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Oltre le fantasticherie Chi sono, davvero, i frontalieri?



A Basilea, metropoli farmaceutica situata all’incrocio di tre paesi (Svizzera, Francia e Germania) i lavoratori alsaziani poco qualificati che parlano male il tedesco sono rimpiazzati dai tedeschi con un alto livello di formazione.

A Basilea, metropoli farmaceutica situata all’incrocio di tre paesi (Svizzera, Francia e Germania) i lavoratori alsaziani poco qualificati che parlano male il tedesco sono rimpiazzati dai tedeschi con un alto livello di formazione.

(Keystone)

​​​​​​​Da vent’anni a questa parte, il numero di lavoratori frontalieri europei in Svizzera è raddoppiato, passando da 160'000 a oltre 320'000. Sempre più qualificati, questi “migranti quotidiani” occupano ormai posti in ogni settore dell’economia elvetica. E si sentono generalmente ben integrati sul luogo di lavoro. Analisi.

Paura del dumping salariale, della concorrenza sleale o ancora dell’accesso ridotto ad alcune professioni: da decenni la presenza di frontalieri in Svizzera suscita un acceso dibattito. 

In questi ultimi anni, con l’entrata in vigore della libera circolazione delle persone tra l’UE e la Svizzera, che ha visto il numero di lavoratori frontalieri aumentare di continuo, le tensioni sono diventate ancora più forti. Il malcontento non concerne più esclusivamente il mercato del lavoro; si cristallizza anche sui disagi al traffico e ogni tanto anche sulla penuria di alloggi nelle regioni transfrontaliere. 

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Grafico sull'evoluzione del numero di frontalieri europei in Svizzera

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In Ticino e a Ginevra, il rigetto nei confronti della figura del frontaliere ha raggiunto una dimensione inedita: i due partiti populisti e regionali locali, la Lega dei ticinesi (LdT) e il Mouvement citoyens genevois (MCG), sono diventati rispettivamente la prima e la seconda forza politica del loro cantone grazie a una retorica xenofoba e anti-frontalieri. 
“Il frontaliere è un capro espiatorio ideale: è presente in Svizzera senza esserlo davvero e si fatica a inquadrarlo concretamente”, rileva Claudio Bolzman, professore dell’Alta scuola di lavoro sociale di Ginevra e coautore del libro “Migrants au quotidien: les frontaliers”. 

Ricercatore all’Università di Basilea, dove è specialista di questioni transfrontaliere, Cédric Duchêne-Lacroix rincara la dose su questo aspetto: “I frontalieri sono contemporaneamente visibili e invisibili. Spesso discreti e ben integrati sul luogo di lavoro, sono gli automobilisti che intasano le strade, in particolare a Ginevra e in Ticino. Oltretutto, mancano ancora delle statistiche precise e una conoscenza approfondita su questi lavoratori, il che permette di riversare su di loro ogni tipo di fantasticheria.”

Studi lacunosi

Il federalismo lo impone, i vari studi consacrati fino ad oggi ai frontalieri si limitano generalmente a una regione ben precisa del paese, come Ginevra, il Ticino, Basilea o l’Arco giurassiano. Quanto alle statistiche, non prendono in considerazione l’ampiezza del fenomeno: le autorità contabilizzano solo i lavoratori europei detentori di un permesso G (vedi riquadro) e non gli svizzeri residenti nei paesi vicini che comunque allargano le fila dei lavoratori transfrontalieri. Solo a Ginevra quasi 25'000 persone rientrano in questa categoria, stima Claudio Bolzman. 

Queste lacune dovrebbero essere parzialmente colmate da un progetto di ricerca in corso a livello nazionale, al quale partecipano appunto Bolzman e Duchêne-Lacroix. Un’indagine che dovrebbe in gran parte confermare le osservazioni fatte dai due ricercatori negli ultimi anni.

La prima concerne il livello di formazione dei lavoratori frontalieri, che non ha smesso di crescere con il passare del tempo, soprattutto nei cantoni di “Ginevra, Zurigo o Basilea, dove l’economia terziaria rivolta all’innovazione ha sempre più bisogno di manodopera qualificata”, sottolinea Bolzman. 

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Grafico per tipo di attività dei frontalieri

I tedeschi rimpiazzano i francesi

Il cambiamento è particolarmente evidente a Basilea, metropoli farmaceutica situata all’incrocio di tre paesi (Svizzera, Francia e Germania). I lavoratori alsaziani poco qualificati che parlano male il tedesco sono rimpiazzati dai tedeschi con un alto livello di formazione. Dal 2002, il numero di frontalieri residenti in Germania è aumentato del 65% mentre che quello dei residenti in Francia è rimasto relativamente stabile.

“I frontalieri continuano a occupare posizioni nei settori dove sono tradizionalmente molto presenti, come ad esempio l’orologeria nell’Arco giurassiano, ma il livello delle loro qualifiche aumenta in tutte le professioni”, sottolinea Duchêne-Lacroix.

Corollario di questa evoluzione, la differenza di salario – che può essere da due a tre volte più alto in Svizzera rispetto alla paga di un impiego simile oltreconfine – non è più la sola motivazione che spinge italiani, francesi o tedeschi, che arrivano ogni tanto da molto lontano, a diventare pendolari tra il loro paese e la Confederazione. “Questi nuovi frontalieri cercano un impiego che possa servire da trampolino nella loro carriera professionale. La qualità della vita e l’ambiente di lavoro rivestono un ruolo importante nella loro scelta”, afferma il ricercatore basilese.

Tragitti logoranti

In generale i frontalieri sono soddisfatti delle condizioni di lavoro e si sentono ben integrati in Svizzera. “C’è uno scarto importante tra i discorsi xenofobi e la realtà dei fatti”, constata Bolzman. Nella sua indagine, il sociologo ginevrino ha mostrato che quattro frontalieri su dieci passano del tempo, almeno una volta al mese, con i loro colleghi svizzeri. “A Ginevra, la maggior parte di loro visita manifestazioni culturali, sociali o sportive. Molti fanno almeno una parte dei loro acquisti in Svizzera”.

Il motivo per il quale alcuni frontalieri si investono poco nella vita locale in Svizzera è il tragitto che devono effettuare ogni giorno. “È soprattutto il caso dei padri o le madri di famiglia che hanno figli piccoli e che non possono uscire la sera per delle attività extraprofessionali”, rileva Duchêne-Lacroix.

Non sorprende quindi che si contino due volte più uomini che donne tra i lavoratori frontalieri. “La vita del frontaliere non è ideale per conciliare nel modo migliore lavoro e famiglia, constata Bolzman. I tragitti talvolta lunghi e logoranti sono d’altronde il principale motivo di insoddisfazione citato dai frontalieri. “Siccome partono presto e tornano tardi la sera”, fa notare Duchêne-Lacroix, “ogni tanto sono poco integrati anche nel loro comune di domicilio e le loro relazioni sociali sono doppiamente intralciate”.


Traduzione dal francese, Zeno Zoccatelli

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