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Per il Tibet dalla Svizzera

In prima fila per protestare contro il governo cinese: monaci di origine tibetana a Zurigo

(Keystone)

La dura reazione delle autorità cinesi alle manifestazioni nella capitale tibetana ha suscitato un'ondata di emozione e solidarietà in molti paesi occidentali, Svizzera compresa.

A Zurigo, circa duemila persone – tra loro molti tibetani in esilio – hanno protestato davanti al consolato cinese. Il governo elvetico ha chiesto a Pechino di rinunciare ad un uso spropositato della forza.

Tibetani provenienti da tutta la Svizzera, muniti di striscioni e bandiere nazionali, hanno osservato un minuto di silenzio in onore delle vittime della repressione. «Cina fuori dal Tibet», «Tibet libero», si poteva leggere sui cartelli innalzati durante la dimostrazione.

I diversi oratori che si sono succeduti hanno chiesto al Consiglio federale di operare per la liberazione dei prigionieri politici. Il governo svizzero è stato inoltre invitato a inviare una delegazione in Tibet per indagare su quanto accaduto, mentre alla Cina è stato chiesto di rinunciare a qualsiasi atto di violenza.

A 150 giorni dalle olimpiadi di Pechino 2008, i manifestanti si sono rivolti anche al Comitato olimpico internazionale (IOC), che ha sede in Svizzera, pregandolo di non restare in silenzio di fronte a quanto sta accadendo in Tibet.

Il deputato socialista Mario Fehr, presidente del Gruppo parlamentare per il Tibet, ha invitato l'IOC ad abbandonare il suo atteggiamento morbido nei confronti della Cina. Venerdì, il presidente dell'IOC, Jacques Rogge, affermava che i disordini in Tibet non sono una ragione sufficiente per boicottare le olimpiadi di Pechino. Per Fehr, è ora di esigere che le promesse fatte al momento dell'assegnazione delle olimpiadi vengano mantenute. Se i diritti umani non saranno rispettati – ha aggiunto – gli ideali olimpici perderanno ogni credibilità.

La manifestazione si è svolta nella calma, ma sono stati registrati anche incidenti. Quando alcuni tibetani in esilio hanno scagliato pietre contro la sede del consolato cinese, la polizia è intervenuta utilizzando lacrimogeni e proiettili di gomma.

La condanna di Berna

Anche il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha condannato sabato gli atti di violenza contro i manifestanti in Tibet.

La Svizzera, si legge in un comunicato, invita le autorità cinesi a rinunciare all'uso sproporzionato della forza e a rispettare i diritti umani. Tutti i tibetani che hanno protestato in modo pacifico, afferma il DFAE, devono essere liberati.

Lhasa, situazione confusa

Il giorno dopo i disordini nei quali sono morte un numero imprecisato di persone - dieci secondo le autorità cinesi, 80 secondo il governo tibetano in esilio e più di 100 secondo testimonianze che non possono essere verificate – la situazione nella capitale del Tibet, Lhasa, è ancora confusa.

Una persona ha detto di essersi affacciata su una strada centrale, una traversa di viale Pechino, e di averla vista «piena di mezzi corazzati»; i soldati fermavano dei giovani tibetani.
Gli stranieri – pochi in questo periodo perché la stagione turistica comincia in maggio – descrivono una città fantasma, percorsa solo dai mezzi cingolati della polizia militare. Per il secondo giorno consecutivo, alcuni affermano di aver visto delle persone in borghese sparare dalle auto sui passati.

I cinesi non escono per paura di essere attaccati dai tibetani, i tibetani per paura di essere arrestati dalle forze di sicurezza, che continuano a mantenere un rigido cordone sanitario intorno ai monasteri dai quali è partita la rivolta, quelli di Drepung, Sera e di Ganden.

La maggioranza dei turisti è bloccata negli alberghi per ordine della polizia, che afferma che muoversi sarebbe «rischioso». Chi ha scelto di farlo nonostante tutto, ha visto «molta gente con la testa sanguinate, ambulanze, carri armati e polizia dappertutto», come racconta una francese. Un suo connazionale spiega che ci sono state manifestazioni per tutta la settimana, ma che le violenze sono scoppiate solo venerdì, quando dopo l'arrivo dei mezzi corrazzati «si sono sentiti dei colpi di arma da fuoco e poi si è alzato del fumo».

swissinfo e agenzie

Storia di un lungo conflitto

Pechino ritiene il Tibet parte integrante della Cina. Il Dalai Lama - la guida spirituale dei tibetani - non chiede l'indipendenza politica, ma l'autonomia della regione.

Nel 1950 l'esercito di liberazione di Mao prese il controllo del Tibet. Pochi anni dopo, nel 1959, il governo cinese soffocò nel sangue un'insurrezione guidata da monaci e monache. Alla fine di marzo del 1959, in pochi giorni, l'esercito uccise più di 80'000 persone.

Il Dalai Lama fuggì con 120'000 tibetani in India, paese dove ancora oggi ha sede il governo tibetano in esilio.

Durante la Rivoluzione culturale, tra il 1966 e il 1976, le autorità cinesi hanno distrutto buona parte dei circa 6000 monasteri che si trovavano in Tibet.

In seguito alla politica d'insediamento cinese, oggi nelle grandi città del Tibet, i tibetani sono in minoranza.

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Svizzera - Tibet - Cina

Negli anni cinquanta, la Svizzera ha accolto un numero importante di profughi tibetani. Oggi la comunità tibetana in Svizzera conta circa 3000 persone. È la più grande comunità tibetana d'Europa.

Le relazioni tra Svizzera e Cina sono sempre state molto buone. La Confederazione, nel 1949, è stato uno dei primi paesi a riconoscere ufficialmente la Repubblica popolare cinese.

Tuttavia, l'attenzione svizzera nei confronti del Tibet ha spesso irritato Pechino.

Nel 1999 si è verificato un incidente diplomatico senza precedenti. In visita ufficiale a Berna, il presidente cinese Jiang Zemin era stato accolto davanti a Palazzo federale da un gruppo di simpatizzanti della causa tibetana. Zemin aveva dichiarato pubblicamente che le autorità svizzere avevano «perso un amico». La crisi è però rientrata rapidamente e non ha intaccato i rapporti tra i due paesi.

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