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Piano salva euro: chi pagherà?

L'euro cerca di uscire dalla più grave crisi della sua storia.

L'euro cerca di uscire dalla più grave crisi della sua storia.

(Keystone)

Il pacchetto salva euro da 750 miliardi dovrebbe aiutare i paesi in difficoltà ad assorbire il debito pubblico ed evitare la bancarotta. Il professor Dirk Niepelt, direttore del Centro di studi Gerzensee, dubita però che queste misure possano avere un impatto a lungo termine.

Dopo una maratona durata 11 ore, l’Unione Europea e il Fondo monetario internazionale (FMI) hanno dunque messo sul piatto 750 miliardi per salvare l’euro. Questo pacchetto va ad aggiungersi ai 110 miliardi già decisi ad aprile per soccorrere la Grecia, che martedì ha chiesto un primo versamento da 20 miliardi.

Il piano salva euro è stato accolto con euforia dalle Borse europee, che questa mattina sono però tornate a perdere terreno. A prevalere, infatti, è un certo scetticismo sugli effetti a lungo termine del piano antideficit.

Dubbi condivisi anche da Dirk Niepelt, direttore del Centro di studi Gerzensee e professore all’Università di Berna, secondo cui queste misure potrebbero perfino deresponsabilizzare i paesi in crisi.

swissinfo.ch: Cosa ne pensa delle misure adottate dai ministri delle finanze dell’UE?

Dirk Niepelt: Il lato positivo è che alcuni governi sotto pressione si sono impegnati ad intraprendere ulteriori sforzi per stabilizzare i loro bilanci.

Allo stesso tempo, però, queste misure potrebbero creare problemi significativi a medio e lungo termine. In realtà, infatti, il debito pubblico dei paesi in difficoltà sarà coperto dai contribuenti di altri stati e questo potrebbe scoraggiare la messa in atto di una politica fiscale moderata. Inoltre, c’è il rischio di una perdita di credibilità della Banca centrale europea (BCE).

Questi interventi si giustificano più che altro con considerazioni a breve termine. In particolare, si teme che gli speculatori perdano di vista il contesto fondamentale e che questo porti ad esagerazioni.

In situazioni simili può essere utile dare un segnale chiaro. Ma questo segnale deve essere credibile per ottenere l’effetto sperato. L’entità dell’accordo raggiunto nel fine settimana fa sorgere qualche dubbio in proposito. Infine non va dimenticato che la debolezza dell’euro ha anche dei lati positivi, in particolare per l’industria d’esportazione.

swissinfo.ch: Che ruolo ha la Svizzera?

D.N.: Presumo che la Banca nazionale svizzera collabori con le banche centrali straniere per spegnere sul nascere le crescenti insicurezze sul mercato interbancario.

swissinfo.ch: Lunedì l’Euro ha riacquistato valore in Borsa. Un entusiasmo che rischia di svanire tra una settimana?

D.N.: Diversi operatori del mercato finanziario sono soddisfatti dell’accordo raggiunto nel finesettimana. Tuttavia, è anche possibile che la stabilità raggiunta si trasformi in una vittoria pirrica, perché a medio e lungo termine i problemi non sono risolti. Al contrario, se la BCE dovesse perdere credibilità, i paesi dell’Unione sarebbero costretti ad affrontare ben altri problemi.

swissinfo.ch: Il piano salva euro avrà un’influenza sull’inflazione?

D.N.: L’idea di base del pacchetto è che gli impegni presi dai diversi paesi coinvolti siano finanziati attraverso le entrate fiscali e non messi in pericolo dall’inflazione. Queste entrate devono provenire dagli stati in difficoltà o, se caso, da paesi terzi.

E per evitare il rischio di inflazione, la BCE deve conservare la sua indipendenza e proseguire la sua politica di stabilità monetaria.

I paesi della zona hanno offerto garanzie dell’ordine di centinaia di miliardi di euro. Ma se dovessero davvero metter mano al portafoglio, ne avrebbero la capacità o la volontà oppure andrebbero a bussare alla porta della BCE? La domanda è più che mai legittima.

In questo contesto, è importante che la BCE chiarisca che la sua missione è di difendere il potere di acquisto dell’euro e non di risolvere i problemi fiscali dei paesi. È inoltre necessario ricordare che non c’è alcuna relazione diretta tra questi due settori.

swissinfo.ch: La stampa svizzera, come quella britannica, ha reagito con scetticismo al pacchetto salva euro, identificando il nemico nei paesi deficitari. Nei paesi della zona euro, invece, la stampa ha puntato il dito contro gli speculatori e le agenzie di rating. Chi ha ragione?

D.N.: Le speculazioni degli ultimi giorni potrebbero aver amplificato il problema, ma non sono certamente la causa principale di questa crisi. A volte le speculazioni hanno una funzione economica importante.

La classe politica europea si è convinta fin dall’inizio che l’indebitamento di alcuni paesi della zona euro rappresentasse un pericolo per la moneta unica. Ma non è sempre così. Negli Stati Uniti, ad esempio, uno Stato può andare in bancarotta senza che questo abbia ripercussioni immediate sul dollaro.

La BCE avrebbe così la possibilità di reagire con serenità, invece di trincerarsi dietro una giustificazione di difesa del “destino della comunità europea”.

swissinfo.ch: Questa crisi rischia di aumentare lo scetticismo elvetico nei confronti dell’euro?

D.N.: Non mi sorprenderebbe.

swissinfo.ch: Vista l’entità dei loro deficit, i paesi europei potrebbero relativizzare in futuro i loro attacchi contro la piazza finanziaria svizzera e l’evasione fiscale?

D.N.: A corto termine, il dibattito sulla piazza finanziaria svizzera e sull’evasione fiscale non sarà sicuramente d'attualità. In molti paesi, tuttavia, i problemi fiscali non sono ancora risolti. La questione del finanziamento dei compiti dello Stato tornerà dunque a far discutere.

Alexander Künzle, swissinfo.ch
(Traduzione dal tedesco, Stefania Summermatter)

Dirk Niepelt

È il direttore dello "Study Center Gerzensee", professore all'Università di Berna e professore ospite allo "Institute for International Economic Studies" (IIES) dell'Università di Stoccolma.

Niepelt ha conseguito il dottorato in economia al MIT di Boston e all'Università di San Gallo.

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Banche unite

Cinque banche centrali, tra queste la Banca nazionale svizzera (BNS), hanno deciso in comune di ricorrere a operazioni swap in dollari temporanee.

Questi scambi di valuta dovrebbero permettere di rifornire i mercati con una quantità sufficiente di dollari. L'obiettivo è quello di prevenire il sorgere di tensioni in altri mercati e altri sistemi finanziari (quello svizzero, ad esempio).

Le altre banche coinvolte nell'operazione sono la la Bank of Canada, la Bank of England, la Banca centrale europea e la Federal Reserve.

La Banca del Giappone sta valutando misure simili.

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La BCE rompe i tabù

La crisi greca ha spinto la Banca centrale europea (BCE) ad operazioni inusuali.

Nonostante si fosse fin qui dichiarata contraria, la BCE accetterà i junk bond greci, ovvero quelle obbligazioni governative che offrono pochissime garanzie. Normalmente, i titoli utilizzabili nelle operazioni di rifinanziamento devono avere un rating non inferiore a BBB-.

Con questa operazione, la BCE rompe un tabù e segue la strada tracciata oltreoceano dalla Federal Reserve in seguito al fallimento della Lehman Brothers.

L'accettazione del debito greco da parte della BCE, consente alle banche di rifinanziarsi presso l'istituto europeo con dei dei prestiti di sei mesi a tasso abituale.

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