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Olio di palma, il biologico contestato della Colombia

Le abbondanti pioggie dell'inverno hanno messo in ginocchio la comunità di contadini.

Le abbondanti pioggie dell'inverno hanno messo in ginocchio la comunità di contadini.

In Colombia, la lotta per il diritto alla terra è una delle principali cause di conflitto. A Las Pavas, da anni i contadini si battono per ottenere un riconoscimento della loro proprietà. Un caso che ha smosso le ONG svizzere e gettato qualche ombra sulle certificazioni di Bio Suisse.

A Buenos Aires, nel nord della Colombia, si respira un'aria di attesa. «La comunità di contadini ASOCAB sta organizzando il suo ritorno alla tenuta agricola Las Pavas, dalla quale fu cacciata due anni fa per conto del consorzio El Labrador. Questa società comprende l’Aportes San Isidro e la Ci Tequendama, di proprietà della Daabon Organic, una multinazionale con certificazione biologica che esporta anche in Svizzera. Questa terra viene ora coltivata a palma africana per la produzione di agrocarburanti, mentre i contadini tirano avanti con i pacchi d’urgenza distribuiti dalla comunità internazionale».

Regula Gattiker ha trascorso gli ultimi dieci giorni in questo villaggio colombiano, in qualità di osservatrice di pace per Peace Watch Switzerland. «In questo momento la nostra presenza è fondamentale», ci racconta questa giovane svizzera. «Dal giorno in cui si è sparsa la voce che i contadini volevano tornare a Las Pavas, a metà febbraio, i leader della comunità sono stati messi sotto pressione. Per questo, la popolazione ha paura, ma allo stesso tempo sente l'urgenza di agire, di rivendicare i propri diritti alla terra».

Emergenza umanitaria

Il caso della comunità di contadini ASOCAB è emblematico. «Alla fine degli anni Novanta, un centinaio di famiglie tornarono alla tenuta di Las Pavas, dove i loro antenati avevano vissuto per diverse generazioni. Questa terra era stata occupata e poi abbandonata da un narcotrafficante, presunto parente di Pablo Escobar, il signore della droga. Iniziarono a coltivarla con cacao, mais, zucca e altri prodotti agricoli, e inoltrarono allo Stato una richiesta di riconoscimento dei loro diritti di proprietà», ci spiega Stephan Suhner rappresentante della coordinazione delle ONG svizzere che si occupano della Colombia. «A nulla valsero però le loro rivendicazioni. Qualche mese più tardi i paramilitari si ripresentarono e, usando violenze e minacce, li cacciarono per poi vendere la terra al consorzio El Labrador, legato alla Daabon Organic».

Malgrado le stesse autorità abbiano riconosciuto l’illegalità dello sfratto, dal luglio del 2009  queste famiglie vivono in una situazione di emergenza umanitaria, resa ancora più difficile dalle recenti inondazioni che hanno distrutto i campi e allagato le loro abitazioni.

Così, a metà febbraio hanno annunciato l'intenzione di voler tornare a Las Pavas, malgrado le minacce ricevute e l'assenza di un documento legale. Il processo di rivendicazione del loro diritto alla terra è stato sostenuto, tra gli altri, anche dal Programma di sviluppo e pace (finanziato in parte dall’UE), e da SUIPPCOL, il Programma svizzero per la promozione della pace in Colombia di cui fanno parte una decina di ONG, tra cui la stessa Peace Watch e SWISSAID.

Diritti violati

Stando alle stime dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), in oltre 50 anni di conflitto in Colombia sono morte 200'000 persone e 4 milioni sono fuggite cercando riparo e sicurezza in altre regioni.

Il nuovo governo guidato da Juan Manuel Santos ha fatto della questione una priorità politica e nazionale. Nel settembre del 2010, ha così presentato un progetto di legge sulla restituzione della terra alle vittime delle violenze.

«Ciò significa che lo stato dovrebbe risarcire circa 100'000 famiglie l'anno, 8'500 al mese, 350 al giorno per i prossimi 10 anni», ha ricordato il vicepresidente colombiano Angelino Garzon, in visita a Ginevra in occasione della sessione del Consiglio dei diritti umani. Tra queste figura anche la comunità di Las Pavas.

Proprietà contesa

La vicenda di questi contadini aveva già fatto il giro del mondo lo scorso anno, quando l'ONG Christian Aid e il gruppo britannico The Body Shop – che importava olio di palma dalla Daabon Organic – incaricarono una commissione indipendente di indagare sul caso. Gli esperti misero in evidenza la complessità della situazione e l'impossibilità di stabilire con certezza le responsabilità delle parti e il diritto di proprietà.

Gli interessi in gioco sono molti e nel caso di Las Pavas anche lo Stato è accusato di avere la sua parte di responsabilità. Durante il processo di attribuzione della terra, un documento rimase senza firma e tutta la procedura fu quindi poi dichiarata nulla, contro il parere degli avvocati di ASOCAB. Secondo il rapporto indipendente, inoltre, le autorità competenti  (INCODER) gestirono in modo contraddittorio il caso, favorendo da un lato gli interessi della multinazionale e alimentando dall'altro le speranze delle famiglie di contadini

Di fronte all'impossibilità di far chiarezza, nel dubbio il gruppo Body Shop decise nel settembre del 2010 di interrompere ogni relazione commerciale con la Daabon Organic.

Interpellata da swissinfo.ch, la sezione tedesca della Daabon Organic ha precisato di aver abbandonato ogni attività a Las Pavas un mese più tardi, in seguito al fallimento dei negoziati con la comunità di contadini. Una notizia contestata però da ASOCAB e dalle stesse ONG svizzere. «La Daabon Organic continua probabilmente a far parte del consorzio, sotto mentite spoglie», ci spiega Stephan Suhner. «Non solo il suo nome figura tuttora sui documenti ufficiali, ma la multinazionale è anche accusata di far pressione sui membri della comunità, con minacce e tentativi di corruzione».

Preoccupate per l'incolumità dei contadini, le ONG svizzere hanno invitato il Dipartimento degli affari esteri, che finanzia in parte il programma SUIPPCOL, ad intervenire presso le autorità colombiane affinché garantiscano una maggior sicurezza alla popolazione e accelerino il processo di attribuzione della tenuta Las Pavas.

Biologico sotto accusa

In Svizzera non sono soltanto le ONG ad essere sull'attenti. La vicenda di Las Pavas ha gettato qualche ombra anche sull'operato di Bio Suisse che da diversi anni certifica con la propria gemma bio le attività della Daabon Organic. Una scelta che le ONG svizzere hanno biasimato più volte, chiedendo una presa di posizione più netta all'associazione.

«La situazione a Las Pavas è molto complessa e Bio Suisse sta cercando di vederci chiaro prima di prendere una decisione radicale. Non vogliamo far torto a nessuno e per questo c'è bisogno di tempo per analizzare ciò che sta accadendo, anche alla luce delle accuse delle ONG svizzere», ci spiega la portavoce Sabine Lubow.

In Svizzera l'olio di palma importato dalla Daabon Organic viene utilizzato per la produzione di diversi alimenti biologici: la margarina, i prodotti a base di pasta sfoglia o utilizzati per le tartine, le pappe per bebè, le marinate e alcuni dolci al cioccolato. «Possiamo garantire che questo olio non proviene dalle tenute di Las Pavas e viene prodotto nel pieno rispetto dei criteri previsti da Bio Suisse», prosegue Sabine Lubow.

Anche tra gli importatori elvetici c'è chi – come Nutriswiss – sostiene che dai diversi rapporti sul caso Las Pavas non emerge una responsabilità chiara da parte della Daabon Organic. Per questo – ci spiega il responsabile della comunicazione Georg Herrigen - la Nutriswiss continua a collaborare con questa multinazionale.

Di tutt'altro avviso, invece, la SoilCare GmbH, altro importatore elvetico di olio di palma associato a Bio Suisse. Il portavoce Rolf Wattingen sottolinea infatti come, «date le pratiche commerciali ed eco-sociologiche nefaste in Colombia, la SoilCare GmbH si sia sforzata di trovare un'alternativa più consona in altri paesi». Una scelta privilegiata anche dalle ONG svizzere, secondo cui – nel dubbio – Bio Suisse e gli importatori elvetici dovrebbero avere il coraggio di fare una scelta più radicale, nel rispetto dei consumatori e della popolazione coinvolta in questi paesi in via di sviluppo.

Storia di un esproprio

Le 123 famiglie che rivendicano il diritto al ritorno e la proprietà della tenuta Las Pavas, nel dipartimento di Bolivar (nord della Colombia) lavorarono queste terre per diverse generazioni.

Negli anni Sessanta, furono costretti a partire dai grandi latifondisti e nel 1983 la terra passò nelle mani di Jesus Emilio Escobar Fernandez, presunto parente di Pablo Escobar, il signore della droga.

Nel 1997, Escobar lasciò questa proprietà e le 123 famiglie di contadini tornarono a coltivarla con mais, riso, banane e altri piccoli prodotti agricoli. Un anno più tardi costituirono l’associazione ASOCAB.

Nel 2003 un gruppo di paramilitari presenti nella regione costrinse la comunità a fuggire. A partire dall’anno seguente, le famiglie tornarono lentamente a coltivare la terra a Las Pavas.

Nel giugno 2006 presentarono una domanda al Ministero dell’agricoltura per il riconoscimento del loro diritto di proprietà, dato che la terra era stata abbandonata per più di tre anni.

Nello stesso periodo, però, ricomparve Jesus Emilio Escobar. Cacciò  la comunità ASOCAB, ne distrusse le coltivazioni e vendette la terra al consorzio El Labrador, di cui fanno parte l’Aportes San Isidro e la Ci Tequendama (Daabon Organic).

I contadini però non si arresero e continuarono, in parte, a coltivare la terra, mentre le multinazionali iniziarono a piantare palma africana.

Nel luglio 2009 i contadini furono sfrattati dalla polizia. Un atto ritenuto però illegale dal Ministero dell’agricoltura, perché sopraggiunto durante il processo di attribuzione dei titoli di proprietà ai contadini.

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(Con la collaborazione di Marcela Águila Rubín), swissinfo.ch


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