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"Intreccio di rapporti straordinario fra Italia e Svizzera"

Da Roma a Londra, passando per Berna, dove lo abbiamo incontrato

(swissinfo.ch)

Da Roma a Londra: dopo cinque anni passati nella capitale italiana, l’ambasciatore Alexis Lautenberg spicca il volo per la Gran Bretagna.

Con Lautenberg, che dal 1993 al '99 a Bruxelles aveva anche condotto il difficile negoziato con l’Unione europea, swissinfo fa il punto sulle relazioni della Svizzera con il grande vicino a sud.

In questi anni della sua permanenza a Roma, le relazioni tra Svizzera ed Italia sono state piuttosto turbolente. Rogatorie, scudi fiscali, blackout… Come giudica lo stato attuale dei rapporti fra i due paesi?

Direi per cominciare che esiste un intreccio di rapporti assolutamente straordinario fra l’Italia e la Svizzera. Questo consente ai due paesi una capacità di gestione anche di dossier più complicati in un dato momento. I rapporti fra i due paesi sono eccellenti e, in fondo, è proprio grazie a questi rapporti eccellenti che è stato possibile gestire questi dossier più difficili in momenti delicati, senza che si producessero danni collaterali in altri settori.

Secondo lei, qual è la percezione dell’Italia a Berna? C’è chi sostiene che, a differenza di altri partner europei, il governo svizzero non prenda la controparte italiana sempre molto sul serio…

Voglio contestare questa percezione nel modo più assoluto. L’Italia è uno dei nostri grandi vicini, con il quale condividiamo una cultura, una lingua, con cui abbiamo rapporti strettissimi. E non dimentichiamo che, anche per quello che riguarda i nostri contatti con l’Unione europea, l’Italia, in quanto vicino, è un partner assolutamente centrale in qualsiasi problema in sede comunitaria.

Nel marzo del 2003, la Svizzera ratificava l’accordo sulle rogatorie con l’Italia. In precedenza, le restrizioni volute dal governo Berlusconi avevano fatto temere delle contraddizioni con lo spirito iniziale dell’intesa. Che valutazioni le ispira la vicenda?

Ci sono spesso, nei rapporti fra due stati, momenti dove intervengono interpretazioni diverse sul modo di risolvere i problemi. Nel caso particolare, il governo svizzero ha voluto aspettare la presa di posizione della Corte costituzionale italiana prima di concludere il processo di ratifica. Se non altro, si può dire che la vicenda è stata gestita in modo molto attento dalle due parti.

Nel 2002, il ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti preannunciava la fine del segreto bancario elvetico, dichiarando che “con l’avvento dell’euro i soldi in Svizzera sono da considerare morti”. Ora, due scudi fiscali e dopo la partenza di Tremonti, bisogna aspettarsi altri sviluppi in questo settore?

Gli scudi fiscali del ministro Tremonti erano parte del tentativo di rilanciare una nuova politica economica italiana. Il primo scudo ha generato un rientro considerevole. Il sistema bancario svizzero, in particolare quello che lavora di più con il cliente italiano, ne ha tratto tutta una serie d’insegnamenti. Prova ne è il rafforzamento e la sistemizzazione della presenza in Italia di molte banche svizzere.

Lo scorso anno è stato segnato anche dal blackout che, in settembre, aveva oscurato l’Italia e acceso nuove tensioni. Che lezioni sono state tratte da questo episodio?

Direi che il 28 di settembre del 2003 è stato un evento con profonde conseguenze. Probabilmente è stato uno dei passaggi più difficili. Questo implica il riconoscimento di una serie di problemi da parte della Francia, che faceva passare molta più corrente di quello che era concordato. Dal canto suo, la Svizzera ha commesso errori di valutazione. Infine, l’Italia ha probabilmente reagito con un certo ritardo agli avvenimenti.

Per quello che attiene alla parte svizzera, non dimentichiamo che fino al settembre dell’anno scorso noi eravamo i primi esportatori di energia verso l’Italia. C’è tutto un lavoro di liberalizzazione e di gestione della rete che va rivisto nel senso di una maggiore eurocompatibilità da parte della Svizzera, se il nostro paese vuole mantenere la sua tradizionale posizione di stanza dei bottoni del commercio di elettricità in Europa occidentale.

Passiamo al dossier del traffico nord-sud. Dopo l’introduzione di un sistema di dosaggio al San Gottardo, le proteste degli autotrasportatori italiani erano state vivaci. Che disponibilità esiste da parte del governo italiano nei confronti del trasferimento del traffico merci dalla gomma alla rotaia, che per la Svizzera è una priorità assoluta?

Effettivamente c’è una forte lobby degli autotrasportatori. Si tratta di una lobby che ha un effetto leva tanto più forte che l’Italia, dal punto di vista del bloccaggio dei grandi assi, è molto vulnerabile.

Detto questo, io credo che l’Italia stia facendo moltissimo nello sviluppo delle proprie infrastrutture, tra cui quella ferroviaria. In questi anni ho percorso il paese in tutte le direzioni e ho l’impressione che sia in atto un cambiamento di attitudine: gli attori politici realizzano che non è possibile caricare ulteriormente l’asse stradale e che va comunque trovata una soluzione di rimedio grazie allo sviluppo intermodale con la ferrovia.

Chiaramente, uno dei passaggi più difficili sarà quello di realizzare un tale cambiamento di paradigma nel dettaglio. L’idea è di razionalizzare e ottimizzare il sistema delle infrastrutture, soprattutto senza penalizzare l’economia.

Intervista a cura di Mariano Masserini

Fatti e cifre

Alexis P. Lautenberg è nato nel '45 a Zurigo
Dal 1974 è al servizio del Dipartimento federale degli esteri
Dal 1993 al 1999 è stato capo della missione svizzera presso l’UE
Dal 1999 è stato ambasciatore di Svizzera in Italia

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In breve

L’ambasciatore di Svizzera in Italia si appresta a lasciare Roma alla volta di Londra, nell’ambito della normale rotazione del personale diplomatico.

I cinque anni trascorsi in Italia non sono stati di tutto riposo. Fra i dossiers più scottanti, figurano il blackout del 28 settembre 2003 e la controversia sulle rogatorie.

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