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Medio Oriente


Israele e Palestina, cosa resta della soluzione a due Stati?




Manifestanti palestinesi durante gli scontri con le forze dell'ordine israeliane nella città di Betlemme, in Cisgiordania. (Keystone)

Manifestanti palestinesi durante gli scontri con le forze dell'ordine israeliane nella città di Betlemme, in Cisgiordania.

(Keystone)

I recenti episodi di violenza tra israeliani e palestinesi suscitano nuovi appelli per negoziare la creazione di due Stati. Ma quest’opzione scaturita dagli accordi di Oslo e dall’Iniziativa di Ginevra, sostenuta dalla Svizzera, sembra più lontana che mai.

La tensione non cessa di crescere da quando dei giovani palestinesi (ragazzi e ragazze) se la sono presa con le forze dell’ordine israeliane e pure con la popolazione dello Stato ebraico con attacchi all’arma bianca, spesso fatali e imprevedibili. Un ritorno della violenza preceduto, da parte israeliana, da un’ondata di manifestazioni anti-arabe, culminata quest’estate con l’incendio di un’abitazione nel villaggio di Duma, vicino a Nablus, in cui un bimbo e i suoi genitori sono morti arsi dalle fiamme.

Per molto tempo assenti, gli Stati Uniti hanno comunicato mercoledì che il segretario di Stato John Kerry intende recarsi «presto» in Medio Oriente per tentare di riportare la calma tra Israele e i palestinesi. Secondo il portavoce della diplomazia americana, «John Kerry ha detto molto chiaramente di volere che le due parti prendano misure concrete per far abbassare la tensione, riportare la clama e tentare di avanzare verso una soluzione a due Stati».

Una prospettiva che lascia perplesso Riccardo Bocco, specialista di Medio Oriente, il quale dubita innanzitutto della volontà di Washington di esercitare una reale pressione sui protagonisti del conflitto. «Il presidente Obama è a fine mandato e la campagna per le elezioni presidenziali è già in pieno svolgimento. È quindi poco probabile che Washington eserciti una forte pressione sul Primo ministro Benjamin Netanyahu e sulla politica israeliana delle colonie, anche perché l’anno scorso la missione di pace di John Kerry è stata un fallimento. Non dimentichiamoci che la comunità internazionale ha gli occhi puntati sullo Stato islamico (ISIS) e sulla Siria».

Il professore di sociologia politica all’Istituto di alti studi internazionali di Ginevra (IHEID) sostiene poi che «c’è un affaticamento, un’apatia tra i padrini del processo di pace. Una situazione che giova ampiamente agli israeliani, che non devono così cambiare nulla nella loro politica».

Una nuova Intifada?

La rivolta dei giovani palestinesi potrebbe cambiare le carte in tavola se dovesse trasformarsi in una terza Intifada, come già proclamato da Hamas? È una rivolta della disillusione di giovani e meno giovani di fronte alle umiliazioni quotidiane, all’assenza di prospettive e di speranza, risponde Riccardo Bocco.

«Ma per il momento, nulla indica che dietro a queste azioni vi sia un’organizzazione politica. Terza Intifada o meno, abbiamo da un lato dei palestinesi che si battono per la loro sopravvivenza e dall’altro degli israeliani che si battono per conquistare la Cisgiordania. Questo durerà fino a quando non ci sarà un’istanza internazionale che si imporrà ai protagonisti del conflitto», ritiene l’esperto.

Dal canto loro, i leader israeliani e palestinesi non hanno alcun margine di manovra, secondo Riccardo Bocco. «Netanyahu, come Mahmud Abbas, sembrano non avere una visione a medio e lungo termine. Tentano di tenersi stretta la loro poltrona a ogni costo gestendo la situazione di giorno in giorno. Questo è preoccupante poiché stanno perdendo il controllo della situazione a vantaggio degli estremisti dei due campi e di un’escalation della violenza».

A lungo silenzioso, il presidente dell’Autorità palestinese sta tentando di riprendere il controllo. Mercoledì sera alla televisione palestinese, Mahmud Abbas ha affermato di sostenere «una resistenza popolare pacifica» e di voler «proseguire la nostra lotta nazionale», riaffermando «il diritto di difenderci». L’Autorità palestinese continua comunque a collaborare con il governo israeliano in materia di sicurezza.

Mediazione tra Hamas e Fatah

Su richiesta dei palestinesi, la diplomazia svizzera si è impegnata in una mediazione tra gli islamisti di Hamas e di Fatah, il partito del presidente Mahmud Abbas. Un’iniziativa però bloccata, come precisa a swissinfo.ch il Dipartimento federale degli affari esteri.

«Il processo di riconciliazione intra-palestinese attraversa attualmente una fase difficile, in particolare a causa di blocchi e di divergenze politiche tra Fatah e Hamas.

La Svizzera continua a sostenere attivamente gli sforzi locali e internazionali che mirano a promuovere la riconciliazione intra-palestinese.

Si tiene a disposizione per riprendere il suo ruolo di facilitatore nell’ambito della riunificazione dell’amministrazione civile a Gaza».

Da notare che le ultime elezioni legislative risalgono al 2006 e che il presidente dell’Autorità palestinese Abbas tenta di preparare la sua successione.

Le prospettive di pace appaiono quindi ben lontane. Ammesso che un giorno riprendano per davvero, i negoziati di pace continueranno a svolgersi nel quadro di una soluzione a due Stati?

Berna sempre a sostegno dell’Iniziativa di Ginevra

È perlomeno l’auspicio della diplomazia svizzera, come indica il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) in una risposta scritta a swissinfo.ch il. «Per il DFAE, il conflitto israelo-palestinese rimane un dossier prioritario. A questo proposito, considera che la soluzione a due Stati rimanga l’unica soluzione praticabile e realistica per risolvere il conflitto. La Svizzera sostiene tutti i progetti che mirano a facilitare la riconciliazione intra-palestinese e l’apertura politica ed economica di Gaza. Inoltre, la Svizzera continua a sostenere l’Iniziativa di Ginevra, che per ora è il solo modello dettagliato per una soluzione a due Stati elaborato da rappresentanti israeliani e palestinesi».

La soluzione a due Stati contenuta negli accordi di Oslo, sottolinea anche l’analista ed ex ambasciatore svizzero François Nordmann, è l’unica base diplomatica esistente. E questo malgrado l’intensificazione della colonizzazione nei territori palestinesi.

Il restringimento quasi permanente dei territori occupati rende però sempre più difficile la creazione di uno Stato palestinese. L’alternativa di un solo Stato binazionale ne esce quindi rafforzata? È già così, ha dichiarato in primavera Avraham Burg, una figura della sinistra israeliana, al quotidiano svizzero Le Temps.

«Di fatto esiste un solo Stato, ma questa situazione non va bene. A mio avviso, malgrado le colonie, è ancora possibile tornare alla coesistenza di due Stati. Ma se devo scegliere, preferisco la soluzione di uno Stato che funziona a quella di uno solo, o di due, che non funzionano», ha detto Avraham Burg.

Il ritorno della violenza degli ultimi giorni rende tuttavia l’ipotesi di un solo Stato binazionale altrettanto illusoria di quella a due Stati. È l’opinione di un’altra figura della sinistra israeliana, lo storico Zeev Sternhell, che in un articolo sul quotidiano francese Le Monde scrive che «il conflitto che imperversa oggi a Gerusalemme, così come gli attentati e le uccisioni che colpiscono l’esistenza quotidiana di ebrei e arabi, sono un buon esempio di ciò che avverrà in uno Stato binazionale. (…) L’unica domanda sensata che ci possiamo porre oggi è quindi di sapere se la società israeliana ha ancora la capacità di reinventarsi, di uscire dall’influenza della religione e della storia, e di accettare di scindere il paese in due Stati liberi e indipendenti».

La strada dell’esilio

Nell’attesa, avverte Riccardo Bocco, un numero crescente di palestinesi scelgono l’esilio. «L’ho constatato in Cisgiordania e a Gaza: chi ha i mezzi per partire lo fa. Ma per gli altri, si tratta di sopravvivere giorno per giorno. Anche la piccola borghesia emergente, che era stata invitata a investire nei territori palestinesi, si trova oggi soffocata dai debiti».


Traduzione dal francese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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