La sorte degli uiguri dipende dal braccio di ferro all'ONU tra la Cina e l'Occidente

Uiguri etnici siedono vicino a una statua del defunto presidente cinese Mao Zedong a Kashgar, regione autonoma uigura dello Xinjiang, Cina. Reuters / Thomas Peter

La Repubblica popolare di Cina continua a respingere veementemente le critiche dei Paesi occidentali in merito alla politica che conduce nella provincia dello Xinjiang. Le pratiche repressive, se non genocidarie, nei confronti della minoranza uigura sono diventate un elemento di peso nella guerra diplomatica tra la Cina e i Paesi occidentali in seno alle istanze delle Nazioni Unite.

Questo contenuto è stato pubblicato il 16 ottobre 2020 - 15:00

"È troppo tardi, dicono gli uiguri", secondo le ultime testimonianze raccolte dalla giornalista Sylvie Lasserre dopo la pubblicazione del suo libro 'Viaggio nel Paese degli uiguri' lo scorso mese di maggio. "Una delle mie fonti afferma che siamo vicini all'eradicazione dell'etnia uigura", afferma a SWI swissinfo.ch. "Secondo alcune testimonianze, non si vedono quasi più uiguri nelle strade delle città dello Xinjiang. Le uniche persone che abbiamo incontrato sono le spose degli Han, l'etnia dominante, che escono in strada in coppia".

Le misure di confinamento introdotte dopo l'annuncio, in agosto, di un focolaio di persone infettate dal coronavirus a Urumqi, capitale della regione autonoma dello Xinjiang, sarebbero particolarmente severe, secondo Sylvie Lasserre. "Tutti i mezzi di comunicazione con l'estero sono stati interrotti. Da due mesi a questa parte, è quindi quasi impossibile sapere che cosa succede all'interno dello Xinjiang", s'inquieta la giornalista. "Secondo alcune informazioni - aggiunge - 150 studenti della residenza universitaria di Urumqi in perfetto stato di salute sarebbero stati portati in un centro ospedaliero per servire da cavie nella ricerca di vaccini contro il Covid".

Da quando è iniziata a metà decennio in seguito a sommosse e attentati terroristici, la forte repressione nei confronti di questa minoranza etnica avrebbe comportato sparizioni, esecuzioni e atti di tortura la cui ampiezza è, ovviamente, difficile da stabilire. Un terzo della popolazione presa di mira (da 13 a 18 milioni di uiguri) avrebbe trascorso dei periodi d'internamento in campi di rieducazione. Una politica repressiva che tentano di documentare alcune organizzazioni non governative (ONG).

Come in altri regimi chiusi, sono però le testimonianze delle vittime che permettono di allertare su possibili violazioni dei diritti umani su vasta scala. Nel caso dello Xinjiang, questi racconti sono opprimenti da diversi anni. Consentono di schizzare i contorni di una politica di assimilazione violenta degli uiguri. Le campagne di sterilizzazione forzata sono uno dei criteri previsti nella definizione di genocidio riconosciuta dal diritto internazionale.

"Una delle mie fonti afferma che siamo vicini all'eradicazione dell'etnia uigura".

Sylvie Lasserre, giornalista

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Tali dichiarazioni, così come le inchieste condotte dalle ONG e dai giornalisti, non rappresentano però delle prove inconfutabili. Pechino può quindi puntualmente smentirle parlando di informazioni errate, menzognere e manipolate politicamente.

Mobilitazione crescente dall'estate

Una cinquantina di esperti indipendenti incaricati dall'ONU le hanno però ritenute sufficientemente serie per sottoscrivere lo scorso mese di giugno un appello comune che chiede di adottare misure decisive per proteggere le libertà fondamentali in Cina.

Da parte loro, oltre 300 ONG hanno pubblicato in settembre una lettera aperta indirizzata al Segretario generale dell'ONU Antonio Guterres, all'Alta Commissaria per i diritti umani Michelle Bachelet e agli Stati membri delle Nazioni Unite, in cui chiedono la creazione di un meccanismo internazionale incaricato di indagare sulle violazioni dei diritti umani in Cina, in particolare nello Xinjiang.

Scontro verbale all'ONU

Il mondo diplomatico non è stato da meno. Durante la sessione della Terza Commissione dell'Assemblea generale dell'ONU in corso a New York, la quale si occupa di questioni sociali, umanitarie e culturali, si è tenuto un "acceso dibattito" sul rispetto dei diritti umani in Cina, secondo le parole del servizio d'informazione dell'ONU.

"Siamo estremamente preoccupati dell'esistenza di una vasta rete di campi di 'rieducazione politica', nei quali secondo dei rapporti credibili è stato detenuto arbitrariamente oltre un milione di persone (…) Una sorveglianza generalizzata continua a colpire in modo sproporzionato gli uiguri e altre minoranze e sempre più rapporti parlano di lavoro forzato e di controllo forzato delle nascite, compresa la sterilizzazione", ha affermato il 6 ottobre a New York l'ambasciatore tedesco Christoph Heusgen in una dichiarazione congiunta firmata da 39 Paesi, tra cui la Svizzera.

Secca replica da parte della diplomazia cinese

"Mettete da parte la vostra arroganza e i vostri pregiudizi".

Zhang Jun, ambasciatore cinese

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Negando qualsiasi grosso problema nello Xinjiang, l'ambasciatore cinese Zhang Jun ha replicato: "Devo anche sottolineare che la Germania, il Regno Unito e alcuni altri Paesi, a dispetto dei fatti, hanno violato la giustizia e compromesso la cooperazione. Di fronte ai miseri risultati ottenuti da voi stessi e dagli Stati Uniti in materia di diritti umani, scegliete di dedicarvi a una cecità selettiva e a una politica dei due pesi, due misure, di seguire volontariamente gli Stati Uniti e di diventare i loro complici. Che ipocrisia! Permettetemi di dirvi quanto segue: mettete da parte la vostra arroganza e i vostri pregiudizi, allontanatevi dal precipizio, ora".

Il ministro cinese degli affari esteri ha da parte sua sottolineato che quasi 70 Paesi hanno sostenuto la posizione della Cina. "Questi Paesi apprezzano che lo Xinjiang abbia adottato una serie di misure conformi alla legge per contrastare la minaccia del terrorismo e dell'estremismo e proteggere i diritti umani delle persone di tutti i gruppi etnici dello Xinjiang".

Il cosiddetto centro di formazione professionale, che si trova tra il capoluogo regionale Urumqi e la località turistica di Turpan, è uno dei più grandi centri conosciuti ed era ancora in fase di costruzione e di ampliamento al momento dello scatto della foto. La foto è stata scattata il 4 settembre 2018. Reuters / Thomas Peter

Di ritorno al Consiglio dei diritti umani

La Cina non intende moderare la sua diplomazia aggressiva nel sistema delle Nazioni Unite. È appena stata rieletta quale membro del Consiglio dei diritti umani (CDH), sebbene il numero di voti raccolti all'Assemblea generale dell'ONU sia stato inferiore a quelli durante la sua precedente elezione in quest'organo con sede a Ginevra.

"Sarà ancor più difficile contrastare l'azione assai organizzata della Cina e dei suoi alleati sulle questioni dei diritti umani".

Adrien-Claude Zoller, Ginevra per i diritti umani

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Cuba e la Russia fanno anch'esse parte dei nuovi membri del CDH. "Sarà quindi ancor più difficile contrastare l'azione assai organizzata della Cina e dei suoi alleati sulle questioni dei diritti umani. I Paesi occidentali sono minoritari in quest'organo di 47 membri", rileva Adrien-Claude Zoller, presidente del centro di formazione 'Ginevra per i diritti umani'.

Il controllo delle varie etnie nella Cina popolare risale agli anni Cinquanta. "Già negli anni Ottanta, le organizzazioni per i diritti umani denunciavano la politica di sterilizzazione e di aborto forzato del potere cinese in Tibet", rammenta Zoller.

Ma oggi, è ancor più difficile intervenire in favore delle libertà in Cina e contro le sue massicce violazioni. Dopo il Tibet, lo Xinjiang sta quindi per essere "normalizzato" da un partito comunista cinese allo stesso tempo purgato e rafforzato dal presidente Xi Jinping.

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