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Prezzi di trasferimento Le multinazionali accusate di delocalizzare gli utili



In Gran Bretagna Starbucks è nell'occhio del ciclone: nel 2011 il gruppo americano ha registrato vendite per 398 milioni di sterline, ma non ha sborsato un penny d'imposta

In Gran Bretagna Starbucks è nell'occhio del ciclone: nel 2011 il gruppo americano ha registrato vendite per 398 milioni di sterline, ma non ha sborsato un penny d'imposta

(AFP)

Grazie al sistema dei prezzi di trasferimento, le grandi aziende internazionali possono spostare gli utili da un paese all’altro con facilità, risparmiando sulle tasse. Con la sua fiscalità bassa, la Svizzera attrae queste società come una calamita. Ma le critiche non mancano.

La pratica giuridica in materia di prezzi di trasferimento è supposta garantire una tassazione equa per le grandi aziende attive in molte regioni diverse. Secondo alcuni, però, questo sistema è stato ampiamente manipolato ed ha prodotto l’effetto inverso.

Il regime dei prezzi di trasferimento può tipicamente essere applicato a una società che fabbrica dei componenti in un paese, li assembla in un altro, li vende in tutto il mondo e ha le attività di marketing e di gestione ancora in un altro Stato.

Ogni unità fattura le altre per il servizio reso, trasferendo così il costo del lavoro all’interno della stessa società. I profitti cumulati da ogni filiale sono poi tassati nel paese dove hanno sede.

I ‘back office’ di queste grandi ditte, basati nei paesi con una fiscalità bassa, sono però spesso accusati di risucchiare gli utili delle filiali che si trovano nei paesi in via di sviluppo, attraverso appunto il sistema dei prezzi di trasferimento. Negli ultimi mesi la situazione si è fatta più calda, quando alcuni Stati occidentali, come la Gran Bretagna, hanno parlato di gioco sporco.

Regimi fiscali favorevoli

Alcune grandi multinazionali, come Starbucks, Vodafone, Nissan o Alliance Boots, hanno suscitato un grande scalpore in Gran Bretagna per il fatto che pagano relativamente poche imposte a fronte di entrate miliardarie. In ognuno di questi casi, la Svizzera ha avuto un tornaconto significativo.

La Confederazione non è affatto l’unico paese con una tassazione bassa dove hanno sede i servizi amministrativi di queste grandi compagnie. Irlanda, Lussemburgo o Bermuda sono anche dei luoghi di predilezione per impiantare i ‘back office’.

Alliance Sud, comunità di lavoro che rappresenta sei ONG svizzere, è convinta che il sistema fiscale cantonale, che prevede un tasso d’imposizione basso per i profitti ottenuti all’estero, faccia sì che la Svizzera svolga un ruolo di primo piano nel sistema dei prezzi di trasferimento.

«Grazie ai regimi fiscali cantonali, la Svizzera offre opportunità eccellenti per creare delle anomalie nei prezzi di trasferimento», afferma Mark Herkenrath, esperto di politica fiscale di Alliance Sud.

«Per le aziende che producono nei paesi in via di sviluppo, ciò rappresenta un vero e proprio invito a trasferire i loro profitti in Svizzera».

Abusi miliardari

Christian Aid, l’organizzazione d’aiuto allo sviluppo delle chiese britanniche, nel 2009 ha calcolato che gli abusi per quanto riguarda i prezzi di trasferimento causavano perdite fiscali pari a 160 miliardi di dollari (152 miliardi di franchi) per i paesi poveri.

«È probabile che la somma sia superiore all’importo totale che i paesi sviluppati consacrano ogni anno all’aiuto allo sviluppo», osserva Mark Herkenrath.

SwissHoldings, l’organizzazione ombrello che rappresenta gli interessi delle aziende multinazionali, sostiene dal canto suo che le regolamentazioni internazionali sono rispettate da questi attori globali.

Quadro normativo sufficiente

«Ogni paese ha il diritto di tassare il valore aggiunto creato dai servizi che operano all’interno delle sue frontiere. L’attuale quadro normativo sui prezzi di trasferimento è sufficiente per raggiungere questo obiettivo», sottolinea il responsabile di SwissHoldings Christian Steifel.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) è stata incaricata di elaborare standard internazionali sui prezzi di trasferimento.

Questi standard prevedono che le aziende devono fornire giustificazioni commerciali valide per ridistribuire i loro profitti nel mondo.

Per assicurarsi che i prezzi di trasferimento non siano fatti levitare verso l’alto, in modo da evitare che i profitti siano tassati in paesi con aliquote fiscali elevate, le filiali sono tenute a mantenere le distanze. In altre parole, devono negoziare con le altre unità del gruppo come se fossero entità separate, fissando i prezzi come sul libero mercato.

Pressioni sulla Svizzera

Tuttavia, secondo alcune voci critiche, come quella di Olivier Longchamp dell’ONG Dichiarazione di Berna, le aziende sfruttano la difficoltà di calcolare il valore di mercato di servizi ‘invisibili’, come ad esempio i diritti di marca.

Longchamp dubita inoltre che la Svizzera sia abbastanza motivata per implementare le regole dell’OCSE, pur essendo tra gli Stati firmatari.

«La Svizzera non è di sicuro tra i paesi che soffrono per le anomalie dei prezzi di trasferimento. Anzi, gli svizzeri ne approfittano, a scapito delle popolazioni delle nazioni povere», osserva il rappresentante della Dichiarazione di Berna.

I negoziati fiscali in corso con l’Unione Europea rischiano di sfociare in un accordo che farebbe perdere alla Svizzera questo statuto di piattaforma per quanto concerne i prezzi di trasferimento. I cantoni svizzeri potrebbero dover abbandonare la politica fiscale che consiste nel tassare meno gli utili registrati all’estero dalle multinazionali rispetto a quelli locali.

SwissHoldings, dal canto suo, difende il diritto del paese di ospitare sedi o filiali di multinazionali. Stiefel sottolinea che queste 10'000 imprese creano circa un terzo di tutti i posti di lavoro in Svizzera.

«Le società multinazionali rappresentano una ‘success story’ sociale ed economica in Svizzera», dichiara. «Chiediamo urgentemente a governo e cantoni di formulare una strategia chiara e compatibile a livello internazionale per preservare lo statuto della Svizzera come luogo fiscalmente attraente per queste imprese».

Prezzi di trasferimento

Con prezzi di trasferimento si intendono quelle operazioni attraverso le quali le multinazionali trasferiscono attivi da una società all’altra del gruppo. Ad esempio quando la ditta A vende alla ditta B all’interno dello stesso gruppo.

Nel 2002, l’OCSE stimava che il 60% degli scambi mondiali avveniva sotto forma di prezzi di trasferimento all’interno delle multinazionali.

Questo sistema – assolutamente legale – apre però anche le porte al trasferimento di utili da paesi con fiscalità elevate verso Stati considerati paradisi fiscali, ad esempio attraverso la sovra-fatturazione di certe transazioni.

I ‘back office’ di queste grandi aziende, che spesso hanno sede in paesi a tassazione favorevole, possono ad esempio contabilizzare ‘royalties’ elevate sul marchio o i costi per la ricerca e lo sviluppo di prodotti fabbricati altrove.

Molte multinazionali attive nel commercio di materie prime, diverse delle quali basate in Svizzera, sono spesso accusate di spillare gli utili – e quindi di pagare meno imposte – fatti nei paesi del terzo mondo utilizzando stratagemmi contabili. Le aziende in questione hanno sempre respinto con fermezza le critiche.

Nei recenti casi che hanno coinvolto Alliance Boots, SAB Miller, Vodafone, Nissan e Starbuck, le aziende sono state accusate di utilizzare le loro sedi elvetiche per trasferirvi gli utili originati in paesi con una fiscalità più alta.

Recentemente, in occasione del G20 il primo ministro britannico David Cameron e il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble hanno lanciato un appello per rafforzare la legislazione in questo ambito.

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(traduzione di Daniele Mariani), swissinfo.ch


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