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Il Ticino chiude la porta ai frontalieri 'Prima i nostri', dopo lo slogan rimangono la rabbia e le incognite

Per la stampa italiana, il voto ticinese è un chiaro segnale di "insofferenza" contro gli oltre 62'000 frontalieri che ogni giorno entrano a lavorare in Ticino. 

Per la stampa italiana, il voto ticinese è un chiaro segnale di "insofferenza" contro gli oltre 62'000 frontalieri che ogni giorno entrano a lavorare in Ticino. 

(Keystone)

All’indomani dal 'sì' ticinese all’iniziativa 'Prima i nostri', definita anti frontalieri, le reazioni dall’Italia sono praticamente unanimi: la Svizzera “chiude la porta in faccia agli italiani” e mette in pericolo “i rapporti di buon vicinato”. La stampa ticinese parla invece di una “popolazione sulla difensiva” e di un sentimento di paura dilagante.  

“Il nome della campagna non lasciava spazio a dubbi: «#primaInostri». E al referendum per alzare una barriera contro i frontalieri stranieri, in particolare quelli italiani, i ticinesi hanno votato compatti: con il 58% dei sì, la proposta della destra nazionalista ha incassato la benedizione popolare”, scrive lunedì La StampaLink esterno.

“Vero, l’affluenza s’è fermata sotto il 45%, ma il segnale che arriva dal cantone è chiarissimo: quando ci sarà da assegnare un posto di lavoro, i residenti dovranno avere la precedenza sugli altri. Si chiama «preferenza indigena», e la maggioranza ha scelto di ancorarla nella Costituzione del Canton Ticino”.

L’approvazione dell’iniziativa 'Prima i nostri', lanciata dall’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) con il sostegno della Lega, ha suscitato reazioni su tutti i principali quotidiani italiani, che parlano di un voto di chiusura.

Biani

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“Il Ticino ha dato un nuovo duro segnale di insofferenza, nei confronti degli immigrati, segnatamente dei frontalieri italiani”, scrive ad esempio Repubblica onlineLink esterno. “Il che significa, in soldoni, un bel no alla libera circolazione delle persone”.

Il Corriere della Sera dedica addirittura la sua prima pagina al voto, con un titolo eloquente – “Il Ticino vuole meno italiani” – e una vignetta firmata da Giannelli. Sul sito onlineLink esterno, il quotidiano è comunque convinto che si tratta per lo più di un segnale politico che non avrà “effetti pratici immediati e concreti” e rileva che i dati economici svuotano di senso il referendum: “Ad agosto il tasso di disoccupazione in Ticino si è attestato al 3,1%; dunque che gli italiani ‘rubino il lavoro’ ai residenti appare una tesi non facile da sostenere”.

Più critica invece La ProvinciaLink esterno, che titola con un laconico “porta in faccia agli italiani”. Di certo, scrive il giornale comasco, “quello di ieri è un voto contro i nostri lavoratori (25mila i comaschi), contro l’Europa (rea di non aver consentito l’applicazione del referendum del 9 febbraio 2014 “Contro l’immigrazione di massa”) e contro i rapporti di buon vicinato, forse definitivamente compromessi”. 

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“Isolare la Svizzera”

Anche le reazioni politiche da parte italiana non si sono fatte attendere. Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha rilevato che per ora “il referendum non ha effetti pratici”, ma ha comunque messo in guardia: 

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Reagendo su Facebook, il presidente della regione Lombardia Roberto Maroni ha lodato la democrazia diretta elvetica e ha preso atto del risultato, ma ha avvertito: «vigileremo perché ciò non si traduca in una lesione dei diritti dei nostri concittadini lombardi o (peggio) nella introduzione di discriminazioni o violazioni delle norme che tutelano i nostri lavoratori”. Maroni ha poi annunciato di aver contattato il consigliere di Stato ticinese Paolo Beltraminelli: “Ci incontreremo la prossima settimana per capire che cosa succede e per definire, da parte nostra, le iniziative per garantire la libera circolazione e difendere i diritti dei lavoratori frontalieri lombardi. Sono lavoratori, non immigrati clandestini".

Non nuova a prese di posizione non proprio diplomatiche che riguardano il Ticino e i frontalieri, l’europarlamentare di Forza Italia Lara Comi ha dal canto suo chiesto in un tweet di «isolare la Svizzera». 

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Lara Comi

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E Matteo Salvini ha colto l’occasione per attaccare lo Stato italiano, accusato di “dormire e rapinare” i suoi cittadini. “Il voto va sempre rispettato”, ha detto il segretario della Lega Nord. “Gli svizzeri, i Ticinesi difendono i loro lavoratori, mi sembrerebbe normale che il governo italiano facesse altrettanto”.

Il Ticino ribadisce e “forza la mano”

L’esito del voto ticinese non giunge comunque a sorpresa. Rai NewsLink esterno ricorda infatti che il Ticino aveva già lanciato un urlo di rivolta nel 2014, quando con ben il 68,2% di  ‘sì’ – la percentuale più alta a livello federale – aveva approvato l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, anche questa lanciata dall’UDC.

Solo che oltre due anni dopo, la Svizzera non ha ancora trovato il modo di applicare questo testo, che prevede l’introduzione di contingenti e di tetti massimi all’immigrazione e la preferenza indigena. Un fatto che non ha certo aiutato a calmare gli animi nel cantone a sud delle Alpi, dove a giugno 2016 i frontalieri occupavano 62'000 posti di lavoro su 200'000.

Con il voto di ieri, i promotori dell’iniziativa 'Prima i nostri' hanno dunque voluto “ribadire le ragioni dei ticinesi, forzando la mano”, scrive il Fatto QuotidianoLink esterno

Ma i problemi sono reali?

Queste “ragioni” sono però da prendere con le pinze secondo il commentatore del Corriere del Ticino, che parla di una popolazione “sulla difensiva”.

“Abbiamo una disoccupazione bassa, addirittura inferiore alla media nazionale; l’economia ticinese continua a creare nuovi posti di lavoro; l’evoluzione dei salari è stata fin qui leggermente positiva. Per molte persone, tuttavia, i dati sulla disoccupazione e sui salari sono farlocchi, mentre l’aumento degli impieghi è nefasto perché sarebbe dato solo da aziende che giungono dall’Italia e assumono tanti frontalieri, escludendo i «nostri»”.

La Regione Ticino fa invece leva su un altro punto: i problemi in Ticino esistono, ma la popolazione invece di allearsi per combatterli si trincera dietro a un sentimento di paura.

“'Prima i nostri' è uno slogan efficace, peccato però che l’efficacia in questo caso sia necessaria solo a generare la ‘comunanza della paura’ mentre si è ben lontani dal constatare una comunanza data dalla penuria di lavoro, denaro, opportunità sociali e culturali. Sarà anche perché giocare tutto sulla diversità nazionale costa meno (socialmente parlando) che battersela sulla differenza fra ceti. Meglio dunque continuare a chiudere gli occhi e mandare segnali (a Berna) che confermano, volta per volta, lo smarrimento diffuso”.

Un’altra matassa da sbrogliare

UE, voto non rende negoziati più facili

L’esito del voto ticinese sull’iniziativa ‘Prima i nostri’ “non renderà più facili i negoziati” in corso tra l’Unione europea e la Svizzera. Lo ha affermato il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, ricordando che "il presidente Jean Claude Juncker ha più volte chiarito che le quattro libertà fondamentali del mercato unico sono inseparabili, cosa che nel contesto svizzero significa che la libertà di circolazione dei lavoratori è fondamentale".

Fine della finestrella

Sta di fatto che il popolo ticinese ha dato per due volte un segnale chiaro contro l’immigrazione e il mondo politico non può non tenerne conto, afferma il Corriere del Ticino.

L’applicazione del nuovo articolo costituzionale non va però da sé. Il cantone non può infatti legiferare in determinati ambiti, di competenza federale o regolati dal diritto internazionale. Dovrà dunque passare da Berna, già ampiamente occupata a cercare un compromesso accettabile per tradurre in pratica l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”.

“Di qui il dilemma di fronte al quale si trova oggi chi governa e legifera: attuare pienamente e fedelmente quanto voluto dalla maggioranza dei votanti priverebbe il Ticino (e la Svizzera) di un motore di sviluppo e di crescita (un’economia più aperta grazie ai Bilaterali); ma non dare seguito alla volontà popolare getterebbe benzina sul fuoco del disagio e dell’insofferenza e molto verosimilmente moltiplicherebbe le proposte e le decisioni che spingono per una chiusura o per un arroccamento dell’economia e del mercato del lavoro”.

E l’editorialista del Corriere del Ticino conclude: “All’impasse federale rischia di aggiungersi un’impasse cantonale, in un clima di insofferenza montante tra i cittadini e di tensione crescente fra i partiti, indipendentemente dai numeri reali di un’economia che regge”.

Contattate l'autrice via Twitter: @stesummiLink esterno

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