Il teatro di Zurigo che diventò simbolo di libertà e antifascismo

Nel 1939 allo Schauspielhaus di Zurigo fu rappresentato "Il grande teatro del mondo" di Pedro Calderon de la Barca. Gran parte degli attori erano esuli dalla Germania. Richard Schweizer/Stadtarchiv Zürich, VII.200

Negli anni prima della Seconda guerra mondiale, lo Schauspielhaus di Zurigo fu il più importante palcoscenico libero di lingua tedesca. Dal 1933 in poi, vi recitarono soprattutto esuli che non potevano più farlo in Germania. Con il suo programma, il teatro diventò un rifugio antifascista.

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 giugno 2020 - 13:36
David Eugster (Testo), Ester Unterfinger (Redazione fotografica)

10 maggio 1940 – Il Faust, in mezzo alla guerra

Zurigo, primavera 1940 – Il giorno precedente in città si erano formati ingorghi stradali, gli zurighesi volevano andare al riparo, nelle Alpi, nel ridotto nazionale. In autunno era scoppiata la Seconda guerra mondiale ed ora si mormorava che l'esercito tedesco stesse per invadere la Svizzera. Il Reno, il confine con la Germania era a soli 25 chilometri.

Ma allo Schauspielhaus di Zurigo vi fu ugualmente una rappresentazione teatrale. Nonostante l'atmosfera bellica. Davanti al teatro, il pubblico si accalcava e faceva la coda per entrare. Le quinte e gli oggetti di scena furono montati dagli attori stessi. Il 10 maggio 1940 la Confederazione elvetica aveva mobilitato altri 700'000 soldati, tra cui anche molti tecnici di scena e delle luci teatrali.

Andò in scena il Faust di Goethe. I nazisti amavano Faust: nella storia dell'uomo assetato di conoscenza e di vita, che era stato tentato dal diavolo per fare un patto, nel suo dinamismo e nella sua eterna ricerca di qualcosa di più, vedevano la "tragedia dell'uomo nordico", la "ricerca gotico-germanica dell'infinito". Ma a Zurigo fu interpretato da esiliati dalla Germania, fuggiti dal terrore nazista, molti dei quali comunisti ed ebrei. Tutti avevano i loro zaini riposti dietro alle quinte: erano pronti alla fuga.

A sinistra: Mefisto interpretato da Ernst Ginsberg; a destra: Faust interpretato da Wolfgang Langhoff, 1939-1940. Richard Schweizer/Stadtarchiv Zürich, VII.200

L'attore che interpretava Faust, Wolfgang Langhoff, era stato imprigionato come comunista in un campo di concentramento e da lì era fuggito in Svizzera. Il diabolico Mefisto era interpretato da Ernst Ginsberg, il quale, come ebreo, in Germania era minacciato di morte. "Conoscevamo Hitler e avevamo intuito cosa ci avrebbe aspettato", ricordò più tardi l'allora drammaturgo Kurt Hirschfeld.

Il pubblico era entusiasta. "Ogni allusione alla situazione di tensione era accolta con frenetici applausi", raccontò Hirschfeld. "La poesia di Goethe era diventata un'opera teatrale d'attualità. Credo che da quel giorno, nel vecchio teatro, tra le pareti di cartone colorato e il pubblico scosso, sia nato il centro europeo della resistenza intellettuale".

Negli anni della dittatura nazista quel teatro svizzero diventò il più importante palcoscenico libero di tutta l'area germanofona.

Lo Schauspielhaus di Zurigo attorno al 1935. Ludwig Macher/Baugeschichtliches Archiv

1933-1939: fase di emigrazione

Hirschfeld aveva già lavorato allo Schauspielhaus per un anno, nel 1933. L'allora direttore, Ferdinand Rieser, lo ingaggiò dopo che il drammaturgo era stato destituito dal servizio teatrale dai nazisti, perché era ebreo. Rieser dirigeva il teatro zurighese dalla metà degli anni '20, sia sul piano finanziario che su quello dei contenuti. Dal 1933 in poi, sul palcoscenico dello Schauspielhaus recitavamo soprattutto esuli, che non potevano più farlo in Germania.

Rieser e il suo ensemble presero chiaramente posizione già poco dopo l'ascesa al potere dei nazionalsocialisti. Così fu rappresentata l'opera di Theodor Tagger, alias Ferdinand Bruckner, "Die Rassen", che tematizzava l'odio razziale dei nazisti. Le rappresentazioni furono regolarmente fischiate dai simpatizzanti nazisti svizzeri, i frontisti. Sulla piazza davanti al teatro risuonavano i cori "Jude raus, Jude raus" ("Fuori gli ebrei"). Con questo si intendeva anche il direttore, che proveniva da una famiglia ebraica.

A sinistra: il direttore dello Schauspielhaus Ferdinand Rieser; a destra: il drammaturgo Kurt Hirschfeld. Aus dem Buch "Curt Riess, das Schauspielhaus Zürich" zvg

Rieser non si lasciò impressionare dai detrattori e continuò per la sua strada con il suo personale. Anche forze più moderate, tuttavia, criticarono lo Schauspielhaus. La Neue Zürcher Zeitung auspicò più tatto nei riguardi delle nuove posizioni tedesche e rilevò che non si dovevano fare inutili provocazioni affrontando la questione ebraica. Anche scrittori e drammaturghi svizzeri protestarono contro Rieser e chiesero un teatro popolare più conforme allo spirito locale.

1938-1945: i classici antifascisti

Ma con il suo coraggio e il suo ensemble, Ferdinand Rieser gettò le basi per la successiva fama dello Schauspielhaus: "È stata creata una fortezza, piena di esplosivi intellettuali. Da essa volavano i proiettili contro il nemico": così Oskar Wälterlin descrisse il teatro che dirigeva dal 1938.

Rieser aveva venduto le sue azioni e si era dimesso, per motivi finanziari, ma anche perché stanco delle ostilità, ed era emigrato negli Stati Uniti con la famiglia. Lo Schauspielhaus era diventato "Neue Schauspiel AG", con una partecipazione della città di Zurigo: il teatro privato si era trasformato in un teatro comunale.

Nel 1938, Oskar Wälterlin assunse la direzione dello Schauspielhaus, che mantenne fino alla morte, nel 1961. Richard Schweizer/Stadtarchiv Zürich, VII.200

In origine, con la nuova direzione, si mirava a rimuovere il carattere militante. La guerra era nell'aria: non si voleva prendere in giro la Germania con ostentazione. Quando scoppiò la guerra nel 1939, effettivamente all'inizio ci si orientò su un genere docile e comico, su commedie di Nestroy e Shakespeare, ma anche sui classici del XVIII e XIX secolo.

Allo Schauspielhaus di Zurigo, tuttavia, questi classici erano interpretati in modo diverso, meno antiquato, più sobrio. Al pathos che echeggiava sempre più fortemente sui palcoscenici in Germania, dal 1933 controllati dai nazisti, a Zurigo si opponeva uno stile umano. L'attore Wolfgang Langhoff disse: "Per esempio, da noi la parola libertà non veniva strombazzata, bensì detta semplicemente e a bassa voce, in sintonia con la grandezza del concetto".

Verso la fine della guerra, Kurt Hirschfeld descrisse così il suo obiettivo: "Bisognava preservare l'immagine dell'uomo in tutta la sua molteplicità e creare così una posizione contro le forze distruttive del fascismo".

Al contempo, proprio le opere teatrali più antiche permettevano di tematizzare il presente senza trattarlo direttamente. Era pura strategia. A questo proposito, l'attrice Therese Giehse, che prima di recitare allo Schauspielhaus aveva fatto cabaret politico, più tardi in un'intervista dichiarò: "Valutavamo ogni opera teatrale nell'ottica del contenuto politico, per noi nulla era apolitico".

Therese Giehse nell'interpretazione di "Madre Coraggio e i suoi figli", il capolavoro di Bertold Brecht che andò in scena per la prima volta nel 1941 allo Schauspielhaus di Zurigo. Doris Gattiker/Stadtarchiv Zürich, VII.200

Lo Schauspielhaus presentava anche nuove opere teatrali, ad esempio dell'espressionista Else Lasker-Schüler. Anche opere di Bertolt Brecht – tra cui "Madre Coraggio e i suoi figli" – poterono essere rappresentate qui in anteprima mondiale durante la guerra, mentre egli viveva in esilio in Scandinavia, così come furono regolarmente messe in scena opere teatrali inglesi e americane.

L'unità si sgretola

Una delle ultime opere teatrali che lo Schauspielhaus rappresentò prima della fine della guerra fu la prima di un certo Max Frisch: "Adesso cantano ancora". Frisch evolse affiatandosi con il palcoscenico dello Schauspielhaus, soprattutto con il sostegno di Hirschfeld. Pure la carriera di Friedrich Dürrenmatt iniziò allo Schauspielhaus, che era plasmato dalla Seconda guerra mondiale. Senza questo teatro radicalmente migrante, entrambi non sarebbero mai diventati autori di successo internazionali e classici svizzeri.

Rappresentazione dell'opera "Adesso cantano ancora" di Max Frisch, nell'inverno 1944/45. Stadtarchiv Zürich, VII.200

Verso la fine della guerra molti membri dell'ensemble guardarono di nuovo oltre i confini elvetici, verso i loro Paesi d'origine. Da lontano stavano già lavorando per ricostruire le organizzazioni distrutte dai nazisti. Al contempo, nell'estate del 1945, si unirono all'ensemble attori che tornavano dalla Germania distrutta dai bombardamenti ai palcoscenici svizzeri. Ora fuggiaschi dalla Germania si esibivano sul palcoscenico insieme ad attori che per anni erano stati acclamati dai nazisti.

Con la fine del nazionalsocialismo, però, anche l'unità si sgretolò: da antifascisti ridiventarono cattolici liberali, senza partito di sinistra o comunisti.

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