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Centro di riciclaggio


La missione impossibile di chi recupera la plastica


Di Luigi Jorio, Crissier


 (Keystone)
(Keystone)

Il governo intende introdurre l’obbligo di riciclare alcune materie plastiche. La maggior parte dei flaconi e degli imballaggi finisce infatti tra i rifiuti. Per chi si occupa di recuperare la plastica, le difficoltà superano però spesso i benefici. Reportage in un centro di riciclaggio nel canton Vaud.

Alcuni tubetti di crema medicinale sono sparsi sull’asfalto bagnato. Sono caduti da una pila di scatole di cartone, sistemate a margine del piazzale di scarico merci. Centinaia, forse migliaia di tubetti vuoti, che attendono di essere riciclati. O forse no.

«Sono avvolti da una sottile pellicola di alluminio, troppo fine per essere riciclata. E non sono sicuro che la parte in plastica sia omogenea. Certo, possiamo svitare i tappi. Ma per ricavarne cosa? 20 o 30 kg di plastica? No, non vale la pena», afferma Christian Piller, direttore di Retripa, un centro di riciclaggio e di valorizzazione dei rifiuti a Crissier, vicino a Losanna.

«Anche questa è irrecuperabile», ci dice raccogliendo una vaschetta alimentare. «La parte solida è fatta di polistirene, mentre il film che chiude l’imballaggio è del polietilene poliammide. La vaschetta è stata in contatto con la carne ed è forse stata contaminata. Non possiamo escludere il rischio di epizoozie. Meglio incenerirla».

Gli yogurt non bastano

Lo stabilimento di Crissier si occupa principalmente di carta, cartone, legno e ferro. La plastica proveniente dalle industrie, dai negozi e dalle discariche comunali rappresenta circa il 15% del materiale recuperato (1'000 tonnellate all’anno).

Tra gli oggetti che vengono frantumati e trasformati in granulato vi sono recipienti, taniche, cassette per le bottiglie, fogli quadrati e contenitori alveolari per piante, solo per citarne alcuni. Il PET e le bottiglie di latte in polietilene (PE) sono invece compressi in enormi cubi, che verranno poi trasportati verso i centri di rigenerazione.

Per gli addetti ai lavori, la difficoltà del riciclaggio risiede nella caratteristica principale delle materie plastiche: la diversità. PVC, PET, PE, PA, PP,…le varietà di plastica in commercio si contano a centinaia, rileva Christian Piller. «C’è l’obbligo di indicare di quale tipo si tratta, ma tra i rifiuti si trovano anche numerosi frammenti, ad esempio un pezzo di tubo, sui quali non vi è alcuna informazione».

Alcuni prodotti, prosegue, sono un miscuglio di varie materie plastiche, «ciò che rende la separazione praticamente impossibile». L’aggiunta di agenti collanti, coloranti e additivi chimici complica ulteriormente il lavoro.

Presso Retripa, così come negli altri centri della Svizzera, la plastica viene suddivisa in gran parte a mano, lungo un nastro trasportatore. Le macchine per la separazione automatizzata, che fanno capo a una tecnologia a infrarossi, sono per ora utilizzate solo all’estero.

A interessare Christian Piller sono soprattutto gli scarti industriali e dell’artigianato. «Sono omogenei e disponibili in grandi quantità. E solitamente sono puliti. Un’azienda familiare mi aveva proposto di recuperare i vasetti dello yogurt. Ho rinunciato: il loro numero non era sufficiente per coprire i costi logistici».

Le soluzioni tecniche di riciclaggio esistono, almeno per alcuni tipi di plastica, puntualizza Christian Piller. «Sono i costi di trasporto e di separazione ad essere elevati. Se non avessi già avuto tutta l’infrastruttura, dubito che mi sarei lanciato nel riciclaggio della plastica. Ho visto diverse ditte specializzate fare fallimento».

La plastica? Meglio bruciarla

«L’incenerimento delle materie plastiche comporta diversi vantaggi ecologici, energetici e tecnici», afferma a swissinfo.ch Norbert Helminiak, portavoce dell’Associazione svizzera delle materie plastiche.

«Non si può riciclare tutto. Per alcuni prodotti l’energia ottenuta tramite l’incenerimento, ovvero attraverso la produzione di elettricità, è superiore a quella necessaria per alimentare i processi di raccolta, di separazione e di riciclaggio».

Secondo l’associazione di categoria, sarebbe però possibile aumentare leggermente la percentuale della plastica riciclata. I prodotti riciclabili devono però essere facilmente riconoscibili. «Ad esempio le pellicole utilizzate in agricoltura», afferma Norbert Helminiak.

Separare la plastica in ambito domestico, con l’eccezione delle bottiglie di PET, è al contrario più difficile. «I flaconi di detersivo possono essere di diversi tipi: per il consumatore non è semplice differenziarli».

Chiedere ai produttori di imballaggi di accordarsi sull’utilizzo di un certo tipo di plastica per un dato prodotto è «immaginabile, ma estremamente complicato». Ciò comporterebbe un oneroso adeguamento della logistica e dell’intero processo produttivo.

Obbligo di riciclaggio

In Svizzera si utilizzano in media un milione di tonnellate di materie plastiche all’anno. L’industria degli imballaggi (37%) e l’edilizia (25%) sono i settori che ne impiegano di più.

Gli scarti sono per la maggior parte bruciati. Gli impianti di incenerimento rappresentano la soluzione migliore per valorizzare la plastica, ritiene l’associazione svizzera dei produttori (vedi riquadro). Una parte viene convertita in combustibile sostitutivo - la plastica deriva dal petrolio - e impiegata nei cementifici. Solo il 10-15% viene riciclato.

Questa percentuale è «troppo bassa», secondo Raymond Schelker, responsabile di REDILO, una società di consulenza di Basilea specializzata nel riciclaggio delle materie plastiche. «Ci sono diverse iniziative isolate, come quella del dettagliante Migros [che quest’anno ha esteso la raccolta di flaconi vuoti di detersivo e di shampoo a tutti suoi negozi, ndr]. Sarebbe però più sensato adottare una visione comune. Mancano le condizioni quadro».

In futuro, la Confederazione intende obbligare i dettaglianti a riprendere e a raccogliere separatamente alcune materie plastiche (oltre al PET), indica l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM). «Tra queste vi potrebbero essere i flaconi in PE dei prodotti di pulizia e le pellicole, sempre in PE, impiegate in agricoltura», comunica a swissinfo.ch Isabelle Baudin, collaboratrice scientifica dell’UFAM.

L’UFAM elaborerà entro l’anno prossimo il relativo progetto di legge, nel quadro del piano d’azione “Economia verde” presentato dal governo svizzero nel marzo 2013 (un controprogetto all’iniziativa popolare “'Per un'economia sostenibile ed efficiente in materia di gestione delle risorse”).

La Comunità d’interessi del commercio al dettaglioin Svizzera (CI CDS) respinge già sin d’ora la proposta. Secondo un suo studio del 2011, il riciclaggio della plastica, escluso il PET, risulterebbe infatti troppo complesso e costoso.

Un litro di petrolio per un chilo di plastica

In termini di impatto ambientale, il recupero della plastica è vantaggioso, sottolinea Raymond Schelker. Per ogni chilo di plastica riciclata si risparmiano un litro di petrolio e 2,5 chili di CO2.

Il potenziale è grande, ritiene il chimico e ingegnere ambientale. «Mi riferisco alle pellicole per imballaggio pulite provenienti dall’industria o dall’economia domestica, ad esempio quelle delle confezioni multi pack. Oppure ai flaconi di shampoo e dei prodotti di pulizia».

Anche per il responsabile del Centro di Retripa, i rifiuti industriali e gli scarti di produzione andrebbero riciclati maggiormente. Per la plastica di uso domestico, il sistema attuale di incenerimento «non è invece così malvagio».

La plastica, rammenta Christian Piller, è un importante materiale combustibile negli impianti di incenerimento. Bruciandola è possibile produrre calore ed elettricità. «In futuro sarà il prezzo del petrolio, assieme ai costi di incenerimento, a stabilire se val la pena riciclare la plastica».

swissinfo.ch



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