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Crisi o non crisi, il mondo ha sempre fame di cemento

La Cina fabbrica e consuma oltre la metà del cemento mondiale Reuters

Negli ultimi 15 anni la produzione mondiale di cemento è più che raddoppiata, sulla spinta soprattutto del boom edilizio nei paesi emergenti. Tra le multinazionali che dominano il settore vi è la svizzera Holcim, che quest’anno festeggia un secolo d’esistenza.

Questo contenuto è stato pubblicato il 28 maggio 2012 - 11:01
swissinfo.ch

Provate a mettere 12'000 Empire State Building uno di fianco all’altro. Otterrete così la quantità di cemento prodotta nel 2011: 3,4 miliardi di tonnellate, stando ai dati dell’U.S. Geological Survey.

Dopo due anni caratterizzati da un rallentamento dovuto alla crisi, la produzione mondiale di cemento ha risalito la china nel 2010, con un crescita del 9,2% rispetto all’anno precedente. Nel 2011, la progressione è stata più contenuta: +2,8%.

Mercati locali, attori globali

Una delle caratteristiche dell’industria del cemento è di avere una produzione essenzialmente locale. Il 95% del cemento consumato nel mondo è utilizzato nei paesi di produzione.

Questa peculiarità non ha però impedito il consolidamento del settore. Se nel 1990 le sei aziende più grandi controllavano il 10% della produzione mondiale, oggi questa proporzione è del 25% (e addirittura del 45% se si esclude la Cina). Le aziende che dominano il settore sono la francese Lafarge, la svizzera Holcim, l’irlandese CRH, la tedesca Heidelberg Cement, la messicana Cemex e l’italiana Italcementi.

Da ormai diversi anni, il centro di gravità dell’industria del cemento si è spostato nei mercati emergenti, che oggi consumano circa il 90% della produzione di cemento, contro il 65% vent’anni fa. «Attualmente il 75% delle nostre capacità produttive si trova nei cosiddetti mercati emergenti», conferma Peter Stopfer, responsabile della comunicazione esterna della Holcim. Nel 2011, le capacità di produzione della multinazionale svizzera sono aumentate di 4,5 milioni di tonnellate, passando complessivamente a 216 milioni.

La Cina…

Tra i paesi emergenti, a far la parte del leone è, manco dirlo, la Cina: nello spazio di dieci anni la produzione complessiva è quadruplicata e attualmente il paese asiatico fabbrica oltre la metà del cemento mondiale.

Il mercato cinese è però particolare. «Sono presenti circa 1'500 attori e le multinazionali detengono solo partecipazioni minoritarie nelle aziende cinesi», spiega Simon Pallhuber, analista del Credit Suisse e specialista del settore della costruzione. La situazione potrebbe però cambiare. «Il governo cinese sta spingendo affinché vi sia un consolidamento del mercato e ciò potrebbe aprire nuove prospettive per le società estere», precisa l’analista del Credit Suisse.

La Holcim è presente nel paese dagli anni ’90. La multinazionale svizzera possiede delle partecipazioni nella Huaxin Cement, una delle dieci principali aziende cinesi del settore. «La cooperazione è un successo», sottolinea Peter Stopfer, secondo il quale «la crescita in Cina continuerà anche nei prossimi anni, benché a ritmi più contenuti, poiché il governo vuole puntare più sulla qualità che sulla quantità».

In quest’ottica, la Holcim potrebbe avere buone carte da giocare. Secondo Simon Pallhuber, la multinazionale svizzera «ha un potenziale innovativo da non sottovalutare» e rispetto alla concorrenza locale, che magari può giocare al ribasso sui prezzi, ha il vantaggio di offrire dei prodotti di «grande qualità». «In un paese dove a volte degli edifici crollano a causa della pessima qualità del cemento, ciò potrebbe rivelarsi un fattore decisivo», aggiunge Pallhuber.

…e gli altri

L’altro grande mercato asiatico è l’India, dove la multinazionale svizzera si è ritagliata una posizione di rilievo. Il gruppo ha del resto deciso di aumentare nei prossimi anni di più di 5 milioni di tonnellate le sue capacità di produzione nell’est del paese, «un mercato dalle grandi potenzialità», osserva Stopfer. Nel 2011, l’industria del cemento ha conosciuto qualche difficoltà nel subcontinente indiano, a causa dell’inflazione piuttosto elevata che ha ridotto i margini, indica dal canto suo Pallhuber. Questi problemi sembrano però essere stati superati.

«Stanno crescendo anche l’Australia, l’Indonesia e la Thailandia. In America latina, vi è il Brasile, naturalmente, ma pure la Colombia e alcuni paesi dell’America centrale. In Medio Oriente, bisogna menzionare in particolare l’Egitto e i Paesi del Golfo», aggiunge l’analista del Credit Suisse. Un altro mercato del futuro è l’Africa, dove la domanda è alimentata dalla forte crescita demografica e dall’urbanizzazione.

Stagnazione nei paesi occidentali

Nei paesi occidentali, seppur con differenze regionali, il mercato è invece anemico. «L’industria del cemento sta attraversando una fase catastrofica soprattutto in Italia, Grecia e Spagna», precisa Pallhuber.

Nel nord dell’Europa, invece, la situazione è contraddistinta da una certa stabilità. Un’eccezione alla regola è la Svizzera, dove l’edilizia continua a girare a pieno regime. Nel 2010, le vendite di cemento nella Confederazione hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi 20 anni, in progressione del 5,1% rispetto al 2009, stando alle cifre di Cemsuisse, l’associazione ombrello del settore.

Segnali di ripresa giungono anche dagli Stati Uniti, conferma Peter Stopfer, che prevede nei prossimi tempi «una debole ripresa nelle principali economie avanzate».

Sfida ambientale

Ormai da qualche anno, una delle principali sfide cui è confrontata l’industria del cemento è la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Per produrre il clinker, il principale componente del cemento, i forni devono raggiungere temperature superiori ai 1'400 gradi. Ciò fa sì che i cementifici siano tra i principali produttori di gas ad effetto serra (il 5% di CO2 a livello mondiale).

«La Holcim si è impegnata a ridurre le emissioni di CO2 per tonnellata di cemento del 25% entro il 2015 rispetto ai valori di riferimento del 1990», osserva Peter Stopfer. «Per raggiungere questo obiettivo ci focalizziamo su tre livelli: ridurre la quantità di clinker sostituendolo con altri componenti minerali, utilizzare combustibili alternativi e migliorare l’efficienza energetica».

Gli sforzi finora si sono rivelati paganti e sono stati riconosciuti anche dalle organizzazioni non governative. «Dal 1990 siamo riusciti a ridurre le emissioni del 21,8%», precisa Stopfer. Nel 2010, la multinazionale ha creato un fondo speciale, dotato di 100 milioni di franchi all’anno, per sviluppare nuovi progetti, in particolare per la ricerca di combustibili alternativi.

«Si potrebbe pensare che queste multinazionali compiano degli sforzi soprattutto nei paesi occidentali. Invece cercano di applicare più o meno le stesse regole dappertutto», osserva Simon Pallhuber.

«Va anche a loro vantaggio, precisa l’analista del Credit Suisse. Con il sistema dei certificati di emissione di CO2, hanno interesse ad inquinare meno per poter poi magari rivendere questi certificati. È un modo per avere una certa stabilità anche in anni meno positivi».

Un secolo di storia

La Holcim nasce nel febbraio 1912 a Holderbank, nel canton Argovia. Il primo nome della società è Aargauische Portlandcementfabrik Holderbank-Wildegg.

Nel 1914 entra a far parte della società l’industriale Ernst Schmidheiny, proprietario anche della Eternit. Il gruppo si sviluppa rapidamente, aprendo delle filiali in tutta Europa e mettendo piede nel 1927 anche in Egitto. Sotto la direzione del figlio omonimo di Ernst Schmideiny, la Holderbank fonda nel 1938 un cementificio nei dintorni di Città del Capo.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il gruppo vive una fase di consolidamento seguita da una forte espansione a partire dagli anni ’60, fino a diventare dagli anni ’90 leader mondiale in vari campi (cemento, calcestruzzo pronto per l’uso, aggregati inerti…). Nel 2001 il gruppo è stato ribattezzato Holcim.

Oggi l’azienda opera in 70 paesi ed ha alle sue dipendenze più di 80'000 persone. Alla fine del 2011, la multinazionale svizzera aveva una capacità di produzione annua di cemento di 216 milioni di tonnellate, pari a circa il 6% della produzione mondiale. Il giro d’affari del 2011 è ammontato a 20,7 miliardi di franchi e l’utile netto è stato di 682 milioni.

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Una multinazionale non esente da critiche

La Holderbank/Holcim è spesso stata oggetto di critiche, ad esempio per i legami con il regime dell’apartheid in Sudafrica, per ripetute violazioni delle leggi sulla concorrenza, per la scarsa propensione a collaborare coi sindacati o per i problemi ambientali causati dai suoi cementifici.

La decisione di ribattezzare il gruppo Holcim rispondeva proprio alla volontà di un nuovo inizio per la multinazionale del cemento, la cui immagine era stata scalfita da tutta una serie di vicende.

L’organizzazione non governativa Multiwatch, che osserva da vicino le pratiche delle multinazionali elvetiche, indica che dall’«apertura del 2001» la Holcim ha compiuto dei progressi notevoli in materia di sviluppo sostenibile.

Meno soddisfacenti sono invece stati i passi in avanti registrati in altri campi. Secondo Multiwatch, ad esempio, «sui siti di produzione della Holcim si continuano a constatare infrazioni al diritto del lavoro o al diritto sindacale». A metà aprile, i sindacati internazionali, tramite il sindacato svizzero Unia, hanno ad esempio denunciato presso la Segreteria di Stato dell’economia le condizioni di lavoro nelle filiali indiane del gruppo. La multinazionale impiegherebbe più di 1'200 persone con contratti a tempo determinato, a condizioni decisamente peggiori rispetto al personale fisso. La Holcim ha risposto ridimensionando le cifre avanzate da Multiwatch e indicando che il ricorso a lavoratori interinali sarà ridotto una volta completata una nuova linea di produzione.

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