Protestare tra le mura di casa

Momento di identità e di rivendicazione: discorso della politica indiana Annie Raja durante il Primo maggio a Zurigo nel 2019. © Keystone / Ennio Leanza

Per la prima volta da 130 anni, in Svizzera la Festa dei lavoratori non potrà essere celebrata in piazza. La pandemia costringe sindacati, partiti e movimenti sociali a reinventare le forme delle mobilitazione. Le manifestazioni si trasferiscono in rete.

La Svizzera, almeno agli occhi degli osservatori occasionali, non è solitamente associata alla storia del movimento operaio. Eppure è forse l'unico paese al mondo in cui il Primo maggio, la festa dei lavoratori, è stato celebrato ininterrottamente, con alti e bassi, dal 1890.

Certo, questa lunga tradizione non è dovuta tanto alla forza del movimento operaio elvetico – pur non irrilevante -  quanto al fatto che la Svizzera è rimasta più o meno al riparo dai conflitti e dagli sconvolgimenti politici che hanno caratterizzato la storia del XX secolo.

È vero che durante la Seconda guerra mondiale, come ricorda lo storico Bernard Degen, le autorità ostacolarono in vari modi le celebrazioni del Primo maggio: "A Ginevra durante la guerra le manifestazioni pubbliche erano vietate e le celebrazioni si tennero in sale chiuse; altrove le autorità ricorsero alla censura, persino preventiva, su slogan e striscioni, per evitare attriti con i regimi fascisti dei paesi vicini."

Ciononostante, il Primo maggio si è festeggiato pubblicamente anche durante la guerra, seppure con toni più dimessi del solito. Ora, quello che non hanno potuto né i padroni, né i fascisti, né le guerre, è riuscito al coronavirus: il primo maggio del 2020 nelle piazze svizzere regnerà il silenzio. Niente slogan e discorsi, niente musica, niente salsicce e birra.

Dalla piazza reale alla piazza virtuale

Nella Svizzera in preda alla pandemia, le manifestazioni pubbliche sono vietate. Il Primo maggio in piazza non si può fare. "E questa volta, a differenza degli anni della guerra, i sindacati sono d'accordo", osserva Degen, forse con una sottile punta di ironia.

Facendo di necessità virtù, sindacati e organizzazioni di sinistra hanno trasferito le celebrazioni per la Festa dei lavoratori nel mondo virtuale. L'Unione sindacale svizzera (USS) propone una serie di appuntamenti in streaming. Non manca neppure un momento dedicato alla tradizione canora del movimento operaio. Il comitato del Primo maggio di Zurigo ha trasferito discorsi e dibattiti sulle onde di Radio Lora. E per le 11 del mattino l'USS di Zurigo invita i suoi sostenitori a manifestare dal balcone il proprio sostegno a salari dignitosi per tutti.

"Nelle discussioni online affronteremo numerose questioni legate alla situazione attuale", dice Urban Hodel, portavoce dell'USS. "La pandemia crea molte insicurezze, ci pone di fronte a nuove domande. Mai prima d'ora in occasione del Primo maggio avevamo affrontato tanti temi."

Ma la base sindacale è pronta a questo passo verso la digitalizzazione? "Le reazioni sono molto diverse", osserva Hodel. "Per ragioni di età, una parte dei nostri affiliati non ha particolare affinità con gli strumenti digitali. I sindacati negli ultimi anni hanno però accumulato molta esperienza nell'uso delle reti sociali."

Dov'è la festa?

Quel che manca è piuttosto il momento conviviale. Bernard Degen fa notare che il Primo maggio ha sempre avuto due aspetti: uno è quello delle rivendicazioni sindacali e politiche, l'altro è quello sociale, il fatto di ritrovarsi, di stare insieme. Quest'anno la festa non ci sarà. E il Primo maggio, in particolare quello di Zurigo, è pur sempre una grande festa popolare.

"Tanti militanti guadagnano anche qualche soldo, con gli stand del cibo", osserva Bruna Campanello, funzionaria del sindacato Unia, da anni parte del comitato organizzatore del Primo maggio a Zurigo. Ma le preoccupazioni delle organizzazioni e di militanti di sinistra ora sono rivolte altrove. "Abbiamo accettato, con responsabilità, i limiti imposti dalla pandemia. Per tutti noi è però chiaro che la lotta diventerà più dura, che le pressioni sui lavoratori sono destinate a crescere", dice Campanello.

E cita un esempio dal forte valore simbolico: il canton Turgovia – uno dei pochi cantoni svizzeri dove il primo maggio è un giorno festivo – ha deciso qualche giorno fa di permettere alle aziende che hanno potuto riprendere le attività solo il 27 aprile di rimanere aperte durante la Festa dei lavoratori, per compensare le perdite dovute al lockdown.

 

Come far sentire la propria voce

"Si pone la questione di come fare resistenza, nella situazione attuale. Ci sono limitazioni che accettiamo, ma se non aprissimo la bocca, sarebbe gravissimo. Dobbiamo tenere alta la testa e gli occhi aperti", esclama Bruna Campanello.

Il problema non riguarda solo il Primo maggio e i sindacati. Molti movimenti sociali si trovano in questo momento nell'impossibilità di mobilitare fisicamente i loro sostenitori e di portare le loro rivendicazioni in strada. Primo fra tutti il movimento per il clima.

Una decina di giorni fa un corteo di automobili organizzato a Zurigo per esprimere solidarietà ai profughi in Grecia è stato sciolto dalla polizia municipale. Il 24 aprile alcuni attivisti hanno deposto centinaia di scarpe in una piazza della stessa città, come simbolo di una protesta impossibile, nel quadro di una manifestazione globale per il clima lanciata da Fridays for Future.

Il giorno successivo anche la marcia contro i produttori di pesticidi Bayer e Syngenta si è svolta solo in forma virtuale.

Neppure il grande sciopero per il clima previsto per il 15 maggio in Svizzera potrà ripetere gli exploit dello scorso mese di settembre, quando decine di migliaia di persone hanno invaso le strade e le piazze di Berna per chiedere una politica più incisiva a favore del clima. L'evento si terrà online.

 La capacità di innovare

Ma quale impatto può avere un'azione politica che rimane confinata nel mondo virtuale e fra le mura di casa? Può avere lo stesso impatto di una grande manifestazione di piazza?

"Il movimento per il clima ha imparato già nel 2015 a Parigi a trovare modi di esprimersi nonostante i limiti imposti da uno stato di emergenza (dichiarato in Francia dopo gli attentati terroristici del 13 novembre 2015, NdR)", osserva Payal Parekh, attivista basata a Berna, con esperienze nel coordinamento di campagne a livello globale. "Le reti sociali offrono strumenti efficaci di azione. Basti pensare alla campagna contro gli investimenti di Credit Suisse dannosi per il clima, che ha coinvolto Roger Federer."

Ci sono però dei limiti, ritiene Parekh. Gli strumenti digitali funzionano bene soprattutto nell'ambito di questioni specifiche. Le manifestazioni di piazza rendono invece possibile una mobilitazione più ampia, su temi più generali. Permettono di creare nuovi contatti, di coinvolgere persone al di fuori delle cerchie degli attivisti e di mostrare quanti si è. E, non da ultimo, forniscono immagini suggestive ai media.

"Le grandi manifestazioni sono senza dubbio importanti per la costruzione identitaria di un movimento", osserva dal canto suo Marco Giugni, politologo dell'università di Ginevra e studioso dei movimenti sociali. "E per il successo delle rivendicazioni sono determinanti la visibilità e la capacità di perturbazione. È quella che gli studiosi designano con il termine inglese di 'disruption', un meccanismo fondamentale per ottenere concessioni."

Tutto questo, ovviamente, è più difficile da ottenere online. D'altra parte, ricorda Giugni, gli strumenti digitali sono ormai diventati fondamentali nel coordinamento dei movimenti e delle loro manifestazioni. "E forse la situazione attuale potrà fornire impulsi per un rinnovamento dell'azione collettiva. Anche la capacità di innovazione tattica ha un ruolo primario per il successo dei movimenti sociali."

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