Mine, appuntamento in Nicaragua tra un anno

Un soldato honduregno mostra le tecniche di disinnesco di una mina anti persona: qui ogni frazione di secondo è fondamentale Keystone

Si è chiusa venerdì all'Onu di Ginevra la seconda Conferenza degli Stati firmatari del trattato di Ottawa. Appello di Jody William ad un'azione più vigorosa per costringere Stati Uniti, Russia e Cina ad aderire alla messa al bando delle mine anti uomo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 settembre 2000 - 19:17

Si terrà a Managua, in Nicaragua, nel settembre 2001 la prossima riunione degli Stati firmatari della Convezione sulla proibizione delle mine anti uomo e sulla loro distruzione (convenzione meglio conosciuta dall'opinione pubblica come "Trattato di Ottawa"). La volontà di rilanciare, l'anno prossimo nella capitale nicaraguegna, il processo d'adesione al bando totale delle mine anti uomo è stata ufficializzata tra le decisioni redatte nel documento finale della Conferenza.

Il documento finale è stato approvato da tutti e 139 gli Stati presenti nella città di Calvino, da lunedì a venerdì, per fare il punto sulla lotta contro le mine anti uomo, causa di circa 24 mila incidenti ogni anno nel mondo, secondo le stime elaborate dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Nonostante il trattato di Ottawa sia entrato in vigore il primo marzo 1999, questi micidiali ordigni continuano però ad essere ugualmente utilizzati nel mondo nei venti conflitti che si combattono attualmente, da 11 governi e da una trentina di gruppi armati.

Per questo "ogni minuto conta" come recita lo slogan della Campagna svizzera contro le mine anti uomo (della quale fanno parte48 organizzazioni non governative), che ha organizzato, durante la settimana, un fitto calendario di eventi culturali ed artistici, tra i quali la "linea rossa", formata da circa 300 "sedie rotte", allineate sul lungolago di Ginevra dall'artista Daniel Berset. Sedie, opere d'arte che simboleggiano le nuove vittime dell'esplosione di mine nei cinque giorni della riunione.

Il bilancio finale della Conferenza, alla quale hanno partecipato circa 500 delegati, è stato tracciato, in una conferenza stampa, da Jody Williams, l'attivista americana che guida la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (Icbl). La Williams è la vincitrice dell'edizione 1997 del Premio Nobel per la Pace. "Lo scopo di questa riunione - ha detto - era di mantenere alta l'attenzione sul problema della mine e di costringere i governi ad un maggior impegno. Questo obiettivo è stato raggiunto".

Jody Williams ha poi ricordato che all'inizio della conferenza sei Stati hanno depositato gli strumenti di ratifica: Colombia, Bangladesh, Moldavia, Gabon, Maldive e Kiribati (in Micronesia). Attualmente, quindi, sono 107 le Nazioni ad avere aderito al bando sulle mine. Un altro segnale positivo è arrivato da Ucraina e Bielorussia, due Paesi che producono un alto numero di mine, presenti come osservatori e che hanno richiesto la cooperazione internazionale per distruggere i loro arsenali.

Le note dolenti riguardano invece la mancanza di sanzioni per chi non rispetta gli obblighi, la poca trasparenza nella destinazione dei fondi destinati a finanziare le campagne di bonifica e nella carenza della cooperazione e dello scambio di informazioni tra gli Stati. Non da ultimo il problema del coinvolgimento delle superpotenze, come Cina, Russia e Stati Uniti, che non hanno ancora firmato il Trattato di Ottawa. A Ginevra soltanto i cinesi (la Cina possiede 110 milioni di mine, ossia quasi la metà degli stock mondiali) hanno inviato una delegazione. "La Cina- ha ricordato la fondatrice della Icbl - sta mostrando buona volontà sia nell'assistenza delle vittime che nell'impegno di non produrre più mine antiuomo per l'esportazione".

La preoccupazione maggiore arriva però dall'Angola, uno stato firmatario che ha ammesso di utilizzare le mine in aperta violazione al Trattato che ha firmato (e che dovrebbe ratificare)ed anche dal Burundi, il quale si è detto disponibile ad accogliere una missione di verifica sul proprio territorio, come prescrive l'articolo 8 del Trattato di Ottawa.

Maria Grazia Coggiola

Questo articolo è stato importato automaticamente dal vecchio sito in quello nuovo. In caso di problemi nella visualizzazione, vi preghiamo di scusarci e di indicarci il problema al seguente indirizzo: community-feedback@swissinfo.ch

Condividi questo articolo