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Contributo esterno «La Svizzera può avere più fiducia in sé stessa, anzi deve»

Walter Tell

Bisogna voler restare un piccolo Stato. I cambiamenti attuali porranno questa questione di volontà. Scena di una rappresentazione teatrale del “Guglielmo Tell” in Germania.

(Keystone)

L’unione di potenze di grandi e medie dimensioni relativamente equiparate e che sono sommariamente d’accordo tra di loro tende alla sua fine storica, secondo Konrad Hummler. L'ex banchiere intravede una grande opportunità per la piccola Svizzera, ma anche un pericolo molto specifico.

Cosa rende la Svizzera quello che è? Una domanda a cui è facile rispondere se si pensa a quello a cui è impossibile rinunciare. Ovvero quali sarebbero le cinque cose che ci porteremmo sull’isola deserta se fossimo obbligati. Per me sono le seguenti:

1. La consolidata struttura federale con competenze decisionali elevate anche al livello più basso.

2. La partecipazione del popolo alla discussione relativa a temi statali.

3. Lo spiccato senso di temperanza in pretese nei confronti dello Stato.

4. La garanzia della proprietà privata.

5. La comprensione dello Stato come elemento partecipativo e non autoritario.

Konrad Hummler è un imprenditore, pubblicista ed ex banchiere svizzero. È stato socio e amministratore delegato della banca privata Wegelin & Co. In questa funzione ha scritto per più di vent’anni il leggendario «Anlagekommentar» (Commenti per gli investitori) sulla pubblicazione bimensile della banca, stampata in oltre 100'000 esemplari.

(swissinfo.ch)

Le conoscenze e le esperienze accumulate dimostrano che essere una piccola nazione non interessata al potere ha i suoi vantaggi in molte situazioni di politica mondiale. Ma per sopravvivere e prosperare come piccola nazione in tempi decisamente più difficili occorre il consenso interno. Oggi, in Svizzera manca un piccolo denominatore comune che, a parte rare eccezioni, permette di trovare l’accordo di tutti.

Un piccolo denominatore comune

  • che nessun consigliere federale, impiegato statale né giudice oserebbe infrangere,
  • che darebbe la certezza alla popolazione di non essere intaccato lentamente da nessun tipo di doppia agenda,
  • che è possibile difendere e mantenere anche in tempi difficili.

È evidente che sul piano globale stiamo vivendo grandi cambiamenti. I tempi dei principi di base condivisi sono passati. L’unione di potenze di grandi e medie dimensioni relativamente equiparate e che sono sommariamente d’accordo tra di loro tende alla sua fine storica. Al suo posto, si osserva un comportamento da super potenza più o meno sviluppato dei singoli Stati.

La fredda annessione della Crimea da parte della Russia di Putin è stato il primo segnale d’allarme di questo grande cambiamento. Sono seguiti annunci senza fronzoli sull’armamento giapponese da parte del primo ministro Abe e la costruzione di isole artificiali fortificate davanti alla terra ferma cinese. Nel frattempo, la curata retorica della diplomazia ha assunto toni inusuali, grotteschi e addirittura pericolosi.

Concentrarsi sulle proprie preferenze non è più un reato

La piccola nazione ha avuto tempi difficili nella fase del principio di base unitario. Quando sul piano mondiale tutto sembra eguagliarsi, come trovare la legittimità per decidere di voler essere diversi? Perché restare un piccolo Stato a suo modo speciale se tutt’intorno ci si stringe gli uni con gli altri?

Perché restare un piccolo Stato a suo modo speciale se tutt’intorno ci si stringe gli uni con gli altri?

La domanda sulla legittimità dell’indipendenza svizzera ha determinato la discussione anche all’interno del paese. Abbiamo discusso di integrazione, scelte egoistiche, apertura al colosso europeo e arretratezza ideologica anacronistica. Ma dal momento che in futuro il mondo sarà dominato da grandi potenze che seguono solo i loro interessi, queste domande si relativizzano. Oggi, concentrarsi sulle proprie preferenze non è più visto come un reato.

Il pensiero sovranazionale corrispondeva ai tempi

Negli ultimi decenni, il tentativo di creare un’unità nel continente europeo è stata la più grande sfida per la Svizzera, in quanto piccola nazione. I motivi sono di natura pratica. Le interconnessioni economiche sono importanti e la dipendenza della Svizzera dai vicini europei per le esportazioni è evidente.

Pertanto, risulta logico che in Svizzera determinate forze politiche fondamentali hanno dovuto prendere direzioni spiccatamente eurocentriche. Ma non solo: anche sul piano ideologico, il modello elvetico sembrava superato. In Europa pareva oramai che il nazionalismo facesse parte del passato. La sovranazionalità e l’abolizione delle frontiere sono diventati i motti dello spirito del tempo. Adesso che il grande esperimento monistico in Europa ha perso slancio, tali punti di vista sono stati relativizzati.

Oggi in Europa è tutto possibile

È tuttavia troppo presto per dichiarare morta la capacità di riforma dell’Unione europea. Possono formarsi nuove forze di coalizione europee, per esempio grazie a pressioni interne, occasionate da risultati scomodi alle elezioni dei singoli Stati, oppure tramite un riaccendersi della crisi del debito sovrano o per un inasprimento del problema migratorio, ma anche per via dei grandi cambiamenti nella situazione globale.

Non mancano le condizioni in tale senso. Oggi, infatti, si rimette in questione molto di quanto prima era considerato parte integrante irrinunciabile di un’unione avvenuta solo una volta nella storia del nostro continente. Né la moneta unica, né la libera circolazione delle persone, né la rinuncia espressa a diverse velocità di integrazione sono oggi temi inviolabili per gli europei che vedono la situazione realisticamente. Si direbbe che attualmente in Europa «tutto fa brodo».

Berna vuole ancora andare a Bruxelles?

Per il piccolo Stato svizzero, la situazione rappresenta contemporaneamente un’opportunità e un pericolo. Abbiamo l’opportunità di nuovamente contribuire al futuro del continente come paese centrale europeo. Per diversi aspetti, la Svizzera è un modello grazie a benessere, stato di diritto, una società civile che funziona bene nonostante il numero record di stranieri, voglia di lavorare, democrazia e tolleranza interna. Sarebbe stupido rinunciare a questi elementi elvetici acquisiti nei secoli per integrare un «aquis communautaire» europeo che spesso non si è dimostrato valido e che ora deve essere sottoposto a importanti riforme. La Svizzera può, anzi deve, dire la sua. Il suo aquis è valido almeno quanto quello europeo.

Abbiamo l’opportunità di nuovamente contribuire al futuro del continente come paese centrale europeo.

Naturalmente, il pericolo di una posizione così sicura di sé è di diventare vittime di calcoli a breve termine dovuti a cosiddetti interessi economici e mentalità ristrette e paurose di magistrati e diplomati di mediocre calibro. In concreto, temo che a Berna vi sia un’agenda nascosta che si prefigge «l’entrata nell’UE nonostante tutti i pareri contrari».

I motivi sono in parte, anche se ben intenzionati, di ordine tecnocratico. Ma è così anche perché diversi parlamentari e alti funzionari in segreto sperano di elevare il valore della loro posizione sul piano europeo. Vogliono allontanarsi dal fastidioso ma valido cittadino che si avvale della democrazia diretta per immergersi nel paradiso esente di cittadini di Bruxelles. Un desiderio comprensibile, ma che a mio avviso è molto pericoloso.

Dal dibattito alla dottrina

Dipende dalla volontà, se il piccolo Stato rimarrà un modello di successo anche in futuro. Bisogna volere restare piccolo Stato. Vi sono elementi a cui non è possibile rinunciare. Vi sono limiti all’indebolimento. I cambiamenti attuali porranno al centro la domanda della volontà. Trovo sia importante che ora affiliamo i nostri sensi per continuare il dibattito su cui si baserà una dottrina condivisa da tutti, in grado di condurre il nostro paese e i suoi cittadini in un futuro segnato da libertà, benessere e diritto.

Questo testo è un estratto rielaborato del libro appena pubblicato «Kleinstaat Schweiz - Auslauf-oder Erfolgsmodell?Link esterno» (Piccolo Stato Svizzera - un modello superato o di successo?) di Konrad Hummler e Franz Jaeger.

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Traduzione dal tedesco di Michela Montalbetti

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