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Gli «indigeni» potrebbero abbandonare Ginevra

Ginevra vuole restare un luogo d'incontro per la protezione dei diritti umani

(Keystone Archive)

Da 20 anni il Gruppo di lavoro per le popolazioni autoctone ha la sua sede a Ginevra. Adesso si pensa ad un trasferimento a New York.

Sia la città svizzera che le piccole popolazioni del pianeta non vogliono però perdere la loro posizione in ambito internazionale.

Questa settimana a Ginevra si discute di popolazioni autoctone e globalizzazione. Ma nel programma ufficioso c’è un’ulteriore posta in gioco: il futuro stesso dell’Istanza permanente che si occupa dei problemi delle popolazioni autoctone (WGIP).

Le Nazioni unite devono risparmiare e il gruppo di lavoro potrebbe venir integrato nella segreteria che si occupa dello stesso tema. La sede dell’ufficio è a New York, l’Istanza è di casa a Ginevra.

Per i rappresentanti dei popoli indigeni il forum, aperto dalle Nazioni unite nel 1982, è importante. Anche quest’anno, circa 1000 delegati arrivano a Ginevra da tutti i continenti per discutere dei rispettivi problemi e per rendere attenta l’opinione pubblica sulle difficoltà e le sfide che attanagliano le comunità più piccole del pianeta.

I popoli delle foreste vergini dell’Amazzonia, per esempio, non riescono a far fronte alla ‘civilizzazione’ che insidia il loro territorio, rileva Roberto Stavenhagen, relatore straordinario per i diritti umani dei popoli autoctoni.

I problemi più grandi si pongono quando i governi o le multinazionali scoprono nuove ricchezze nei loro territori. Che si tratti di giacimenti minerari, della ricchezza della natura o di privatizzazione delle fonti di acqua potabile: il conflitto fra gli interessi impari è latente.

USA per il Forum

Non è un caso che il gruppo di lavoro ginevrino non piaccia a tutti; una nuova lobby dei più deboli intralcia l’azione di molti gruppi d’interesse. Gli Stati Uniti, per esempio, preferiscono il «Forum permanete» con sede a New York Questa commissione è composta di 16 esperti, nominati a metà dai governi e a metà dalle popolazioni coinvolte. Mancano quindi i rappresentanti diretti.

Da parte sua, Ginevra è interessata a che i delegati delle popolazioni indigene tornino ad incontrarsi in Svizzera. La città non vuole perdere un’ulteriore fetta di istituzioni e attività internazionali. A questa richiesta ha risposto in dicembre la conferenza degli indigeni stessa. La nuova proposta che piace: una «Casa dei popoli autoctoni» da aprire proprio a Ginevra.

Il governo cittadino ha trovato immediatamente un edificio adatto da mettere a disposizione per un simbolico franco d’affitto. Anche il cantone di Ginevra si è dimostrato interessato al progetto.

Seguendo la proposta della WGIP, nella nuova sede ci sarà lo spazio per una delegazione permanente, una sorta di propria «ambasciata» con uno statuto diplomatico.

Manuel Tornare, membro dell’esecutivo ginevrino, si dice convinto: «Una delegazione permanente dei popoli autoctoni presso le Nazioni unite è inevitabile». E non New York, ma Ginevra è la sede adeguata: «Ginevra non è mai stata una potenza imperialista e non ha l’ipoteca di un passato coloniale».

DFAE cauto

Nella diatriba fra Forum permanente e WGIP, Gérald Pachoud, della sezione diritti umani del Dipartimento federale degli affari esteri, si esprime in maniera diplomatica: «Apprezziamo la creazione del Forum permanente. Anche se la sede è a New York. Si potrebbe comunque auspicare che le riunioni alternino New York a Ginevra, le due città che ospitano le Nazioni unite».

È inoltre ancora troppo presto per parlare dell’eliminazione del WGIP, ritiene Pachoud. Prima bisogna chiarire se le due istituzioni non sono complementari. La Svizzera sostiene le misure di risparmio delle Nazioni unite, ma l’importante è che i diritti delle popolazioni minoritarie non ne resentano.

Per la Casa dei popoli autoctoni c’è nella Berna diplomatica un pacato sostegno: «In linea di principio il progetto è interessante». Ma al Dipartimento degli affari esteri la questione non è ancora stata discussa a fondo.

Fra le questioni aperte c’è lo statuto diplomatico richiesto dai promotori. Ma con convinzione si sostiene Ginevra come sede di organizzazioni internazionali: «Anche se il WGIP venisse eliminato non bisogna escludere la creazione di una Casa dei popoli autoctoni». Ginevra deve rimanere un centro per la protezione dei diritti umani. Se la Casa servisse a promuovere lo statuto delle popolazioni minacciate, la sua istituzione sarebbe giustificata.

swissinfo e Helen Brügger, InfoSud

Fatti e cifre

300 milioni di persone fanno parte dei popoli autoctoni
Si contano circa 5000 popoli; fra questi gli indiani delle due Americhe, i papua, i sami e i tartari

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In breve

Dal 1982 il Gruppo di lavoro per i popoli autoctoni (WGIP) persegue due traguardi:

Creare delle direttive vincolanti che definiscano lo statuto speciale dei popoli indigeni e seguire attentamente la situazione delle diverse comunità sparse nei cinque continenti.


Nel 1993 il Gruppo ha elaborato una bozza per una Dichiarazione dei diritti delle popolazioni autoctone. Il testo è ora nelle mani della Commissione ONU per i diritti umani. Alla fine dovrebbe venir ratificata una convenzione internazionale, ma i dibattiti procedono a rilento.

Molti governi, come vaste cerchie dell’economia, non desiderano una maggiore protezione dei piccoli popoli. Si teme che la protezione possa limitare lo sfruttamento economico dei territori occupati da queste popolazioni.

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