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Per uscire dalla crisi


«L’Europa ha bisogno di un grande piano d’investimenti»


Di Samuel Jaberg, Davos, Davos


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In Grecia, le misure di austerità hanno condotto all'instabilità politica e sociale.  (AFP)

In Grecia, le misure di austerità hanno condotto all'instabilità politica e sociale. 

(AFP)

Bernadette Ségol, numero uno dei sindacati europei, si mostra soddisfatta della decisione della BCE di acquistare titoli di debito per un valore di oltre mille miliardi di euro. Questo non basterà tuttavia a far uscire l’Europa dalla crisi, dice in margine al Forum economico mondiale (WEF) di Davos.

Segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati (CES), Bernadette Ségol è per il terzo anno ospite del Forum economico mondiale di Davos (WEF), dove ha colto l’occasione per criticare nuovamente le politiche di austerità che a suo avviso minacciano l’integrazione europea.

swissinfo.ch: Secondo un rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro pubblicato questa settimana, dopo la crisi finanziaria del 2008 sono andati persi oltre 61 milioni di posti di lavoro. In Europa la tendenza potrebbe protrarsi fino alla fine del decennio. Non c’è modo di porvi un freno?

Mille miliardi di euro

La banca centrale europea (BCE) ha annunciato il 22 gennaio 2014 che ricomprerà ogni mese titoli di debito pubblici e privati per un valore di 60 miliardi di euro, da marzo fino a settembre 2016.

Questa misura mira a rilanciare la crescita e a lottare contro la deflazione. Il riacquisto di debito pubblico è percepito come l’arma finale della banca centrale nella lotta per rilanciare l’economia.

Bernadette Ségol: Esistono dei rimedi ed è ora di utilizzarli. In Europa serve un piano di investimenti di grandi dimensioni. Dovrebbe corrispondere al 2% del PIL europeo, vale a dire a circa 250 miliardi di euro l’anno durante dieci anni.

L’obiettivo è di riportare l’Europa ai vertici dell’economia verde, nell’ambito del risparmio di energia, della ristrutturazione degli immobili e dei trasporti ecosostenibili.

La Commissione europea vuole investire 315 miliardi di euro sull’arco di tre anni, ciò che ai nostri occhi appare assolutamente insufficiente per rilanciare l’impiego. In questi ultimi anni l’Europa ha conosciuto un deficit d’investimenti tra i 270 e i 510 miliardi di euro l’anno.

Del resto, abbiamo bisogno di un’altra politica economica. L’austerità e i tagli selvaggi alla spesa pubblica sono responsabili della stagnazione in Europa.

swissinfo.ch: Se le politiche di austerità non funzionano, perché l’Europa e i governi nazionali si ostinano a seguire questa strada?

B. S.: Perché queste politiche sono andate a beneficio di una piccola parte della popolazione, la più ricca. Per queste persone è interessante vivere in una società dominata dalle leggi di mercato.

Sono favorevole a conti pubblici sani, ma  posso solo constatare che le politiche seguite finora non hanno fatto altro che strangolare la domanda, senza per questo diminuire il debito pubblico. Al contrario. In Grecia per esempio il debito è passato dal 120% del PIL dopo la crisi al 175% nel 2014.

swissinfo.ch: Ma non si dovrebbero piuttosto rimettere in causa la protezione troppo elevata dei salariati e un mercato del lavoro poco flessibile?

B. S.: In questi ultimi anni sono state fatte delle riforme strutturali in numerosi paesi europei. Si sono ridotti i salari, si è diminuita la protezione dei lavoratori e si sono create nuove forme di contratto precario. Ma questi nuovi impieghi non fanno che impoverire i salariati e non permettono di vivere decentemente. È davvero questo ciò che vogliamo?

swissinfo.ch: I giovani sono particolarmente colpiti dalla disoccupazione. Non bisognerebbe prima di tutto rivedere un sistema di formazione che in molti paesi europei privilegia gli studi universitari?

B. S.: La situazione dei giovani disoccupati è grave, per non dire disperata. Non ho alcun problema a dire che bisogna ripensare il sistema di formazione e di apprendistato. Ma questo necessita di un forte intervento pubblico e quindi di sufficienti mezzi finanziari.

swissinfo.ch: Di fronte ai rischi di deflazione, la BCE ha deciso giovedì di acquistare 60 miliardi di euro di titoli al mese fino al settembre del 2016. Che ne pensa?

B. S.: Diciamo da tempo che la BCE deve svolgere il suo ruolo di prestatore di ultima istanza. In un’unione monetaria è un ruolo indispensabile. Le misure annunciate, che dovrebbero contribuire al rilancio dell’economia e della crescita in Europa hanno il nostro sostegno. Ma solo investimenti consistenti permetteranno di rimettere davvero l’economia europea in marcia.

swissinfo.ch: Si può dare la colpa di tutto alla crisi economica? Il processo di delocalizzazione di certe attività in paesi con costi di produzione bassi non è destinato ineluttabilmente a proseguire?

B. S.: No, la Germania ha saputo per esempio salvaguardare le sue piccole e medie imprese e diversificare la sua economia. Esiste ancora un’industria tedesca forte, affiancata da un settore dei servizi florido. I contratti collettivi di lavoro e il partenariato sociale contribuiranno a smorzare gli effetti della crisi.

61 milioni di impieghi perduti

L’economia mondiale è entrata in un periodo di crisi che combina crescita lenta, aumento delle disuguaglianze e tensioni sociali, ha indicato il 19 gennaio 2014 l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) nel suo rapporto annuale sulle «prospettive di impiego nel mondo e tendenza per il 2015».

Nel 2019, oltre 212 milioni di persone saranno prive d’impiego, una cifra in crescita rispetto ai 201 milioni recensiti attualmente. Dall’inizio della crisi nel 2008 sono andati persi oltre 61 milioni di impieghi, ha spiegato il direttore generale dell’OIL Guy Ryder.

Secondo il rapporto, i paesi hanno incontrato difficoltà a riprendersi dopo la crisi a causa delle disuguaglianze crescenti e delle prospettive incerte in materia di investimenti da parte delle aziende.

In certe economia avanzate, le disuguaglianze dei redditi si avvicinano ormai ai livelli osservati nelle economie emergenti. Queste ultime hanno invece fatto dei progressi, riducendo il loro livello di disuguaglianza, ha detto Guy Ryder.

swissinfo.ch: Lei dunque sostiene il modello tedesco?

B. S.: Ha degli aspetti positivi, che ho menzionato, ma anche altri negativi. Penso per esempio ai milioni di «micro-lavori» precari che hanno permesso alla Germania di esercitare una concorrenza sleale verso i paesi vicini. Il dumping salariale e sociale all’interno dell’UE equivale alla morte sicura del progetto europeo.

swissinfo.ch: Un altro paese se l’è cavata bene sul Vecchio continente: la Svizzera. Come spiega la sua solidità economica?

B. S.: In questi ultimi decenni la Svizzera ha fondato buona parte della sua economia e della sua prosperità sull’afflusso di capitali esteri non dichiarati e di aziende desiderose di sfuggire al fisco dei propri paesi. È ora di mettere fine a queste pratiche. Il fatto che delle imprese si sottraggano al fisco del paese dove realizzano i propri profitti non è sostenibile.

swissinfo.ch: Si può davvero ridurre la Svizzera all’immagine di paradiso fiscale, considerando gli sforzi compiuti dal paese in ambito fiscale, per esempio con l’abrogazione dello statuto fiscale speciale accordato alle multinazionali?

B. S.: Non sono sicura che le misure svizzere in questo ambito siano sufficienti. Ma ci sono senza dubbio cose positive da imparare da questo paese, in particolare il suo sistema di partenariato sociale e la sua rete molto sviluppata di piccole e medie imprese.

swissinfo.ch: Secondo il rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro, in certe economia avanzate le disuguaglianze si avvicinano ormai ai livelli osservati nelle economie emergenti. Quali saranno le conseguenze di questo divario per l’Europa?

B. S.: L’aumento delle disuguaglianze destabilizza le società europee e crea dei dubbi sugli ideali che hanno condotto alla creazione dell’Unione europea. Questi dubbi sono purtroppo sfruttati da populisti di vario genere che propongono soluzioni assurde, come il ritorno alle frontiere nazionali.

In gioco non ci sono soltanto la morale e la coesione sociale, ma anche la sostenibilità delle economie europee. In Grecia per esempio, la crescita degli estremismi e la situazione di conflitto causata dalle politiche di austerità hanno condotto a un forte impoverimento della popolazione e alla riduzione dei consumi.


Andrea Tognina, swissinfo.ch

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