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Sessione del Parlamento Museruola più stretta per gli oratori stranieri non desiderati

Mevlüt Çavuşoğlu

La visita nel marzo 2017 del ministro turco degli esteri Mevlüt Çavuşoğlu, accolto anche dall'allora consigliere federale Didier Burkhalter a Berna, aveva suscitato non poche critiche in Svizzera.

(© KEYSTONE / ANTHONY ANEX)

Gli strumenti attuali per salvaguardare l’ordine pubblico di fronte alla propaganda di politici stranieri non sono sufficienti. È quanto ritiene la maggioranza della Camera del popolo, che propone di reintrodurre un obbligo di autorizzazione per gli oratori stranieri. 

Il diritto di stranieri, non residenti sul territorio elvetico, ad esprimersi su questioni politiche in Svizzera suscita già da molto tempo apprensioni e controversie. Per alcuni, salvo in casi eccezionali, va privilegiata la libertà di espressione, sancita dalla stessa Costituzione federale. Per altri, questi discorsi vanno sottoposti ad una severa regolamentazione, in quanto possono minacciare la sicurezza interna e l’ordine pubblico. 

Campagna elettorale turca in Svizzera Nessun divieto generalizzato per la propaganda politica turca

Ci sarà una riedizione della polemica scoppiata nel 2017, quando i turchi in Svizzera hanno votato per il referendum costituzionale?

Il dibattito si è riaperto negli ultimi anni in seguito, soprattutto, a manifestazioni e comizi organizzati in diversi paesi europei da sostenitori del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dopo il colpo di Stato del 2016 e in vista del referendum costituzionale del 16 aprile 2017 in Turchia. Durante alcuni di questi comizi di propaganda politica erano intervenuti anche rappresentanti del governo di Ankara. In Svizzera, tra l’altro, avevano sollevato non poche critiche le visite del deputato turco Hursit Yildirim, vicepresidente del partito islamico Akp di Erdogan, e del ministro degli esteri Mevlüt Çavuşoğlu. 

Già nel 2016, partendo da casi analoghi in Germania, il deputato del Partito popolare democratico (PPD) Daniel Fässler aveva depositato una mozione, in cui chiedeva al governo di reintrodurre un obbligo di autorizzazione per gli oratori stranieri che intervengono in manifestazioni politiche in Svizzera. Nonostante il parere contrario del Consiglio federale, la mozione è stata approvata mercoledì sera da una sottile maggioranza di deputati – 90 favorevoli, 85 contrari e 3 astensioni – quasi tutti appartenenti al PPD e all’Unione democratica di centro. 

Leggera interferenza in un diritto fondamentale 

Oggi, per impedire a un oratore straniero di parlare, le autorità federali devono dimostrare che la sicurezza interna o esterna della Svizzera è direttamente e concretamente minacciata, ha spiegato il deputato del PPD. “Quando un oratore straniero pronuncia un discorso politico agitatorio in un circolo chiuso, raramente mette in pericolo la sicurezza interna o esterna della Svizzera ai sensi della legge sugli stranieri o dei servizi segreti. Vi è tuttavia il rischio che le controversie politiche possano essere trasferite dall'estero in Svizzera, in primo luogo alla diaspora straniera interessata”. 

Gli strumenti a disposizione del governo non bastano quindi per imporre un divieto di ingresso o di parola a oratori stranieri indesiderati, ha affermato Daniel Fässler, citando l’esempio della visita del ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğl nel 2017: per impedire un suo discorso a Zurigo, le autorità cantonali hanno dovuto invocare l’insufficiente protezione antincendio nella sala. 

“Non chiedo un divieto, ma un obbligo di autorizzazione”, ha sottolineato il deputato appenzellese. A suo avviso, tale obbligo rappresenterebbe un “leggera interferenza” nella libertà di espressione. “Una tale interferenza in un diritto fondamentale è ammissibile se vi è un interesse pubblico, se l'interferenza è proporzionata e se vi è una base giuridica”. 

Strumento diventato obsoleto 

Nella sua mozione, il deputato chiede quindi al governo un obbligo di autorizzazione, sul modello del decreto abrogato nel 1998. Tale decreto era stato introdotto 50 anni prima, all’inizio della Guerra fredda, per prevenire un “sovvertimento politico”. In un periodo in cui partiti comunisti erano saliti al potere in diversi Stati dell’Europa centrale e orientale, l’obbiettivo di questo strumento era in particolare di evitare i rischi di un contagio ideologico. 

In pratica, uno straniero senza permesso di domicilio poteva pronunciare un discorso politico solo se era stata richiesta un’apposita autorizzazione. I Cantoni potevano negare tale autorizzazione se ritenevano che l’oratore potesse mettere a repentaglio la sicurezza interna o esterna del Paese. Da notare ancora che gli oratori stranieri autorizzati ad esprimersi dovevano evitare qualsiasi ingerenza negli affari interni della Svizzera. 

Su raccomandazione della Camera dei Cantoni, il decreto era stato poi soppresso 20 anni fa, in quanto veniva applicato solo in casi rari ed era ormai considerato obsoleto. Un obbligo di autorizzazione per tutti gli oratori stranieri appariva inoltre sempre più contraddizione con il principio della libertà di espressione. 

Mancanza di propozionalità 

I mezzi attuali sono sufficienti per impedire interventi di politici stranieri a manifestazioni in Svizzera, ha affermato invece la ministra di giustizia e polizia Simonetta Sommaruga. A livello locale, le autorità dispongono di basi legali per vietare simili manifestazioni o discorsi che mettono in pericolo l’ordine pubblico. Strumenti esistono anche a livello nazionale: negli ultimi anni la polizia federale (fedpol) ha vietato più volte l’ingresso in Svizzera a predicatori di odio jihadisti o a membri di gruppi musicali radicali di destra. E lo stesso governo può imporre a sua volta un divieto. 

La ricezione a livello mondiale dei media elettronici rende oggi meno sensato un obbligo di autorizzazione, ha sottolineato Simonetta Sommaruga. Secondo la consigliera federale, è inoltre una questione di “proporzionalità”. Un tale obbligo avrebbe, ad esempio, costretto il PPD a richiedere un’autorizzazione per invitare a parlare oratori di partiti europei affini, come è stato il caso negli ultimi anni dell’ex ministro tedesco della CDU Heiner Geissler o dell’attuale cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che si era espresso alcuni anni fa sul ruolo della Svizzera in Europa. 

La maggioranza dei deputati non hanno però condiviso queste riserve. La mozione passa ora alla Camera dei Cantoni.

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