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Seveso: la paura fa...rimborso

La nube tossica che si sviluppò nello stabilimento dell'Icmesa a Seveso mise in allarme buona parte dell'Europa che, in seguito, approfittò dell'accaduto per dotarsi di una legislazione ambientale più restrittiva

(swissinfo.ch)

26 anni dopo l'incidente di Seveso, la Corte di Cassazione di Roma accorda un primo risarcimento per danni morali. Altre cause in arrivo? La Givaudan non si scompone.

Erano le 12.37 di sabato 10 luglio 1976. Nella fabbrica di Icmesa, filiale di Givaudan, allora proprietà della multinazionale svizzera Roche, qualcosa va storto.

Una reazione chimica fa aumentare la pressione in un miscelatore di un impianto per la fabbricazione di triclorofenolo, sostanza utilizzata per la produzione di erbicidi. Un giunto di sicurezza cede ed una nube tossica, contenente anche la pericolosa diossina, si sparge su Seveso e su altre località brianzole ad una ventina di chilometri a nord di Milano.

Centinaia di persone vengono evacuate, parecchi animali domestici muoiono e fra i bambini si manifestano rapidamente dei casi di lesioni cutanee (cloracne).

Nel corso degli anni, più di 200'000 persone sono state sottoposte a controlli medici regolari. La "zona A", la più colpita, è tuttora disabitata. Oggi è un parco naturale di 43 ettari tenuto costantemente sotto controllo dal punto di vista ambientale.

10'000 nuove denunce?

Per questa vicenda Roche, fra indennizzi alla popolazione, costruzione di nuove case, spese di decontaminazione e sorveglianza del deposito dei rifiuti tossici, ha già sborsato circa 300 milioni di franchi. Ora però la patata bollente è passata di campo. La Givaudan, unica responsabile di Icmesa in seguito allo spin-off dalla casa madre, sarà chiamata a passare alla cassa per rimborsare i danni morali alla popolazione?

La domanda è legittima. Infatti, ribaltando un verdetto del 1997, la Corte di Cassazione di Roma ha sorprendentemente accordato un risarcimento di circa 3'000 franchi ad un piccolo imprenditore locale che non aveva riportato alcun danno diretto dall'incidente. Motivazione? I turbamenti psicologici, lo stress e l'angoscia per eventuali rischi sanitari che l'hanno assalito dopo la catastrofe ambientale.

Stando ad un avvocato milanese, il verdetto espresso dalla più alta istanza italiana potrebbe anche fungere da apripista per 10'000 ulteriori cause "morali".

Givaudan resta tranquilla

"Si tratta di numeri potenziali che potrebbero minacciarci soltanto teoricamente: 15 anni fa queste 10'000 persone avevano firmato una richiesta di prescrizione, ma sappiamo che buona parte di loro, all'epoca dell'esplosione, non risiedeva neppure nella regione" dice a swissinfo Peter Wullschleger, portavoce della società ginevrina. "I fatti dicono che oggi le cause pendenti restano soltanto una ventina".

Givaudan non sembra dunque particolarmente preoccupata di fronte a questa apertura della giustizia italiana nei confronti di chi ha sofferto psicologicamente dell'incidente di Seveso. E anche i mercati hanno reagito senza particolari sussulti. Dopo un calo dell'1.45 % venerdì scorso, nel corso di lunedì il titolo Givaudan ha ripreso vigore riguadagnando più dell'1 %.

Ciò nonostante, Givaudan non intende rilassarsi troppo. "Non si tratta di una questione finanziaria - da questo punto di vista siamo al sicuro, non fosse che per gli accantonamenti realizzati in passato - ma di principio. In caso di assenza di danni fisici o materiali, non riteniamo che la nostra società debba essere coinvolta" conclude Peter Wullschleger. Come si suol dire dunque: affaire à suivre.

Marzio Pescia


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