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"Per una diplomazia degna di questo nome"

L'ambasciata svizzera a Tripoli è presa di mira da manifestanti libici

(Keystone)

Prendendo posizione in merito alla crisi tra Berna e Tripoli, la "Lega libica per i diritti umani" ha invitato la diplomazia libica a smorzare i toni e a intensificare le vie diplomatiche. La Svizzera rimane pur sempre, si sottolinea, uno stato con il quale "non abbiamo problemi di fondo".

Da parte sua, l'organizzazione libica "Solidarietà per i diritti umani" ha affermato a Ginevra che "Max Göldi è considerato un ostaggio e in quanto tale va liberato". Anch'essa ha invitato a puntare sulle vie diplomatiche.

La Lega libica per i diritti umani ha pubblicato il 4 marzo scorso un documento intitolato: "Libia. La diplomazia libica alla luce della gestione delle relazioni con la Svizzera" nel quale ripercorre le tappe della crisi tra il paese nordafricano e la Confederazione, a partire dall'arresto a Ginevra, il 15 luglio 2008, di Hannibal Gheddafi, figlio del leader libico Muammar, per "presunto maltrattamento di due domestici".

Il documento analizza l'intervento della diplomazia libica - un intervento a suo avviso dominato "dall’emotività e dall'improvvisazione" - e stigmatizza "il fatto che la diplomazia libica non sia stata in grado di individuare, nella gestione di questo caso, le modalità adeguate, e abbia viceversa fatto ricorso a un linguaggio bellicoso e a espressioni poco diplomatiche (...)".

Il necessario ricorso a vie pacifiche

Il segretario generale della Lega libica per i diritti umani Sliman Bouchuiguir, s'interroga, in un colloquio con swissinfo.ch, sulle "ragioni di questa escalation". Egli ricorda che le relazioni tra Svizzera e Libia sono sempre state ottime, fin dai tempi della monarchia.

"La Svizzera è stato uno dei rari paesi europei, insieme alla Gran Bretagna, a ricevere la visita di re Idris. Con l'avvento della Repubblica prima, e della Jamahiriya poi, le relazioni si sono ulteriormente approfondite. La Svizzera è uno stato neutrale, non ha un passato coloniale, né tradizioni di ingerenza negli affari interni degli altri stati", rileva.

Bouchuiguir è convinto che "questo problema avrebbe potuto essere risolto in maniera pacifica. Anche perché si tratta di una situazione non nuova: non è la prima volta che Hannibal Gheddafi causa problemi. Situazioni analoghe si sono presentate in Francia e Danimarca".

"Non è stato condannato", prosegue. "Gli è semplicemente stata rivolta un'accusa. E nei paesi democratici chiunque può trovarsi in questa situazione. Tocca poi alla giustizia, quando questa è libera e indipendente, approfondire gli addebiti e stabilire la colpevolezza dell'accusato o abbandonare le accuse, come è di fatto accaduto" (dopo che i due querelanti hanno ritirato la denuncia).

"Per quale ragione", si chiede il segretario generale della Lega libica per i diritti umani, "l'escalation si è prodotta dopo il decreto d'abbandono, dopo le scuse del presidente della Confederazione? La Svizzera ha arrestato un cittadino libico e si è scusata attraverso la sua massima autorità. Cosa ci si poteva aspettare di più?"

Il vero problema: la personalizzazione dello stato

Secondo Sliman Bouchuiguir, l'escalation è dovuta al fatto che in Libia non esiste separazione dei poteri. A suo avviso, "negli ultimi quarant'anni la situazione si è sempre più degradata, dal momento che non ci sono né una costituzione, né un parlamento, né un sistema giudiziario in grado di operare in maniera più o meno corretta".

E quando parla di "personalizzazione dello stato", Bouchuiguir si riferisce al fatto che "il colonnello Gheddafi può permettersi di cambiare le leggi e le sentenze dei tribunali, invocando la carta della legalità rivoluzionaria, votata dal congresso del popolo, una sorta di parlamento non eletto privo di funzioni legislative. Il colonnello si è arrogato tutte le prerogative. È al di sopra della legge: incarna la corte suprema, la costituzione e la legge al tempo stesso".

Ritorno alla mediazione

Il documento della Lega libica per i diritti umani chiede alla diplomazia libica di "astenersi da dichiarazioni inaccettabili per la comunità internazionale; di sforzarsi di ritrovare un linguaggio sereno, pacato, che permetta di portare la controversia davanti a un'istanza di mediazione".

Chiede inoltre "la liberazione del prigioniero svizzero Max Göldi il più presto possibile (…), e il passaggio da una diplomazia della provocazione a una diplomazia degna di questo nome".

Il documento domanda infine "l'apertura di un'inchiesta per far luce sul ruolo delle forze di sicurezza libiche nelle azioni di saccheggio condotte da ignoti contro locali commerciali che operano con la Svizzera nelle città di Tripoli e Bengasi, azioni delle quali le forze di sicurezza non potevano non essere a conoscenza".

Solidarietà per il ritorno alla diplomazia

Da parte sua, l'organizzazione libica "Solidarietà per i diritti umani" ha lanciato un appello a Libia e Svizzera affinché la diplomazia riprenda il suo corso.

Il segretario generale dell'organizzazione, Khaled Saleh, ha dichiarato a swissinfo.ch : "Riteniamo che Max Göldi sia trattenuto in ostaggio dalle autorità libiche, e chiediamo il suo immediato rilascio. Per quanto riguarda le violazioni delle norme sulla residenza, è un caso che si presenta con una certa frequenza, perché si tratta di norme poco definite. Ci sono numerosi cittadini di altri stati che risiedono da tempo in Libia alle medesime condizioni di Göldi, senza per questo subirne le conseguenze. È evidente che il signor Göldi è stato strumentalizzato nel contesto di una crisi di cui è vittima".

"Ma a subire le conseguenze di questa crisi", precisa l’organizzazione libica "Solidarietà per i diritti umani", "non è unicamente Max Göldi. Ci sono numerosi casi di persone malate che dovrebbero farsi curare in Europa ma che non possono lasciare la Libia. Ottenere un visto per l'area Schengen adesso è impossibile, anche per coloro il cui nome non fa parte dei 188 della lista nera".

Muhammed Cherif, Ginevra, swissinfo.ch
(traduzione dall'arabo e adattamento: Luisa Orelli)

Due correnti

Nel corso della conversazione con il segretario della Lega libica per i diritti umani Sliman Bouchuiguir, swissinfo.ch lo ha interrogato a proposito dei contrasti esistenti all'interno dell'apparato statale libico, dal quale sono giunte dichiarazioni dissonanti: alcune sembravano voler calmare le acque, altre gettavano olio sul fuoco.

"C'è effettivamente uno scontro tra due correnti", conferma in sintesi Bouchuiguir. "Seif al-Islam, per esempio, tiene un discorso ragionevole, che può raccogliere forti consensi sia tra i politici sia tra la gente comune. Seif al-Islam però non può governare da solo. Sull'altro fronte troviamo una corrente molto più rigida, rappresentata dai comitati rivoluzionari, che può vantare il controllo delle due leve del potere: denaro e armi. E questa corrente considera pericolosi i discorsi di Seif al-Islam".

"La nostra speranza è che Seif al-Islam creda davvero in quello che dice. Che il suo discorso sfoci nella creazione di una corrente politica, e che questa possa presentarsi al popolo. È evidente che questo processo non potrà che culminare in libere elezioni, alle quali Seif al-Islam, insieme ad altri, potrebbe presentarsi. Se le vincesse, avrebbe tutto il nostro sostegno. Ma è evidente che siamo ancora molto lontani da tutto ciò".

"La Lega", ricorda Bouchuiguir, "ha incontrato, su sua richiesta, Seif al-Islam. Gli abbiamo detto queste cose, e il contenuto del nostro incontro è stato reso pubblico. Gli abbiamo ricordato che il primo passo da compiere è costruire uno stato di diritto, altrimenti non si va oltre le belle parole".

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4 CONDIZIONI

La Libia l'11 marzo ha lanciato una nuova offensiva per via diplomatica contro la Svizzera. L'ambasciatore libico alla sede dell'ONU a Ginevra Ibrahim Aldredi ha accusato Berna di avere rifiutato di negoziare.

Accusa che le autorità elvetiche refutano seccamente. Il Dipartimento federale degli affari esteri replica che la Svizzera si è sempre attenuta ai patti ed è "pronta a trattare e impegnata a trovare una soluzione costruttiva per via diplomatica con la Libia".

In una conferenza stampa, il diplomatico ha dichiarato che Tripoli "desidera risolvere la crisi con la Svizzera". Per la normalizzazione delle relazioni pone quattro condizioni: l'istituzione di una commissione arbitrale, la traduzione in giustizia dei responsabili dell'arresto di Hannibal Gheddafi nel luglio 2008 a Ginevra, un'inchiesta seria sulle foto segnaletiche dello stesso Hannibal Gheddafi scattate dalla polizia e pubblicate dalla "Tribune de Genève" il 4 settembre 2009, l'annullamento del divieto d'ingresso nello spazio Schengen imposto dalla Svizzera a oltre 180 libici.

Per quanto riguarda Max Göldi, il manager di ABB detenuto in Libia per soggiorno illegale, l'ambasciatore ha affermato che "tutto è possibile". Aldredi ha precisato che la sorte di Göldi dipende dal sistema giudiziario libico che è "indipendente". "Sono i tribunali che decideranno, non noi", ha aggiunto. Non è tuttavia escluso che Muammar Gheddafi accordi la grazia, benché Aldredi abbia affermato di non poter dire niente al riguardo.

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