziale e strutturato. Se alcuni giovani dall'intelligenza precoce riescono senza problemi a scuola, altri hanno problemi di apprendimento, e fanno fatica a trovare gli stimoli o il sostegno necessari a superare questi ostacoli.

Ivan sapeva fin da piccolo di essere "diverso", ma c'è voluto un test del QI per aiutarlo a prenderne coscienza. «Tutti i genitori pensano che il loro bambino sia un piccolo genio.  Ma non è così… In un certo senso avevo bisogno di una persona esterna che mi permettesse di capire perché mi sentissi così diverso dagli altri, cosa c'è che non va in me».

Il timore di fallire però è grande, soprattutto per un perfezionista come lui. «La notte prima dell'esame, non son riuscito a dormire talmente ero agitato. E poi durante il test vedevo trabocchetti ovunque e cercavo sempre la soluzione più complicata anche negli esercizi semplici».

Storie di famiglia

Negli ultimi anni il tema dei bambini ad alto potenziale è stato mediatizzato molto e i test psicologici – che seppur controversi sembrano essere l'unico metodo di accertamento possibile – vengono fatti già a partire dai 3-4 anni. Nel caso di Ivan, però, è stato diverso.

L'esperienza negativa vissuta dalla madre ha giocato un ruolo fondamentale. «Anch'io ho un QI superiore alla media. Sono stata testata trent'anni fa da uno psicologo scolastico», racconta con timidezza questa donna.

In pochi giorni la notizia fa il giro della scuola. «Ogni volta che prendevo una brutta nota, i compagni mi sfottevano e i docenti mi rimproveravano. Così quando io e mio marito ci siamo resi conto che anche Ivan e suo fratello erano bambini ad alto potenziale, abbiamo deciso di non sottoporli allo stesso destino e di lasciarli vivere un'infanzia normale, se così si può dire».

Compleanni mancati

Se da piccolo Ivan non ha avuto grandi problemi a scuola, con i compagni di classe la relazione è sempre stata difficile. «A due anni parlava già come un adulto, ma non aveva amici. Lo stesso per suo fratello: nessuno li ha mai invitati a un compleanno e nessuno è mai venuto al loro».

Alla scuola dell'infanzia la maestra propone ai genitori di Ivan di fargli saltare una classe, ma loro rifiutano: «Abbiamo pensato che avrebbe aggravato i suoi problemi d'integrazione». La famiglia si chiude così a riccio e i genitori cercano di compensare come meglio possono queste carenze affettive e la mancanza di stimoli. «Li abbiamo portati a visitare tutti i musei della Svizzera romanda, tutti i luoghi storici. Abbiamo preso internet, in modo da poter cercare assieme le risposte alle loro domande».

Da adolescente, Ivan diventa un bersaglio privilegiato per i compagni di scuola, al punto che la famiglia decide di trasferirsi in un altro comune. Emarginato dal gruppo e confrontato con le prime difficoltà scolastiche, Ivan lascia spazio alla rabbia. «Un giorno è tornato da scuola e mi ha detto: "se avessi un handicap, gli altri sarebbero più gentili con me"», racconta la madre.

Anche con i docenti la relazione non è sempre stata facile: «Mi è capitato diverse volte di correggerli, soprattutto alle medie. E non tutti apprezzavano i miei interventi. Oppure facevo domande alle quali non sapevano rispondere, mettendoli involontariamente in imbarazzo».

A caccia di un dono

Ancora oggi i professori non sanno che Ivan è un giovane ad alto potenziale. O per lo meno non ne hanno conferma. Ivan non ha ancora deciso se rendere pubblico il risultato del test. La sfiducia nei confronti della scuola è grande. «Se ne avessimo avuti i mezzi, avremmo mandato i due ragazzi in una scuola privata. Ma mio marito fa l'operaio e io ho smesso per tanti anni di lavorare», spiega la madre.

In Svizzera, le scuole che offrono programmi speciali per gli allievi ad alto potenziale si contano sulle dita di una mano e gli istituti privati non sono certo alla portata di tutti. «So che la scuola pubblica è confrontata con esigenze sempre maggiori, ma se non si fa nulla per aiutare questi ragazzi, si rischia di perdere un grande potenziale. Ivan ha pensato spesso di lasciare la scuola».

Per ora la priorità resta la maturità. Ivan continua la sua ricerca di un metodo di studio che gli permetta di imparare a memoria e di raggiungere così la sufficienza in tutte le materie. Nel frattempo cerca di gestire i suoi problemi di ansia e di acquisire un pizzico di sicurezza in più. E poi? «Vorrei andare all'università e insegnare storia o francese in un liceo», risponde il giovane. La madre lo guarda e aggiunge: «Spero che da adulto riesca a trovare un ambiente ricco di stimoli, un'emozione intellettuale che gli permetta di crescere. Io a un certo punto della mia vita ho dovuto mettere un coperchio sopra il mio QI e andare avanti. Vorrei che lui potesse viverlo in modo diverso, che sia un dono e non più un handicap».

*Nome conosciuto alla redazione

Come riconosere un bambino ad alto potenziale?

Sono considerati ad alto potenziale cognitivo, le persone con un QI superiore a 125. Il 70 per cento della popolazione circa si situa nella fascia compresa tra 85-115.

Non tutti i bambini intellettualmente precoci sono i primi della classe. Molti ottengono risultati nella media e un terzo circa è confrontato con un insuccesso scolastico.

Riconoscerli può dunque risultare difficile.

Oltre ai problemi di apprendimento, i bambini ad alto potenziale sono spesso confrontati con disturbi del linguaggio o difficoltà di carattere emotivo.

I ricercatori americani G. Betts & M. Neihart hanno elaborato sei profili di adolescenti-tipo ad alto potenziale. Uno strumento considerato prezioso per il riconoscimento di questi piccoli camaleonti.

L'allievo che riesce bene a scuola: Studente modello e ambizioso. In classe si annoia, ma non lo dà a vedere. Corrisponde all'immagine stereotipata del bambino ad alto potenziale.

L'allievo provocatore: Particolarmente creativo, manifesta apertamente la sua frustrazione in classe. Molto sensibile, è spesso sulla difensiva e tende a sfidare gli insegnanti.

Allievo invisibile: Frustrato e poco sicuro di sé stesso. Nega le sue doti perché cerca di mimetizzarsi nel gruppo.

Allievo a rischio: Arrabbiato con il mondo degli adulti e la stessa società. Si sente isolato e respinto.

Allievo doppiamente eccezionale: Confrontato con difficoltà di apprendimento o un handicap fisico o emotivo. Ha una bassa stima di sé stesso. È molto sensibile, teso e confuso. L'insuccesso è fonte di grande ansia.

Allievo autonomo: Entusiasta e sicuro di sé stesso. Segue le sue passioni e difende le sue convinzioni.

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Questa differenza di pensiero trova conferma sul piano neurologico: «La plasticità del loro cervello è più alta, i due emisferi hanno una migliore connessione e le aree celebrali sono sfruttate in modo più pertinente», sottolinea la psicologa dell'infanzia Claudia JankechLink esterno. I bambini riescono così a elaborare un numero maggiore di informazioni rispetto ai loro coetanei, e questo a una velocità singolare.

Uno tra i tanti

Essere un bambino ad alto potenziale non significa però forzatamente essere il primo della classe o eccellere in tutte le materie. Alcuni allievi passano semplicemente inosservati: come piccoli camaleonti si confondono nella massa, restando al di sotto delle loro potenzialità. Per i docenti riconoscerli diventa allora difficile.

«Ricordo che in prima elementare una bambina faceva finta di non saper leggere perché voleva essere "come gli altri"», sottolinea Doris Perrodin-Carlen. «A scuola le bambine tendono ad adattarsi ai loro compagni, si annoiano senza disturbare». Proprio per questo, secondo la pedagoga, il numero di ragazzi riconosciuti come ad alto potenziale è superiore rispetto a quello delle ragazze

Un divario che si ritrova anche tra le diverse classi sociali: «In quelle più povere, o con un livello di istruzione più basso, i genitori spesso non hanno accesso all'informazione e non sanno come agire di fronte a quei bambini che chiedono sempre perché. I figli, invece, nascondono il loro potenziale per paura di oltrepassare e imbarazzare mamma e papà».

Gli ultimi della classe

Se alcuni bambini riescono a confondersi nel gruppo, altri sviluppano comportamenti fuori dalla norma, giudicati talvolta irriverenti o egocentrici. Secondo le stime di alcuni insegnanti e psicologi, un terzo degli allievi precoci è confrontato con un insuccesso scolastico. Cifre non corroborate da studi empirici, che sottolineano tuttavia un malessere latente. Come si spiega questa difficoltà?

La noia sembra essere il pericolo numero uno. «Privati degli stimoli necessari, questi allievi perdono progressivamente la motivazione. Per stimolarli non bastano delle schede in più, ci vuole una buona dose di pazienza e creatività. Non è un compito facile per gli insegnanti», commenta la pedagoga Doris Perrodin-Carlen. Ci sono bambini che a scuola si sentono trasparenti perché i maestri non li interrogano mai, prosegue la psicologa Claudia Jankech. «"È chiaro. Sanno già la risposta", mi dicono gli insegnanti, senza rendersi conto che anche questi ragazzi hanno bisogno di riconoscimento. Molti non sono convinti di avere una marcia in più. Al contrario, spesso si sentono diversi, esclusi dal gruppo».

Abituati fin da piccoli ad assorbire informazioni come spugne, senza sforzi particolari, questi bambini imparano più tardi degli altri a gestire gli insuccessi e a studiare con metodo. «Il giorno in cui si trovano di fronte a un problema che non riescono a risolvere si scoraggiano. Alcuni sono talmente perfezionisti che preferiscono rinunciare piuttosto che sbagliare. Devono imparare che l'errore fa parte del processo di apprendimento».

Una sfida educativa

Cosa può fare dunque la scuola pubblica per contribuire allo sviluppo di questi bambini? La parola d'ordine sembra essere la differenziazione o, in parole più semplici, un insegnamento adattato ai bisogni dei singoli allievi, da quelli più in difficoltà a quelli più avanzati. Questo tipo di pedagogia si scontra però con la logica di programmi scolastici concepiti in base all'allievo "medio", con la moltiplicazione delle aspettative nei confronti degli insegnanti e con le reticenze delle istituzioni pubbliche e dei genitori.

Oggi tutti i cantoni svizzeri prevedono la possibilità di far saltare una classe ai bambini ad alto potenziale o la dispensa da alcune materie. Nella Svizzera tedesca, dove la selezione è più precoce, gli istituti scolastici riservano spesso corsi specializzati per questi allievi e possono contare sulla consulenza di una persona di riferimento.

Nella Svizzera francese e in quella italiana, invece, l'idea di incoraggiare gli allievi precoci non è vista di buon occhio ed è spesso lasciata all'iniziativa dei singoli. Edo Dozio, insegnante all'Alta scuola pedagogica di Locarno e coautore di uno studio sul tema commenta: «Se i bambini manifestano un disagio, o si annoiano platealmente, allora la scuola ha il compito di aiutarli. Ma questo capita raramente: lo scorso anno in Ticino abbiamo recensito un solo caso problematico.  Quando invece questi bambini riescono ad adattarsi, non spetta alla scuola fare una politica di promozione attiva dei talenti. Senza contare che gli allievi precoci recensiti si contano sulle dita di una mano. L'obiettivo della scuola ticinese non è quello di selezionare i bambini fin dall'infanzia, né di spingerli alla competizione seguendo un modello economico».

Valorizzare i talenti nascosti

Qualche iniziativa però è stata comunque lanciata negli ultimi anni: diversi cantoni, tra cui Ticino e Neuchâtel, hanno emanato delle direttive per i docenti e da qualche anno nel Giura e nel canton Vaud, questi bambini vengono raggruppati mezza giornata a settimana. Imparano a superare gli ostacoli, a far fronte agli errori, parlano delle loro paure e degli ultimi libri divorati.

Promozione attiva dei talenti o semplice appagamento di un bisogno? Per Doris Perrodin-Carlen la risposta è chiara: «Insistere affinché un bambino impari a leggere prima del tempo è controproducente, ma qui si tratta di rispondere a una sete di conoscenze dell'individuo. È chiaro che bisogna restare vigili affinché i genitori non mettano i bambini sotto pressione prendendoli tutti per geni incompresi, ma la scuola non può lavarsene le mani».

Quanto vale un test del QI?

I bambini ad alto potenziale cognitivo possono essere riconosciuti unicamente attraverso un bilancio psicologico, che include un test di intelligenza e una valutazione della personalità. Nella comunità scientifica, tuttavia, questi metodi di analisi non fanno ancora l'unanimità.

Attualmente i test QI più utilizzati sono quelli di Wecshler, che permettono di misurare il quoziente intellettivo di una persona rispetto alla media rivelata in un gruppo test della stessa età.

Si stima che il 70 per cento della popolazione abbia un QI compreso tra 85 e 115.

Tra 115 e 125 si parla di "zona grigia", mentre al di sopra di 125 di persone ad alto potenziale cognitivo.

Questa categoria corrisponde al 2-5 per cento della popolazione. Diversi studi dimostrano come il QI di una persona sia legato per il 50 per cento a fattori genetici, il 25 per cento a fattori ambientali e il 25 restante a fattori personali.

In ogni classe scolastica vi sarebbe almeno un allievo ad alto potenziale, ma meno della metà viene riconosciuto come tale.

In caso di necessità, i bambini possono essere sottoposti gratuitamente a un test del QI all'interno dell'istituto scolastico, sotto la supervisione degli psicologi cantonali. Da un professionista privato questi test costano tra gli 800 e i 1'000 franchi e sono accompagnati da un rapporto scritto sulla personalità del bambino.

In Svizzera ci sono diversi istituti privati che si rivolgono espressamente a bambini ad alto potenziale cognitivo. La scuola pubblica, invece, propone unicamente il salto di una o due classi, o in casi eccezionali, corsi paralleli per i più avanzati.

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swissinfo.ch


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