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Votazioni cantonali


Il Ticino dice sì all’iniziativa dell’UDC «Prima i nostri»




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L'iniziativa "Prima i nostri" farà diminuire le colonne di frontalieri che entrano in Svizzera?  (Tipress)

L'iniziativa "Prima i nostri" farà diminuire le colonne di frontalieri che entrano in Svizzera? 

(Tipress)

I cittadini ticinesi hanno accettato domenica a larga maggioranza l’iniziativa popolare dell’Unione democratica di centro che vuole dare la priorità ai lavoratori indigeni sul mercato del lavoro. Accettato pure il controprogetto del governo all’iniziativa «Basta con il dumping salariale».

I ticinesi recatisi alle urne hanno preferito l’originale alla copia. L’iniziativa lanciata dall’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) denominata «Prima i nostri» è infatti stata approvata dal 58% dei votanti, mentre il controprogetto elaborato dal parlamento e sostenuto dal governo è stato sonoramente bocciato. Solo il 36,6% lo ha infatti approvato.

Nella Costituzione cantonale viene così ancorato il principio della preferenza indigena. In altre parole, i datori di lavoro che cercano un impiegato, prima di assumere un frontaliere o una persona proveniente dall’estero dovranno prima dimostrare che non vi siano lavoratori disponibili che già risiedono in Ticino. «Il cantone provvede affinché sul mercato del lavoro venga privilegiato a pari qualifiche professionali chi vive sul suo territorio per rapporto a chi proviene dall’estero (attuazione del principio di preferenza agli Svizzeri)», recita uno dei nuovi articoli costituzionali dell’iniziativa.

In Ticino su circa 200'000 posti di lavoro, 63'000 sono occupati da frontalieri.

L’efficacia dell’iniziativa, sostenuta anche dalla Lega dei Ticinesi, è però ancora tutta da dimostrare. Durante la campagna, i contrari hanno sottolineato che il testo rimarrà «solo un bel proclama non traducibile in pratica», poiché il cantone non può intervenire in determinati ambiti, di competenza federale o regolati dal diritto internazionale. Per i promotori dell’iniziativa, invece, era il controprogetto ad essere troppo annacquato: «Nel nostro testo, la preferenza indigena è un obbligo, nel controprogetto solo un auspicio», aveva indicato a swissinfo.ch il presidente dell’UDC ticinese Piero Marchesi.

Vi è poi anche un altro aspetto da valutare: sapere se e come questa iniziativa cantonale sarà compatibile con la soluzione che si sta delineando a livello federale per l’attuazione dell’iniziativa federale del 9 febbraio 2014 «contro l’immigrazione di massa». Il progetto accettato appena qualche giorno fa dal Consiglio nazionale (camera bassa) prevede sì una preferenza alla manodopera indigena, senza però nessun obbligo vincolante di assunzione.

I commenti dalla vicina Italia per quella che è vista come un’iniziativa anti-frontalieri non si sono fatti attendere. Il Corriere della Sera online parla di «voto inutile» e rileva che i dati economici svuotano di senso il referendum: «Ad agosto il tasso di disoccupazione in Ticino si è attestato al 3,1%; dunque che gli italiani ‘rubino il lavoro’ ai residenti appare una tesi non facile da sostenere».

Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha da parte sua rilevato che per ora  «il referendum non ha effetti pratici», ma ha comunque messo in guardia: 

Reagendo su Facebook, il presidente della regione Lombardia Roberto Maroni ha lodato la democrazia diretta elvetica e ha preso atto del risultato, ma ha avvertito: «vigileremo perchè ciò non si traduca in una lesione dei diritti dei nostri concittadini lombardi o (peggio) nella introduzione di discriminazioni o violazioni delle norme che tutelano i nostri lavoratori. A partire da domani, dunque, la Regione Lombardia predisporrà le adeguate contromisure per difendere i diritti dei nostri concittadini lavoratori».

Non nuova a prese di posizione non proprio diplomatiche che riguardano il Ticino e i frontalieri, l’europarlamentare di Forza Italia Lara Comi ha dal canto suo chiesto in un tweet di «isolare la Svizzera». 

Dumping salariale

I cittadini ticinesi erano chiamati alle urne domenica anche per un secondo oggetto in relazione con il mercato del lavoro.

I votanti hanno respinto col 52,4% l’iniziativa promossa dal Movimento per il socialismo (piccola formazione della sinistra radicale) denominata «Basta con il dumping salariale». Il testo chiedeva di potenziare i controlli sul mercato del lavoro per lottare contro la pressione al ribasso sui salari.

Il parlamento aveva bocciato la proposta, ritenendola troppo costosa. Per contro aveva presentato un controprogetto dai costi più contenuti, che mira ad ottimizzare gli strumenti già esistenti per sorvegliare e lottare contro questo fenomeno.

Questo controprogetto ha ottenuto i favori dei votanti, che lo hanno accettato col 55% di sì.

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