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Svolta nel braccio di ferro fiscale italo-svizzero


Di Nicole Della Pietra


Una brezza di ottimismo torna a soffiare sulle relazioni tra Svizzera e Italia (Keystone)

Una brezza di ottimismo torna a soffiare sulle relazioni tra Svizzera e Italia

(Keystone)

Il conflitto che oppone Svizzera e Italia ha registrato una svolta lunedì, a pochi giorni dal viaggio a Roma del nuovo ministro dell'economia Johann Schneider-Amman. L'Italia si dice pronta a rinunciare allo scambio automatico d'informazioni.

Il quarto incontro di dialogo economico italo-svizzero, organizzato lunedì a Como, ha riservato una sorpresa alla trentina di negoziatori e specialisti inviati sul posto dai due governi.

La riunione, svoltasi a porte chiuse nei saloni di Villa Olmo, ha schiarito un po' l'orizzonte per la Svizzera, confrontata da più di un anno all'offensiva italiana, attuata in particolare attraverso lo scudo fiscale: la Confederazione potrebbe presto essere cancellata dalla lista nera italiana dei paradisi fiscali.

Modello francese

«È ciò che avverrà automaticamente in caso di firma di un accordo di doppia imposizione tra i due paesi», dichiara Amedeo Teti, direttore per la politica commerciale internazionale italiana in seno al Ministero dello sviluppo economico. Il diplomatico lascia chiaramente intravedere spiragli per un modello d'accordo «come quello ratificato tra la Francia e la Svizzera».

Il futuro delegato alle relazioni esterne a Berna e Milano per l'economia ticinese, Michele Rossi, presente all'incontro in qualità di osservatore, non nasconde una certa soddisfazione. «È la prima volta che sento l'Italia evocare apertamente la possibilità di abbandonare la richiesta dello scambio automatico di informazioni tra i nostri due paesi», indica l'avvocato ticinese.

Due debuttanti

Indipendentemente dalla nuova attitudine italiana, l'incontro in programma giovedì tra Johann Schneider-Ammann e Paolo Romani, ministro dello sviluppo economico, suscita speranze da parte svizzera anche per un'altra ragione. I due ministri, entrati in funzione di recente, potranno senza dubbio «ripartire su nuove basi, lasciando da parte le tensioni del passato», sottolinea Michele Rossi.

A volere smuovere le acque non è solo il governo svizzero ma anche tutto il mondo economico elvetico, che sta subendo le conseguenze della presenza della Confederazione sulla lista nera italiana dei paradisi fiscali.

Una «black list» che ancora quest'anno si è tradotta in diverse leggi e decreti che rendono più complicati gli scambi commerciali tra i due paesi. Gli ambienti economici hanno definito questi provvedimenti dei «cavilli destinati a mettere dei bastoni tra le ruote elvetiche».

Il problema è tutt'altro che secondario: l'Italia è infatti il secondo partner commerciale della Svizzera dopo la Germania. Le perdite potrebbero così essere importanti da una parte e dall'altra della frontiera.

Violazione degli accordi

Molti osservatori, tra cui la ministra dell'economia e delle finanze ticinese Laura Sadis, ritengono però che più che mettere i bastoni tra le ruote, le pratiche italiane costituiscano addirittura delle violazioni ripetute degli accordi bilaterali in vigore tra i due paesi.

Un'analisi non condivisa da Amedeo Teti, che a fatica nasconde una certa irritazione. «Non vi è nessuna violazione e la posizione del mio governo è molto chiara: a partire dal momento in cui la Svizzera avrà firmato un accordo di doppia imposizione sarà cancellata dalla lista e queste misure verranno a cadere», afferma.

Pur esprimendo una certa soddisfazione per l'incontro, la sua omologa, l'ambasciatrice Monika Rühl Burzi, si mostra più cauta.

«Il mio omologo ed io desideriamo lanciare un appello forte ai nostri rispettivi ministri delle finanze affinché i negoziati riprendano rapidamente e possano concludersi il più presto possibile, dichiara l'ambasciatrice. A trarne beneficio non sarebbe solo la Svizzera, ma anche le esportazioni italiane verso il nostro paese».

Percorso difficile

La strada rischia comunque di essere ancora lunga, anche per Johann Schneider-Ammann e Paolo Romani. Il dialogo tra le autorità dei due paesi non è ancora sulla stessa lunghezza d'onda, come emerge dalle dichiarazioni ufficiali. Berna, da un lato, spera di poter «presto iniziare la procedura di rinegoziazione», mentre Roma, da parte sua, parla di «negoziati che stanno per concludersi».

Non va poi dimenticata l'instabilità politica che regna attualmente in Italia e che lascia la porta aperta a diversi scenari, tra cui l'arrivo a Palazzo Chigi dell'attuale ministro delle finanze Giulio Tremonti, che nel recente passato ha più volte attaccato la Svizzera. Un'ipotesi che fa venire i sudori freddi ai promotori di un accordo accettabile per la Svizzera e agli ambienti bancari elvetici.

Relazioni difficili

Nell'ottobre 2009, dopo l'entrata in vigore dello scudo fiscale, le autorità italiane hanno proceduto a diversi controlli nelle filiali delle banche svizzere per dare la caccia a chi froda il fisco.

Inoltre la Guardia di finanza ha intensificato i controlli alle frontiere, introducendo ad esempio i famigerati 'fiscovelox'.

Il ministro delle finanze Giulio Tremonti ha dal canto suo rincarato la dose, attaccando più volte la Svizzera e definendola la "caverna di Alì Babà".

Berna ha reagito parlando di metodi brutali e contrari agli accordi bilaterali.

Il Ticino, in prima linea in questo conflitto e che spesso si è sentito poco ascoltato da Berna, ha deciso di nominare un delegato agli affari federali, che dovrebbe entrare in funzione nel 2011.

Da parte sua, l'ex ministro delle finanze Hans-Rudolf Merz ha nominato un consigliere politico, l'ex membro dell'esecutivo ticinese e consigliere agli Stati Renzo Respini.

L'incarico di Respini si è appena concluso. Le conclusioni del suo lavoro non sono per il momento state rese note.

Malgrado la decisione dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico di cancellare la Svizzera dalla sua lista grigia, Roma ha mantenuto la Confederazione sulla sua lista nera dei paradisi fiscali.

L'Italia è il secondo partner commerciale della Svizzera. Nel 2009 sono stati importati dall'Italia beni per 18 miliardi di franchi, mentre le esportazioni hanno raggiunto 15,8 miliardi.

Terzo scudo fiscale

Il terzo scudo fiscale voluto dal ministro delle finanze italiano Giulio Tremonti è stato attivo dalla metà di settembre 2009 fino alla fine di aprile del 2010 (la prima scadenza era il 15 dicembre 2009, ma c'è stata una proroga).

Stando ai dati pubblicati in giugno dal Ministero italiano dell'economia e delle finanze, lo scudo ha permesso di fare emergere 104,5 miliardi di euro e ha fruttato 5,6 miliardi alle casse dello stato.

La Svizzera è il paese da cui proviene la maggior parte dei capitali legalizzati. In febbraio – prima della fine dello scudo – la Banca d'Italia parlava di 60 miliardi di euro provenienti dalla Svizzera: 25 miliardi di rimpatri effettivi e 35 miliardi di rimpatri giuridici (i capitali sono stati legalizzati ma continuano ad essere gestiti dalle banche elvetiche).

In un'intervista rilasciata in giugno al Corriere del Ticino, il direttore dell'Associazione bancaria ticinese Franco Citterio afferma che dalla piazza finanziaria ticinese sono confluiti verso l'Italia 20 miliardi di euro (rimpatri effettivi).

swissinfo.ch



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