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Intervista con Carla Del Ponte


Siria: «Non ci sono procedimenti perché non c‘è un tribunale»


Di Mohamed Cherif, Ginevra


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Carla Del Ponte di fronte alla stampa. (Keystone)

Carla Del Ponte di fronte alla stampa.

(Keystone)

La commissione d’inchiesta dell’ONU sulla Siria ha presentato a Ginevra il suo ottavo rapporto davanti al Consiglio dei diritti umani. «La responsabilità delle autorità di Damasco permane, ma i crimini commessi dai gruppi terroristi aumentano», dichiara a swissinfo.ch la svizzera Carla Del Ponte, membro della commissione.

Per la prima volta dalla sua istituzione tre anni fa, la commissione d’inchiesta dell’ONU sulla Siria ha pubblicato il 16 settembre una selezione di testimonianze di vittime della guerra. Il presidente della commissione, Paulo Pinheiro, spera che questi resoconti possano contribuire a porre fine al conflitto.

«Non ho più parole per descrivere la gravità dei crimini perpetrati in Siria. Il numero delle vittime continua ad aumentare e le loro storie e le loro sofferenze sembrano sempre più essere soffocate dall’ampiezza della tragedia», ha constatato Paulo Pinheiro, presentando il suo ottavo rapporto davanti al Consiglio dei diritti dell’uomo.

Membro della commissione, l’ex procuratrice della Confederazione e dei tribunali internazionali per l’ex-Jugoslavia e il Ruanda, Carla Del Ponte, non nasconde il suo sgomento.

swissinfo.ch: Cosa l’ha scioccata di più raccogliendo queste testimonianze?

Carla Del Ponte: La crudeltà e la gravità dei crimini commessi soprattutto da gruppi terroristi come lo Stato islamico (IS), Al Nosra e altri. Ciò che mi sciocca è anche che la comunità internazionale non riesca ad adire le vie legali. Non possiamo quindi emanare degli atti d’accusa nei confronti dei responsabili politici e militari di questi crimini.

Testimonianza

Sulle 3'200 testimonianze raccolte, la commissione d’inchiesta ne ha pubblicate 12. Tra queste, quella di un giornalista siriano dell’opposizione, sopravvissuto alle esazioni del regime e dell’IS.

Detenuto e torturato a tre riprese tra il 2011 e il 2012 dalle forze fedeli a Bashar el Assad, questo giornalista è stato catturato nel novembre 2013 da cinque membri dell’IS a causa dei suoi articoli contro i jihadisti.

L’uomo è stato rinchiuso in una prigione nel sottosuolo di un ex ospedale a Qadi Askar. Nella struttura vi erano 12 celle. In ognuna di esse, erano rinchiuse da 40 a 50 persone.

Ogni giorno venivano fatte uscire per essere picchiate o uccise. Durante gli ultimi tre giorni della sua detenzione, il giornalista condivideva la cella con altre 26 persone; in un solo giorno i miliziani dell’IS ne hanno assassinate 19. L’ultimo giorno è stato chiamato con un altro detenuto per essere ucciso.

Proprio in quel momento, l’ex ospedale è stato attaccato da un gruppo dell’opposizione che è riuscito a conquistare l’edificio. Il giornalista ha così potuto essere liberato. Il gruppo di assalitori ha potuto filmare i corpi di circa 45 persone, uccise con un colpo in testa.

Fonte: ATS

Il fatto che il governo siriano non cooperi con noi, rende il nostro compito più difficile. Ho parlato con il nuovo ambasciatore siriano all’ONU a Ginevra, Hussam Eddin Aaala, facendogli presente la necessità di avere una collaborazione con noi. Sembra però che sia impossibile, poiché Damasco ritiene che la commissione d’inchiesta non sia indipendente. Gli ho risposto che la situazione è un po’ cambiata, perché vi sono molti crimini di guerra commessi dagli avversari del regime.

Spero che il governo siriano capisca la necessità di cooperare con noi. Soprattutto per quanto concerne i crimini commessi sull’altro fronte. Ho sottolineato che è proprio perché Damasco ci impedisce di entrare in Siria che abbiamo difficoltà a provare i crimini commessi dagli avversari.

swissinfo.ch: Un capitolo del rapporto è dedicato all’IS, responsabile tra l’altro della decapitazione di diversi ostaggi occidentali. La vostra inchiesta contro questo gruppo proseguirà?

C.D.P.: Naturalmente sì, per quanto concerne i crimini commessi in Siria. Presteremo un’attenzione ancora più grande a questo genere di crimini, per i quali fanno addirittura pubblicità. Tutte queste torture e uccisioni di massa sono qualcosa di semplicemente incredibile.

Aspettiamo una risoluzione del Consiglio dei diritti umani, che sembra volerci attribuire un mandato specifico per i crimini commessi dall’IS.

swissinfo.ch: La pubblicità data a queste esazioni rappresenta una regressione importante per il rispetto dei diritti umani?

C.D.P.: Assolutamente sì. È una tragedia, una non presa in considerazione del rispetto dei diritti umani. In questo territorio, i diritti umani sono spazzati via. È quindi molto importante che la nostra commissione si interessi da vicino a questo genere di crimini.

swissinfo.ch: Nel rapporto menzionate la responsabilità degli Stati limitrofi nel finanziamento di questi gruppi. Questi paesi possono essere perseguiti?

C.D.P.: Non vi possono essere dei procedimenti, poiché non vi è un tribunale. Come commissione, ciò che possiamo fare è dare l’allarme. Non vi sarà però nessuna soluzione fino a quando non si deciderà di portare davanti alla giustizia i responsabili di questi crimini.

swissinfo.ch: La Svizzera si è adoperata affinché la Corte penale internazionale (CPI) si occupasse del dossier. A che punto siamo?

C.D.P.: Siamo bloccati. Da sempre, a dire il vero. Il Consiglio di sicurezza ha adottato una serie di risoluzioni, ma non quella di deferire alla giustizia i responsabili. Forse, piuttosto della CPI, ci vorrebbe un tribunale ad hoc.

Vedremo se qualcosa cambierà entro la prossima volta che ci presenteremo davanti al Consiglio di sicurezza, forse in ottobre.


(traduzione di Daniele Mariani), swissinfo.ch

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