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Votazione federale del 27 novembre


Uscita dal nucleare: indennizzi miliardari giustificati o semplice bluff?




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La centrale nucleare di Gösgen, nel canton Soletta, è entrata in funzione nel 1979. In caso di "sì" all'iniziativa "per un abbandono pianificato dell'atomo" verrebbe spenta nel 2024. (Keystone)

La centrale nucleare di Gösgen, nel canton Soletta, è entrata in funzione nel 1979. In caso di "sì" all'iniziativa "per un abbandono pianificato dell'atomo" verrebbe spenta nel 2024.

(Keystone)

I gestori delle centrali nucleari in Svizzera hanno annunciato che pretenderanno indennizzi miliardari in caso di chiusura anticipata degli impianti, come chiede un’iniziativa popolare in votazione il 27 novembre. La richiesta dei giganti dell’energia è giustificata?

«Le aziende elettriche presentano il conto». Il titolo di un recente articolo del quotidiano zurighese Neue Zürcher Zeitung (NZZ) riassume bene l’attuale dibattito in vista della votazione federale del 27 novembre sull’abbandono pianificato del nucleare. Decidere se la durata di vita degli impianti del paese va limitata a 45 anni, come chiede l’iniziativa dei Verdi, non è (più) soltanto una questione di sicurezza degli impianti, di approvvigionamento energetico o di emissioni di CO2. Secondo i grandi gruppi energetici è anche, e soprattutto, una questione finanziaria.

«Abbiamo investito per una durata di vita di 60 anni. Se le centrali atomiche verranno chiuse dopo 45 anni per motivi politici, ci mancheranno delle entrate», ha affermato al domenicale NZZ am Sonntag Andrew Walo, amministratore delegato di Axpo, l’azienda elettrica che possiede gli impianti di Beznau I e II e che detiene partecipazioni in quelli di Leibstadt (39,1%) e Gösgen (40%). In caso di spegnimento prematuro delle centrali nucleari, Axpo è pronta a chiedere un indennizzo di 4,1 miliardi di franchi, ha avvertito Walo.

Un paio di giorni dopo, anche Alpiq - azionista delle centrali di Gösgen (40%) e di Leibstadt (32,4%) - ha comunicato che potrebbe chiedere alla Confederazione un risarcimento di 2,5 miliardi di franchi.

 (swissinfo.ch)
(swissinfo.ch)

Accanto ai mancati introiti, Axpo e Alpiq sottolineano che gli investimenti già effettuati rischiano di non essere ammortizzati. Axpo indica ad esempio di aver investito 2,5 miliardi nella sicurezza di Beznau, di cui 700 milioni negli ultimi anni. Inoltre, si legge nel comunicato di Alpiq, «i versamenti nei fondi destinati al finanziamento dello smantellamento e della gestione delle scorie aumenterebbero nettamente a causa della riduzione della durata di vita degli impianti».

«I gestori hanno realizzato grossi investimenti per soddisfare le norme di sicurezza richieste dalla legge. In caso di sì [all’iniziativa] questi costi non verranno ammortizzati e toccherà alla Confederazione pagare», ha ribadito al quotidiano romando 24 Heures Albert Rösti, presidente dell’Azione per una politica energetica ragionevole (AVES), un gruppo favorevole all’atomo, e presidente dell’Unione democratica di centro (destra conservatrice), il principale partito svizzero.

Quanto costa rinunciare all’atomo?

L’abbandono dell’energia nucleare in Svizzera si cifra in miliardi di franchi. Agli indennizzi avanzati dai gestori delle centrali vanno aggiunti i costi per la disattivazione e lo smantellamento degli impianti, incluso il deposito intermedio delle scorie ZWILAG, e per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi. Secondo le ultime stime ufficiali, risalenti al 2011, la fattura sarebbe di 20,6 miliardi di franchi (una cifra però contestata dagli anti-nucleari, secondo cui i costi complessivi sarebbero fino a cinque volte più elevati).

I proprietari delle centrali nucleari devono di principio finanziare l’intera fase di smantellamento e di smaltimento. Per questo devono mettere da parte delle riserve e alimentare due speciali fondi.

Nel caso in cui il denaro nei due fondi non fosse sufficiente, la legge svizzere stipula che tocca ai proprietari delle centrali versare la differenza. Si applica qui il principio di responsabilità solidale tra i gestori: in caso di insolvibilità di uno di loro, spetta agli altri suddividersi le spese. E se nemmeno questo basterà, sarà il parlamento a decidere se e in che misura deve intervenire lo Stato.

Nucleare in difficoltà

Parlando di un «bluff» da parte di Axpo, la Fondazione svizzera per l’energia (SES) ritiene che la richiesta di risarcimento sia «possibile, ma non ha alcuna possibilità di successo in tribunale». Il motivo: con Beznau, la più vecchia centrale nucleare del mondo, Axpo non guadagna soldi, «né oggi né in un futuro prevedibile», scrive in un comunicato.

Anche per il deputato socialista Roger Nordmann, presidente di Swissolar, i gestori delle centrali nucleari non hanno alcuna possibilità di ottenere dei risarcimenti. Dovrebbero in effetti dimostrare di aver subito un danno finanziario, ciò che sarà difficile data la precaria situazione economica del nucleare, afferma.

Secondo Kaspar Müller, esperto indipendente di mercati finanziari ed ex presidente della fondazione per lo sviluppo sostenibile Ethos, l’industria dell’atomo rappresenta al momento un enorme problema economico a causa dei prezzi in calo dell’elettricità. Stando ai suoi calcoli, i costi di produzione sono di 8,5 centesimi per kilowattora a Beznau, di 5,6 a Leibstadt e di 4,6 a Gösgen. Cifre quindi ben superiori al prezzo di vendita sul mercato, che si aggira attorno ai 3,5 centesimi per kwh (4-5 volte inferiore rispetto a una decina di anni fa).

Miliardi o milioni?

Direttore dello sviluppo del Centro dell’energia del Politecnico federale di Losanna, François Vuille è invece dell’avviso che le richieste dei giganti dell’energia siano legittime. Limitare la durata di vita degli impianti a 45 anni significherebbe cambiare le regole del gioco, ha spiegato alla Radio svizzera di lingua francese RTS. Al momento di concedere l’autorizzazione di produrre energia nucleare, ha rammentato, era infatti stato detto che le centrali avrebbero potuto funzionare fino a quando sarebbero state sicure.

Nel 2012, anche l’Ufficio federale di giustizia aveva concluso che «un abbandono anticipato del nucleare costituirebbe una violazione del diritto di proprietà dei gestori e dei proprietari delle centrali nucleari», se questo fosse deciso per ragioni diverse da quelle legate alla sicurezza.

Affermare che i gestori non hanno diritto a risarcimenti soltanto perché perdono dei soldi non è un argomento valido, ritiene François Vuille. L’esperto è però sorpreso dal montante, anche considerato il fatto che il governo svizzero aveva inizialmente parlato di alcune centinaia di milioni di franchi per impianto. «Non so come [i gestori delle centrali] siano giunti a quella cifra. Axpo si basa probabilmente su ipotesi estremamente ottimiste in merito alla durata di vita delle sue centrali e al fatto che il reattore I di Beznau, fermo dal 2015, potrebbe essere riavviato», osserva Vuille.

Axpo indica di basare i suoi calcoli su una proiezione dell’Ufficio federale dell’energia (UFE), secondo cui i prezzi dell’elettricità sono destinati a risalire. «Stime di questo tipo sono molto difficili da stabilire nelle attuali condizioni di mercato e vanno interpretate con prudenza», ha però puntualizzato Marianne Zuend, portavoce dell’UFE, indicando che i prezzi aumenteranno, ma soltanto tra 10 o 15 anni.

Finora ci sono stati due casi di risarcimento in Svizzera. La Confederazione ha versato 350 milioni di franchi al gestore della centrale di Kaiseraugst, nel canton Argovia, per degli investimenti già realizzati. Il progetto, approvato nel 1985, era stato interrotto dopo l’incidente di Chernobyl. Berna ha dovuto anche pagare 227 milioni di franchi nel 1996 per non aver accordato l’autorizzazione quadro al gestore della centrale bernese di Graben.

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Abbandono dell’atomo: anche in Germania si chiedono indennizzi

I gestori delle centrali atomiche in Germania hanno richiesto dei risarcimenti in seguito alla decisione politica del 2011 di rinunciare all’atomo. I tribunali tedeschi devono esprimersi su circa 30 azioni legali promosse da quattro gruppi energetici (E.ON, RWE, Vattenfall ed EnBW).

Al centro delle principali richieste di indennizzo non ci sono però direttamente i soldi. Fondamentalmente, E.ON, Vattenfall e RWE si sono rivolti alla Corte costituzionale tedesca per denunciare l’abbandono repentino e forzato dell’atomo. Secondo loro, la decisione del governo di cinque anni fa non sarebbe compatibile con la legge sulle espropriazioni siccome non prevede alcun indennizzo. Dopo la catastrofe di Fukushima, il governo tedesco aveva deciso di disattivare immediatamente otto centrali. Gli altri impianti verranno progressivamente spenti entro il 2022.

I giudici intendono emanare la loro sentenza il 6 dicembre. In caso di vittoria, i gruppi energetici potranno pretendere un risarcimento miliardario nel quadro di un procedimento civile.

Finora, le azioni legali contro la decisione del 2011 promosse da EnBW e E.ON, che avevano rispettivamente chiesto un risarcimento di 261 e di 380 milioni di euro a causa dell’immediato spegnimento dei loro due reattori, non hanno ottenuto successo poiché presentate troppo in ritardo. Dalla loro parte, le grandi aziende hanno una sentenza del Tribunale amministrativo federale dell’Assia: RWE aveva vinto il processo contro la moratoria relativa alla sua centrale di Biblis poiché, tra le varie cose, non era stato consultato in modo corretto.

Stephan Bader, Berlino

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