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Robot killer


Il futuro dei campi di battaglia




Il robot umanoide "Atlas" è stato sviluppato dalla società di robotica Boston Dynamic per un progetto della Difesa USA (Reuters)

Il robot umanoide "Atlas" è stato sviluppato dalla società di robotica Boston Dynamic per un progetto della Difesa USA

(Reuters)

Le macchine stanno lentamente sostituendo gli esseri umani sui campi di battaglia. Si pensa che tra 20-30 anni ci saranno armi completamente autonome. Anche la Svizzera è attiva nel campo della ricerca su tecnologie robotiche mobili.

In un recente incontro a Ginevra dedicato alle minacce della tecnologia robotica (sistemi d’armamento autonomi letali, conosciuti con l’acronimo inglese LAWS), Laurent Masmejean, esperto in disarmo del ministero degli esteri svizzero, ha osservato che la comunità internazionale comincia appena ora a capire le possibili ripercussioni della rivoluzione robotica nei campi di battaglia del futuro.

Secondo Masmejean è essenziale esaminare quali capacità di funzionamento autonomo di sistemi d’armamento siano desiderabili, legali e accettabili e quali pongano dei problemi. I rappresentanti svizzeri alla conferenza hanno sottolineato che il programma di ricerca elvetico su tecnologie di difesa non include armi completamente autonome.

«Vedremo però come campi diversi di ricerca, se considerati insieme, potranno aiutare a progredire verso sistemi più autonomi, letali o non letali», dice Quenti Ladetto, direttore del settore per le tecnologie di difesa di armasuisse, il centro di competenza della Confederazione per l’acquisto di sistemi e materiali tecnologici complessi.

Al momento la Svizzera conduce piccoli programmi di ricerca su velivoli e veicoli terrestri senza equipaggio, in collaborazione con vari partner, tra cui il Politecnico federale di Zurigo e le aziende statunitensi Black-I Robotics e iRobot.

Nella sua strategia di ricerca per il quadriennio 2012-2016 il ministero svizzero della difesa sottolinea l’importanza di veicoli senza equipaggio, in particolare per compiti di ricognizione, sorveglianza e comunicazione, compiti che diventano sempre più importanti.

Questi programmi mirano a migliorare «l’autonomia di piattaforme senza pilota e a creare condizioni per l’approvazione e la diffusione di robot mobili impiegati in compiti di sicurezza in Svizzera».

«Se guardiamo più da vicino le ricerche sulla robotica e nell’intelligenza artificiale, la tendenza è chiaramente quella dell’autonomia. Anche se gli scopi ultimi della ricerca da parte di istituti accademici e università non sono di natura militare, la futura integrazione di ricerche compiute oggi potrebbe condurre a maggiori capacità di funzionamento autonomo», osserva Ladetto.

Salvavite: le più recenti attrezzature militari comprendono robot per artificieri come questo (Keystone)

Salvavite: le più recenti attrezzature militari comprendono robot per artificieri come questo

(Keystone)

Alcuni esperti hanno però dei dubbi. Stuart Casey-Maslan, capo delle ricerche nell’Accademia per il diritto umanitario internazionale e i diritti umani di Ginevra, afferma che sarebbe «stupito» se la Svizzera non stesse compiendo delle ricerche relative a sistemi d’armamento autonomi letali.

«Una maggiore autonomia è chiaramente il futuro delle forze armate e di sicurezza. La questione è se, come e dove sono posti dei limiti a questa tecnologia per ragioni legali o etiche. Sono particolarmente preoccupato per l’uso di sistemi letali autonomi nell’ambito di interventi di polizia, che non sono considerati dalla Convenzione nelle armi convenzionali (CCW)», dice.

Joe Farha, uno specialista di armamenti militari della Omega Research Foundation, con sede a Manchester, ammette che qualsiasi ricerca civile relativa al funzionamento autonomo di una macchina ha molte probabilità di essere utilizzata per scopi militari o di polizia.

«È possibile che la crescente richiesta di sistemi senza equipaggio conduca a un graduale aumento delle capacità e quindi a sistemi in cui la norma è un alto grado di autonomia», osserva, notando che i sistemi senza pilota che si muovono sul terreno o volano hanno sempre un potenziale di doppio uso, civile e militare, «se si applica la tecnologia corretta».

Nell’esercito del futuro è probabile che le persone siano sempre meno presenti sul campo di battaglia. In anni recenti gli Stati uniti hanno speso 6 miliardi di dollari l’anno per sviluppare armi senza pilota. L’agenzia per i progetti di difesa avanzati dell’esercito statunitense (DARPA) si è impegnata a fondo nello sviluppo e finanziamento di robot militari, per esempio il robot per terreni impervi LS3, creato dall’azienda Boston Dynamics.


Documenti del governo statunitense riflettono i piani per accrescere l’autonomia dei sistemi di armamento. In una roadmap relativa agli anni 2011-2036, il Dipartimento della difesa degli USA scrive di «prevedere sistemi senza pilota che operano senza frizioni con sistemi pilotati, nel quadro di una graduale riduzione del grado di controllo umano e della necessità di una presa di decisioni nella porzione delle forze armate che funziona senza equipaggio».

Tecnologie militari autonome già esistono. Il sistema di difesa antiaerea e antimissili MK 15 Phalanx della marina e la sua versione terrestre C-RAM sono operativi da anni.

Sistemi d’armamento autonomi letali

87 paesi, dei 117 che hanno firmato la Convenzione sulle armi convenzionali (CCW), hanno partecipato all’incontro di esperti di sistemi d’armamento autonomi letali (LAWS) nella sede delle Nazioni unite a Ginevra dal 13 al 16 maggio 2014.

Lo scopo era di definire limiti e responsabilità per l’utilizzo di armi letali che sono solo parzialmente controllate dall’uomo.

Durante il loro prossimo incontro il 14 novembre, i membri del CCW decideranno se proseguire il processo.

Alcune ONG spingono per un divieto preventivo di questo tipo di armamenti. Ricordano l’esempio dei laser accecanti, messi al bando dalla comunità internazionale nel 1995, prima che potessero essere utilizzati.

La Svizzera è uno degli 87 paesi che cercano di stabilire i limiti e le responsabilità dell’impiego di armi totalmente autonome, che potrebbero individuare e distruggere un obiettivo senza intervento umano.

Per ora solo cinque stati, tra cui Cuba e Pakistan, hanno dato sostegno agli attivisti che chiedono la messa al bando della LAWS. Altri, tra cui Francia e Gran Bretagna, hanno sostenuto a Ginevra la necessità di mantenere un controllo umano «significativo» sulla scelta degli obiettivi e sulla decisione d’attacco. Gli Stati uniti parlano di controllo umano «appropriato» sui sistemi d’armamento autonomi.

Fuori dagli Stati uniti si conosce il sistema automatico di difesa Iron Dome, impiegato da Israele e il sistema tedesco NBS Mantis concepito per difendere le basi operative in Afghanistan.

«Nel quadro dello sviluppo tecnologico, molti paesi potrebbero scegliere la strada dell’automazione completa, a causa dei benefici connessi ad armi di questo genere: tempi di risposta rapidi, rischi ridotti per i propri soldati, costi minori e possibilità di evitare gli effetti di sentimenti umani di fronte alla decisione di usare la forza», osserva Mary Wareham, esperta di armi della ONG Human Rights Watch.

Lo sviluppo dei velivoli senza pilota sta andando oltre gli attuali droni, verso una maggiore autonomia. L’aeroplano X-47B della marina statunitense può decollare e atterrare da una portaerei e fare il pieno da solo. La Gran Bretagna ha presentato di recente il velivolo Taranis, senza pilota e invisibile ai radar, sviluppato per compiere missioni intercontinentali.

Libera evoluzione

Per le ONG non c’è modo di verificare cosa intendono i governi per «controllo umano significativo» dei sistemi autonomi. Gli sforzi per ridurre questo tipo di armi non hanno finora avuto risultati. Secondo le ONG un divieto preventivo sarebbe la sola soluzione.

«Ho cercato il confronto con i costruttori di armi, ma loro francamente non sono interessati al diritto umanitario internazionale», dice Juergen Altmann, cofondatore del Comitato internazionale per il controllo delle armi robot.

Secondo Masmejean però, le basi legali attuali sarebbero «abbastanza solide» per affrontare futuri cambiamenti. «Sia che siano coinvolte armi autonome, sia che non lo siano, ogni uso della forza o di sistemi d’armamento deve essere in accordo con l’intero quadro delle leggi internazionali e in particolare con il diritto umanitario, nella fattispecie con i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione», osserva.

A suo avviso la comunità internazionale dovrebbe esaminare con attenzione la posizione legale delle nuove armi, gli obiettivi e i metodi delle azioni belliche e i possibili vuoti di responsabilità.

Altmann però non è convinto. «Potrebbero essere interessati all’idea di porre dei limiti agli effetti della guerra, se questo porta a una maggior precisione e quindi a prodotti migliori. Ma vogliono innovare e la tendenza va verso veicoli senza pilota che possono reagire più in fretta, ciò che è esattamente ciò che vorremmo impedire. Ci vuole una decisione politica da parte dello Stato e della società per fermare questa evoluzione e impedire che esercito e tendenza tecnologiche evolvano liberamente».


(Traduzione dall'inglese: Andrea Tognina), swissinfo.ch



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