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Il commercio con l'inquinamento

Anche la Svizzera ha bisogno di misure drastiche se vuole raggiungere i traguardi di Kyoto

(Keystone)

L’Unione europea ha dato luce verde al commercio dei diritti di emissione di CO2. Le aziende possono dunque «inquinare legalmente», ma a pagamento.

La Svizzera ha altri piani: aspettare.

Dal 2005 oltre 10'000 aziende europee potranno commerciare i «diritti d’emissione». I settori che consumano molta energia – per esempio la chimica, l’acciaio o la carta – otterranno dei margini di inquinamento che scenderanno progressivamente. Le quantità permesse saranno definite da certificati ufficiali e commerciabili.

La scorsa settimana, la Commissione europea ha inoltre proposto di aumentare la portata di tali direttive. In particolare, riducendo fino a un terzo le emissioni di CO2 tramite investimenti nella produzione di energie rinnovabili, come per esempio quella eolica. La misura non tiene invece conto di investimenti in impianti nucleari o in programmi di rimboschimento.

Il sistema funziona così: se una ditta riesce a risparmiare e inquinare meno di quel che può, può vendere i suoi diritti a chi non ha raggiunto i traguardi e necessita di ulteriori certificati. Così il suo contributo alla salvaguardia dell’ambiente viene gratificato.

Il sistema è parte del Protocollo di Kyoto sull’ambiente delle Nazioni unite. Il traguardo è diminuire le emissioni di sostanze tossiche e soprattutto di CO2 per frenare l’effetto serra.

La via Svizzera

Per il momento in Svizzera non si parla ancora di mercato dei certificati di emissione. «Abbiamo scelto la strada della tassa sul CO2», spiega Renato Marioni del Segretariato federale per l’economia (Seco).

Secondo la legge, le ditte dovranno raggiungere i traguardi o pagare la tassa. Jürg Grütter dell’Agenzia svizzera dell’energia per l’economia (AEnEc) ritiene che la tassa sul CO2 sia una buona cosa, perché: «Sappiamo da anni che gli accordi facoltativi, senza una certa pressione non portano a niente».

Difficoltà politiche

La AEnEc è un punto d’incontro fra la Confederazione e le imprese. Suddivide le aziende in gruppi e contratta i traguardi di risparmio energetico. Inoltre si occupa della consulenza e i suoi esperti conoscono da vicino il clima, non solo ambientale.

«La tassa sul CO2 non piace a tutti, gli ambienti vicini al petrolio cercheranno di sabotarne l’introduzione», afferma Grütter a swissinfo. È difficile comunicare la necessità di un’ulteriore tassa. Soprattutto in tempi di congiuntura difficile.

La Svizzera si interessa al modello europeo

La Svizzera non disprezza l’idea di poter partecipare al mercato europeo degli scambi di certificati. Ma come funziona il sistema?

«Una ditta vuole sottrarsi alla tassa. Per questo si accorda con la Confederazione di produrre meno emissioni. Questo avviene soprattutto con migliorie tecniche. D’altra parte può acquistare sul mercato i diritti di emissione, anche in Europa», spiega Marioni.

Ci sarebbero già dei contatti con l’Unione europea: «Siamo interessati a collegare il sistema svizzero a quello europeo».

Commercio nazionale già nel 2008?

Il segretario nazionale per il clima, Yvan Keckeis, del Ufficio federale dell’ambiente, foreste e paesaggio (Ufafp) conferma: «I lavori per una creazione di un mercato delle emissioni interno sono in corso. Per il momento però stiamo definendo dei traguardi con 600 aziende per ridurre le emissioni di CO2».

Per questo è poco probabile che le ditte svizzere siano interessate ad un commercio, se già c’è l’altra strada.

L’economia non sostiene il commercio

Il sistema europeo riesce a contemplare il 46% delle emissioni e trasformarle in certificati commerciabili. In Svizzera però lo stesso sistema non arriva che al 15%. La ragione sta nella struttura dell’economia elvetica: «L’energia elettrica prodotta in Svizzera non produce CO2, un terzo delle emissioni arriva invece dal traffico privato e un altro terzo dalle economie domestiche», spiega Marioni.

In questi due ambiti è molto difficile inserire un sistema di mercato. Secondo l’esperto, «la tassa sul CO2 porterebbe invece a successo anche fra i piccoli consumatori».

Greenpeace dubita

Non tutti sono però convinti della bontà del commercio con l’ambiente. Cyrill Studer di Geenpeace: «L’occidente ha il 20% della popolazione mondiale e produce il 60% delle emissioni».

«Se entro il 2050 le emissioni non saranno ridotte del 50% rispetto ad oggi, il clima non sarà più sotto controllo – afferma Studer – e i primi ad essere colpiti saranno i paesi in via di sviluppo».

Secondo gli ambientalisti sono dunque i grandi consumatori che devono rispondere per primi: «Ma ci vuole ben più di un mercatino dei certificati».

Compito dell’OMC?

Inoltre, qual è l’organizzazione internazionale responsabile per il commercio di questi certificati e il controllo del rispetto delle regole? Per Studer dovrebbero essere le Nazioni unite.

Ma alcuni paesi si sono già rivolti all’Organizzazione mondiale del commercio. Ci sono però dei precedenti in cui l’OMC ha scelto delle soluzioni poco ecologiche, abbastanza per mettere gli ambientalisti sul chi vive.

Big Business?

Secondo la Banca mondiale, fra il 1996 e il 2002, sono già stati scambiati i diritti per 200 milioni di tonnellate di emissioni a un prezzo medio di due dollari.

In Europa una tonnellata di gas serra dovrebbe costare nel 2007 non più di 7 euro. Attualmente il prezzo si aggira fra i 4 e i 5 euro. L’Organizzazione per l’ambiente delle Nazioni unite UNEP ritiene che il potenziale del commercio ha un potenziale di circa 2'000 miliardi di dollari. Basterà a far diventare il commercio un incentivo al comportamento ecologico?

swissinfo, Elvira Wigers
(traduzione: Daniele Papacella)

In breve

Secondo il Protocollo di Kyoto, le nazioni industrializzate devono ridurre le proprie emissioni di gas serra dell’8% entro il 2012.

Il commercio dei diritti di emissione è uno strumento per raggiungere il traguardo.

La Svizzera introdurrà al più presto nel 2005 una tassa sul CO2. Questa tassa potrebbe essere la base per un sistema di scambio di emissioni inquinanti.

La legge sul CO2 del 1999 prevede una riduzione dei gas ad effetto serra del 10% rispetto al 1990.

Secondo uno studio del Politecnico di Zurigo, senza misure supplementari, si raggiungerà solo una riduzione dell’1,3%.

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