WEF 2017 a Davos «Cerco di far felici le persone, non di far loro la predica»

L'ex albergatore Ernst Wyrsch con la modella e ambasciatrice UNICEF Claudia Schiffer.

L'ex albergatore Ernst Wyrsch con la modella e ambasciatrice UNICEF Claudia Schiffer.

(Marcel Gyger)

Bill Clinton, Muhammad Ali, Angelina Jolie, Kofi Annan, Richard Gere, Angela Merkel. E l’elenco potrebbe continuare. Durante il Forum economico mondiale (WEF) Ernst Wyrsch li ha incontrati tutti nel suo Steinberger Grand Hotel Belvédère, l’albergo a cinque stelle di Davos che ha diretto con la moglie tra il 1996 e il 2011. Nell’intervista con swissinfo.ch parla dell’importanza del WEF, di capi di Stato di paesi con una fama dubbia e della dipendenza dal profitto.

swissinfo.ch: Da cinque anni lei non dirige più l’Hotel Belvédère. Qual è oggi il suo sguardo sul WEF?

Ernst Wyrsch: Provo grande riconoscenza e orgoglio per essermi trovato nell’occhio del ciclone durante quindici anni. Spesso c’era una gran confusione. Sono orgoglioso anche per il fatto che la Svizzera, il cantone dei Grigioni e Davos non hanno mai messo in discussione il WEF. Hanno sempre capito che i vantaggi superano i costi.

swissinfo.ch: Oggi lei presiede la sezione grigionese di hotelleriesuisse. Ha ancora compiti particolari in relazione con il WEF?

E. W.: No. Però approfitto anch’io dell’evento, perché i molti pernottamenti prima, durante e dopo il WEF appaiono anche nelle nostre statistiche. E poiché non si tratta di pernottamenti qualsiasi, ma di pernottamenti che generano un plusvalore elevato, nella mia posizione ne approfitto ancora di più.

Ernst Wyrsch, di Dottikon (Argovia), è stato per 30 anni albergatore, gli ultimi quindici, dal 1996 al 2011, nello Steinberger Grand Hotel Belvédère a Davos. Durante il WEF il suo albergo era sempre al centro dell’attenzione, perché Wyrsch ospitava molte personalità di tutto il mondo e offriva sempre ai media uno sguardo sulla vita dell’albergo. «Ho contribuito a rendere più visibile il WEF», afferma Wyrsch. Oggi l’albergatore, 55enne, è presidente della sezione grigionese di hotelleriesuisse, l’associazione degli albergatori, e presidente del consiglio di amministrazione dei tre alberghi Seehof a Davos e Vereina e Steinbock a Klosters. Inoltre tiene seminari sulla leadership, la motivazione e la felicità.

(Keystone)

swissinfo.ch: Undici anni fa, nella sua funzione di direttore dell’Hotel Bélvèdere, ha riferito durante una settimana le sue esperienze quotidiane al WEF sul quotidiano grigionese Bündner Tagblatt. L’immagine che emergeva era quella di una professione non molto salutare: giornate di 20 ore, poche ore di sonno, stress permanente.

E. W.: Il WEF è sempre stato una settimana speciale. Non sarebbe sopportabile se fosse la norma. In termini sportivi: durante i playoff, uno non si lamenta del numero eccessivo di partite. In tutti questi anni non sono mai arrivato alla soglia di un burnout.

swissinfo.ch: E passata la settimana…

E. W.: …Allora c’era il vuoto. D’altro canto bisognava però concentrarsi completamente sul personale, per evitare che cadesse in depressione, stanco com’era. Dopo il WEF avevo la sensazione di aver capito qualcosa della leadership. Riuscire a motivare il personale dopo essere andati oltre il momento di massima intensità è un capolavoro

swissinfo.ch: Nell’Hotel Belvédère ha ospitato anche capi di Stato di paesi con una fama dubbia, per esempio in relazione al rispetto dei diritti umani.

E. W.: Sì.

swissinfo.ch: Non ha mai sentito il bisogno di affrontare il tema?

E. W.: No. Non ho mai concepito il mio ruolo di oste in termini moralistici. Non ho mai sentito il bisogno di fare la morale alle persone. Il mio lavoro è sempre stato quello di andare oltre le aspettative degli ospiti. Tutto il resto sarebbe una sopravvalutazione del ruolo dell’oste. Al WEF vige in ogni caso una regola: la più alta istanza morale è il professor Schwab. Se invita qualcuno, allora avrà la sue buone ragioni per farlo.

swissinfo.ch: Lei ha fatto dunque astrazione da queste questioni. Eppure prima o poi si ripresentano.

E. W.: Sì. Uno è consapevole di portare vari cappelli. Se sono albergatore, allora sono fondamentalmente una persona che cerca di rendere felici le persone e non di far loro la predica. Naturalmente ho le mie opinioni personali. Di questo parlo con i miei amici.

swissinfo.ch: In quanto albergatore non poteva dunque essere se stesso?

E. W.: Guardavo semplicemente in altro modo al mio ruolo. Anche il presidente di uno Stato non può sempre dire quello che pensa. Anche lui deve trattenersi per non essere frainteso. Ho fatto lo stesso come albergatore.

swissinfo.ch: Sul WEF ci sono opinioni discordanti. Qual è la sua opinione personale?

E. W.: Se il WEF non esistesse, credo che lo si inventerebbe. Il fatto che le persone più influenti in ambito politico, economico, scientifico, sociale, sportivo e culturale si riuniscano per tre o cinque giorni e discutano di alcuni temi è una cosa unica. Per farlo non hanno a disposizione altre piattaforme. Neppure l’ONU offre un’opportunità simile. Il WEF invece sì.

E credo che in questa forma possa svolgersi solo in Svizzera. Non conosco nessun altro paese che possa incarnare questa piattaforma neutrale in maniera altrettanto credibile. Negli Stati Uniti una manifestazione del genere non funzionerebbe.

swissinfo.ch: A molte persone il WEF appare però un evento ricco di contraddizioni. Un esempio: da una parte i partecipanti dicono che l’incontro a Davos risparmia loro mesi di viaggi attorno al mondo. D’altro canto succede che un ospite del WEF voli con l’elicottero da Davos a Zurigo per un appuntamento da un parrucchiere di grido.

E. W.: Non c’è un altro luogo in cui ci sia una così alta possibilità di incontrare persone. Qui tutto avviene in un’atmosfera informale. Le contraddizioni di cui parla sono storie gonfiate dai media. Riguardano accompagnatori annoiati, bambini viziati, compagne, ma non partecipanti di primo piano. Tra coloro che sono davvero influenti ho conosciute solo persone che sfruttano in modo ottimale ogni minuto trascorso a Davos. Per un appuntamento dal parrucchiere non c’è tempo.

swissinfo.ch: Dall’esterno il WEF viene però percepito anche come una combinazione di filo spinato, VIP e automobili blindate. Come descriverebbe lei il WEF a persone che lo vedono solo dal di fuori?

E. W.: È una visione molto svizzera. Non siamo abituati ai controlli di sicurezza. A livello internazionale se si ha a che fare con persone molto importanti o alle Olimpiadi e in occasione di altre grandi manifestazioni, tutto questo è normale. Penso che durante il WEF, Davos sia interessante anche per persone che non partecipano all’evento. Si può andare sulle piste di sci dove non c’è quasi nessuno perché lavorano tutti per il WEF. Il fatto che alcune aree siano protette dipende dal fatto che negli ultimi 20 o 30 anni gli attacchi terroristici hanno sempre riguardato obiettivi non protetti. È perciò un obbligo internazionale garantire la sicurezza dei partecipanti. Non ho però l’impressione che a Davos non ci si possa muovere liberamente.

swissinfo.ch: I controlli spontanei per strada ultimamente sono anzi diminuiti…

E. W.: Soprattutto una cosa è cambiata: dodici anni fa c’erano manifestazioni molto rumorose, colorate e ben visibili contro il WEF. Ora sono diventate folcloristiche. Il professor Schwab è riuscito a spiegare che ciò che i manifestanti criticano viene discusso proprio qui. «Improving the state of the world» vuol dire mettere il dito nella piaga, proprio lì dove i grandi e potenti della Terra non vorrebbero. E se il professore Schwab fa qualcosa, è proprio questo. Le ONG e le organizzazioni ambientaliste ottengono una piattaforma al WEF. Dov’è possibile, se non a Davos, riunire l’80% dell’industria automobilistica e 20 o 30 grandi organizzazioni ambientaliste nello stesso spazio?

swissinfo.ch: Per un abitante di Davos rimane però difficile esprimersi criticamente sul WEF…

E. W.: Se si è critici, non occorre nascondersi. La messa in questione critica è uno dei pilastri della democrazia svizzera. Lo svizzero è molto suscettibile se non può più criticare. Non permetterlo sarebbe un suicidio per il WEF. Ma da questo siamo ben lontani.

swissinfo.ch: È però arduo trovare un abitante di Davos che si esprima in modo negativo sul WEF. Molti preferiscono non dire niente.

E. W.: Il ritorno economico, di cui approfitta tutto il cantone, e il sentimento di essere vezzeggiati, di trovarsi per una volta l’anno nella vetrina del mondo, hanno messo a tacere molti critici.

swissinfo.ch: Il tenore è: «Qualsiasi cosa tu dica sul WEF, finirai per pestare i piedi a qualcuno.»

E. W.: Dipende anche dal fatto che molti approfittano in qualche modo del WEF. È difficile segare il ramo su cui si sta seduti.

swissinfo.ch: Non tutti approfittano però davvero del WEF.

E. W.: Dal mio punto di vista sì. In parte anche in modo indiretto. Un insegnante per esempio approfitta del fatto che si mantengono dei posti di lavoro a Davos e i bambini continuano ad andarvi a scuola. Sarebbe difficile per me dimostrare che qualcuno qui non approfitta del WEF.

swissinfo.ch: Per gli impianti sciistici per esempio la settimana del WEF è un problema. L’ha detto lei stesso: le piste sono vuote, nessuno viene a Davos per sciare.

E. W.: Sì, ma i proprietari degli impianti sciistici sono anche gli albergatori con il maggior numero di letti, oltre 2000. La maggior parte di questi letti è venduta durante questa settimana a un prezzo irraggiungibile in altri periodi dell’anno.

swissinfo.ch: A Davos c’è però anche chi dipende completamente dal WEF. Non è un’evoluzione pericolosa per la regione?

E. W.: È vero. Il WEF ha ormai un peso economico tale da creare dipendenze. È un problema. D’altro canto siamo vittime del nostro stesso successo. Il WEF può rimanere un evento di successo solo se continua a crescere e diventa ancora più importante economicamente. La dipendenza è il rovescio della medaglia.

swissinfo.ch: A proposito del prezzo degli alberghi: spesso si deplora una mentalità da imbroglioni.

E. W.: Per essere corretti dobbiamo anche guardare a eventi come Art Basel o la Fiera del libro di Francoforte. In occasione di grandi eventi in una città tutti aumentano i prezzi e nessuno dice niente. A Davos il caso WEF è speciale, perché la cittadina è sotto gli occhi del mondo e tutti i media sono presenti. E sovente i media non hanno altro da fare che scrivere su questioni simili.

swissinfo.ch: Nel 2002 il WEF si è tenuto eccezionalmente a New York, in onore della città colpita dall’attacco terroristico dell’11 settembre 2001.

E. W.: La decisione di non fare il WEF a Davos è arrivata a novembre, cioè solo due mesi prima del WEF. È stato terribile. Ma si è trattato anche di uno shock salutare per Davos. Si è visto cosa accade se il mondo smette di venire a Davos. Per fortuna un anno dopo la decisione è stata positiva.

swissinfo.ch: Le visite di Bill Clinton al Belvédère sono ben documentate. Lei ha ospitato per ben undici volte l’ex presidente degli Stati Uniti. Era il suo ospite preferito?

E. W.: I miei ospiti preferiti sono quelli con cui riesco a stabilire una relazione. Bill Clinton è sicuramente uno di loro, perché ha un grande carisma personale e si possono fare con lui delle belle discussioni. Questo ha creato dei legami.

swissinfo.ch: Nel 2000 ci sono stati anche problemi per la visita di Clinton. Le immagini delle manifestazioni violente a Davos hanno fatto dire ad alcuni media americani che la vita del presidente Clinton era stata messa in pericolo.

E. W.: Sono stati momenti difficili. Tuttavia noi non l’abbiamo percepito così, era piuttosto un tentativo di spostare l’attenzione dal WEF. Si sono messi in discussione a torto il piano di sicurezza del WEF e l’immagine di affidabilità e sicurezza dell’evento e della Svizzera.




(Traduzione dal tedesco: Andrea Tognina), swissinfo.ch

×

In evidenza