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Intervista con Marina Cattaruzza


«L'Italia è sempre stato un paese fortemente diviso»




Bandiera umana a Trieste nel 2004 per commemorare i 50 anni del ritorno della città all'Italia (Keystone)

Bandiera umana a Trieste nel 2004 per commemorare i 50 anni del ritorno della città all'Italia

(Keystone)

L'Italia celebra giovedì il 150esimo anniversario dell'Unità in un clima di crisi e d'incertezza. A un secolo e mezzo dalla proclamazione del Regno, l'Italia rimane però ancora uno Stato profondamente diviso, constata Marina Cattaruzza, storica all'Università di Berna.

Festa nazionale sì, Festa nazionale no? Il governo italiano ha dibattuto a lungo sull'opportunità di chiudere scuole e uffici. Malgrado l'opposizione della Lega Nord, che in sostanza trovava non ci fosse nulla da festeggiare, l'esecutivo ha finalmente deciso a fine gennaio di decretare il 17 marzo Festa nazionale a tutti gli effetti.

swissinfo.ch: L'Italia si appresta a celebrare il 150esimo anniversario dell'Unità senza troppo fragore e, per quanto si può giudicare dall'esterno, senza troppa convinzione. Come spiega questa mancanza d'entusiasmo?

Marina Cattaruzza: Penso che rifletta una situazione piena di contraddizioni. Il momento attuale è difficile. Tuttavia non credo che la litigiosità a livello politico rispecchi il sentimento comune della popolazione.

Ad esempio, la proposta di esporre la bandiera nazionale ha avuto un buon riscontro tra la popolazione e da un sondaggio è emerso che la maggioranza è favorevole alla festa nazionale.

A questo proposito mi viene in mente il film di Federico Fellini «Prova d'orchestra», nel quale un'orchestra appunto, dopo aver litigato su tutto, alla fine riesce a riappacificarsi e inizia a suonare una musica meravigliosa. Spero che la metafora valga ancora e che questa giornata riesca veramente ad essere un momento di unione per l'Italia.

swissinfo.ch: La Lega nel nord, movimenti neoborbonici nel sud… Sembra che l'Italia stia attraversando da diversi anni un periodo di nostalgia preunitaria. La famosa frase di Massimo d'Azeglio «Abbiamo fatto l'Italia, ora bisogna fare gli italiani» è in un certo senso ancora d'attualità…

M.C.: Sì, perché in realtà l'Italia è stato sempre un paese fortemente diviso. Al momento dell'Unità abbiamo avuto non solo la divisione sud-nord, con il fenomeno del brigantaggio, ma anche il grosso problema dei rapporti con la Chiesa. Lo Stato italiano è sorto contro lo Stato della Chiesa. E questo in un contesto in cui la popolazione era fortemente cattolica. Ciò spiega anche lo stacco tra élite politica e popolazione.

Poi naturalmente vi è stato il grande contrasto tra fascismo e antifascismo, inaspritosi ulteriormente con l'affermarsi del più grande Partito comunista d'Europa occidentale. Essere sempre scissa al suo interno è un po' una costante dell'Italia. A differenza della Germania, ad esempio, non siamo riusciti a costituire una base di valori condivisi nei quali si identifica la maggioranza della popolazione. È questo il problema per quanto riguarda il programma di 'fare gli italiani'. Credo ci sia sì un sentimento diffuso di appartenenza alla nazione, che però non è collegato alla condivisione di valori e non si traduce in consapevolezza civile.

swissinfo.ch: Nel suo ultimo libro – Vademecum di storia dell'Italia unita – Sergio Romano scrive che «è difficile commemorare la nascita dello Stato unitario perché l'occasione esige che se ne racconti la storia». Il problema, aggiunge, è che «non esiste più, sembra, una storia comune degli italiani». È un'analisi che condivide?

M.C.: Sì. Per la storia vale lo stesso discorso fatto per i valori. Tutti questi contrasti hanno influito sulla capacità di elaborare una narrazione storica comune.

Un altro storico italiano, Emilio Gentile, ha fatto presente come sia stato il fascismo per primo a mettere in discussione la capacità di elaborare una piattaforma di valori, di narrazione storica o anche di miti nei quali tutti potessero identificarsi. Perché per il fascismo, italianità e fascismo coincidevano e quindi tutti coloro che non erano fascisti non erano neanche considerati italiani. Da allora non si è più ricostituita questa unità programmatica  che era stata alla base del Risorgimento. È rimasto un sentimento d'appartenenza, che però non è sostanziato da contenuti civili, politici o storici.

swissinfo.ch: Recentemente in un'intervista a Le Figaro il presidente Giorgio Napolitano ha ricordato come «grazie all'Unità, l'Italia è entrata nella modernità, ha preso il suo posto nell'Europa dell'Ottocento e del Novecento». Non è un aspetto troppo spesso omesso?

M.C.: Sì, sono d'accordo. Si dimentica spesso che nonostante tutti i problemi l'Italia è la sesta o settima potenza industriale. Il benessere attuale di cui godono gli Italiani non è assolutamente comparabile con la situazione dell'Italia preunitaria, anche facendo tutte le dovute proporzioni. L'Italia è diventata una società industriale avanzata in brevissimo tempo. Certo, ancora oggi c'è un grosso divario tra nord e sud. Ma il Meridione ha sicuramente tratto profitto dall'Unità.

swissinfo.ch: In quanto italiana è sicuramente confrontata a domande su Berlusconi e sul berlusconismo. Qual è la spiegazione che dà ai suoi colleghi di questo fenomeno, spesso incomprensibile agli occhi di chi non vive in Italia?

M.C.: Rispondo con una battuta, ossia che la sinistra italiana sarebbe senz'altro in grado di presentare un candidato che non fa sesso con le minorenni. Ma questa sarebbe anche l'unica cosa che potrebbe essere in grado di fare. Berlusconi dovrebbe essere in teoria il sogno di qualsiasi opposizione, perché in apparenza sembrerebbe un gioco da bambini 'farlo fuori'. Il fatto che in Italia non ci si riesca, la dice lunga sulla situazione in cui si trova la sinistra e l’opposizione in generale.

Io stessa sono sorpresa dall'incapacità dell'opposizione di presentare un programma politico credibile. Purtroppo in Italia la sinistra non è ancora riuscita a liberarsi del retaggio comunista e a fare quello che ha fatto la socialdemocrazia in Germania con il congresso di Bad Godesberg del 1959 (abbandono definitivo del marxismo e accettazione dell'economia di mercato, ndr).

Per ora non vedo vie d'uscita alla crisi che sta attraversando il paese, non vedo realtà politiche che mi inducano a sperare in un cambiamento in tempi brevi. L'Italia si regge sulla grande creatività e sulla capacità d'iniziativa dei suoi abitanti. È una società che ha un grosso potenziale. Però vi è questo scollamento tra istituzioni politiche e società civile. Tante volte si è pensato che ci trovassimo alla vigilia di una nuova rinascita, per esempio durante 'Mani pulite'. 'Mani pulite', però, ha distrutto il sistema politico italiano preesistente, incentrato su quel polo moderato – seppur con tutti i suoi difetti – che era la Democrazia Cristiana. Recentemente un giornalista del Financial Times ha paragonato quanto successo in Italia con 'Mani pulite' a quello che è accaduto in Iraq dopo l'esautorazione di Saddam Hussein. In Iraq il grande sbaglio è stato di sciogliere il partito Baath. In Italia di sciogliere la DC. Lo sbocco della crisi è poi stato sostanzialmente Berlusconi, che si è inserito nel vuoto creatosi nel sistema politico.

swissinfo.ch: Centocinquant'anni dopo Carlo Cattaneo, il federalismo è tornato prepotentemente alla ribalta in Italia. Ritiene che potrebbe costituire un tassello per uscire dalla crisi? E in che misura l'Italia potrebbe trarre insegnamenti dalla Svizzera?

M.C.: Personalmente sono favorevole a questo esperimento federalista, al principio secondo cui le risorse che vengono prodotte in una regione siano poi in larga misura utilizzate nella regione stessa. Penso però che l'Italia sarà confrontata a fortissime tensioni. Se si andrà fino in fondo con le riforme, non so cosa succederà, ad esempio, in regioni come la Sicilia, dove il governo centrale è costretto da moltissimo tempo ad intervenire per ripianare il deficit.

Per quanto concerne la Svizzera e il suo sistema federale, gli italiani sono poco informati. Per la politica italiana sarebbe sicuramente molto positivo conoscere meglio il sistema svizzero. Naturalmente, però, il modello elvetico non può essere applicato all'Italia. Le due realtà sono troppo lontane.

Marina Cattaruzza

Nata e cresciuta a Trieste, Marina Cattaruzza si è laureata nella sua città natale nel 1974 e in seguito ha studiato negli atenei di Vienna, Amburgo, Mainz e Darmstadt. Dal 1999 è professoressa ordinaria di storia all'Università di Berna dal 1999.

I suoi principali campi di ricerca riguardano il nazionalismo, le espulsioni di popolazione nel XX secolo, la Shoah, i problemi di teoria della storiografia e la storia del confine orientale italiano.

Attualmente Marina Cattaruzza sta lavorando su un progetto per il Senato italiano di edizione delle fonti sui trattati di pace (il trattato di Rapallo dopo la Prima guerra mondiale e il trattato di Parigi dopo la Seconda guerra mondiale) relativi all'assetto del confine orientale italiano.

Al suo attivo ha numerose pubblicazioni, tra cui L'Italia e il confine orientale: 1866-2006 (Il Mulino, 2007), Il processo di Norimberga (UTET, 2006), Socialismo adriatico. La socialdemocrazia di lingua italiana nei territori costieri della Monarchia asburgica: 1888-1915 (Manduria, 1998), Trieste nell'Ottocento – Le trasformazioni di una società civile (Civiltà del Risorgimento, 1995)

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